« Soldam, Ladel, Elchemel, Elhadi, Sainsa, Elmoda, Ismail Sain, Chaledule Melche (El Signor giusto, compido, corredor, re dei re, el victorioso Ismail mundo et puro, Iddio fazi el so regno eterno) ».

E dall'altra parte la formula religiosa dei Persiani:

« Lailla, Lhalla, Mahumet Resulhalla, Uhalì, Ulihalla (Un solo Dio, un solo messo Maometto, un sanctissimo Ali) ».

E due anni appresso Ismaìl reso ancor più potente per felici imprese, e nemico a Bajezid per la diversità della religione e la gelosia del dominio nell'Asia, mandò formalmente oratori a Venezia per chiedere alleanza, conforme a quella che Caterino Zeno aveva conchiusa con Uzunhasan[59].

Ma per quella fatalità, che ha poi sempre impedito la effettuazione del grande concetto politico dei Veneziani, in quel tempo medesimo i principi cristiani congiurando a Cambray contro Venezia, la posero nella necessità di lasciarsi sfuggire la vagheggiata occasione.

Il senato ricevette il primo annunzio di questa intenzione del sufì dal console a Damasco Contarini, con dispaccio 4 marzo 1508[60]; quindi nel settembre dello stesso anno il provveditore di Napoli di Romania scrisse ai capi del Consiglio dei Dieci, che di notte secretamente erasi a lui presentato un messo del sufì della Persia « per pregarlo di informare il veneto senato che il suo re era amico dei cristiani, veniva a rovina del Turco, voleva bene a san Marco et alla signorìa, ed aveva fatto penetrare il suo esercito nell'Anatolia[61] ». Finalmente colla nave di ser Francesco Malipiero arrivarono a Venezia due oratori, uno persiano ed uno caramano, con lettera di Ismaìl tradotta dal console Pietro Zeno, la quale, accreditando i suoi ambasciatori, esprimeva la buona amicizia che il re persiano portava alla repubblica, ed il suo desiderio di stringerla maggiormente e più efficacemente[62]. Accolti essi cortesemente dal senato, furono a spese pubbliche alloggiati nel palazzo Barbaro a s. Stefano dove abitava l'oratore di Francia.

Pochi giorni dopo si presentava in collegio il solo ambasciatore persiano, colla formale domanda d'Ismaìl: che gli fossero mandati dall'Italia per la via di Sorìa maestri che gettassero artiglierie; e che la veneta armata tenesse occupato Baiezid nella guerra di mare presso alle coste della Grecia, mentre egli lo avrebbe chiamato a battaglia nell'Asia minore.

Il collegio ricevette onorevolmente l'ambasciatore persiano; ma gli fece rispondere dai savi « che i Veneziani si ricordavano molto bene la buona amicizia e la lega che avevano stretta col re di Persia, che essi erano molto contenti che il sufì fosse nemico dei Turchi, avesse pensato di comunicare alla repubblica l'interesse della guerra, e promettesse quelle cose, le quali se Uzunhasan avesse mantenute non vi sarebbe forse più stata occasione di muover guerra agli Ottomani; ma che tali erano i cambiamenti delle cose del mondo, che siccome in quel tempo il persiano non pensò o non potè ritentare la sorte delle armi, così ora la repubblica trovandosi in gravissima condizione, non poteva far ciò che pure ardentemente desiderava, avvegnachè era occupata in una importantissima guerra, mossale dai più potenti sovrani d'Europa che avevano congiurato a Cambray, non provocati da ingiuria alcuna, ma solo eccitati da invidia della felicità dei Veneziani ».

E però si commetteva al persiano di riferire al suo re: che la repubblica avrebbe all'occasione e potendo fatta ogni opera affinchè il sufì conoscesse ch'ella non aveva cosa alcuna più cara dell'amicizia dei Persiani, nè maggior desiderio di quello, di unire alle loro le proprie armi, per frenare od abbattere la prepotenza ottomana[63].

L'ambasciatore persiano, così licenziato, partì colle galere di Cipro, arrivato in Candia ammalò[64]; quindi passato nella Siria, tenne ragionamento segreto con Pietro Zeno console veneto in Damasco sulla probabilità di un prossimo concorso della veneta armata colle forze persiane.