La qual cosa essendo venuta a cognizione del sultano del Cairo, egli altamente se ne adirò, rispetto particolarmente alle minaccie fattegli da Bajezid, per aver tollerato che nei suoi stati, ministri persiani congiurassero contro di lui; laonde ordinava la immediata carcerazione dello Zeno, e del console veneto in Alessandria, Contarini.
Scriveva allora il senato al sultano[65]: non aver avuto la veneta signorìa alcuna ingerenza in quei discorsi, che se pur fossero stati fatti erano di carattere meramente privato, nè alcuna notizia di que' nunzi... « Se questa po' è causa de romper una tanto longa amicizia lo lassemmo al savio parer del sultan. No giustifichemo cosa alcuna, solo dicemo la verità[66] ».
Lo Zeno ed il Contarini tosto furono posti in libertà; ma non essendo cessato del tutto il mal animo del sultano per la venuta in Venezia degli oratori persiani, il senato commetteva a Domenico Trevisan, eletto nel 22 dicembre 1511 ambasciatore straordinario al Cairo per affari di commercio, di cercare ogni mezzo e via di calmarlo « rappresentandogli che la loro venuta non fu ad alcuno male efecto, ma solum per comunicare le occorrenze et li successi del loro signor, el qual mostrava di esser affetionato alla signorìa nostra, et ai quali fu in corrispondenza con parole generali risposto, com'è costume della signorìa nostra de fare con tutti[67] ».
Di questa ambasciata Domenico Trevisan lesse in Pregadi a' 24 di ottobre 1512, la stupenda relazione riportata dal Sanudo[68], e Pietro Zeno narrò pure lungamente i suoi casi nel gennaio dell'anno seguente[69].
E quella non fu la sola volta che i Veneziani nella Siria mostrassero troppo chiaramente lo interesse della repubblica per la Persia, mentre si ha notizia di un Andrea Morosini, rinomatissimo pel vasto negozio di mercatura in Aleppo, che fu fatto morire per avere nell'anno 1526 sovvenuto di danari e di cavalli Roberto ambasciatore di Carlo V, che passava in Persia[70].
Posto fine colla pace di Bologna, 1529, alla guerra che slealmente aveano mossa i principi cristiani alla repubblica, essa ricominciò a guardare all'oriente verso il naturale suo nemico, e a seguire colla più viva attenzione le vicende delle guerre che ferveano nell'Asia fra i Turchi ed i Persiani.
Riferiva in senato a' 3 di giugno Daniello Ludovisi segretario, ritornato da Costantinopoli[71], che quantunque le forze del re di Persia, limitate a cento e ventimila cavalli, non si potevano ritenere in caso di contrastare felicemente col Turco, la gran difesa di quel regno consisteva nel ritirarsi, spogliando il paese di ogni sorta di vettovaglie; ed il bailo Bernardo Navagero nel 1553[72] assicurava che il sufì era poco meno che adorato dai suoi sudditi e temuto assai dal Turco, il quale non potrà avere mai nemico maggiore del re di Persia, per la differenza della religione e per la condizione rispettiva dei loro Stati.
Daniele Barbaro presentava nello stesso anno 1553, una relazione della guerra di Persia mossa da Suleiman per vendicare la infelice spedizione del 1548; la quale relazione, pubblicata siccome anonima dall'Albèri[73], è ricca di curiose ed importanti notizie; bella soprattutto per tre minute descrizioni: della fine miserabile di Mustafà figliuolo di Suleiman fatto strangolare per ordine del padre; della città di Aleppo; e della pomposa entrata che vi fece il padishàh.
Ricordava il bailo Domenico Trevisan sul finire dell'anno 1554[74] essere il sufì l'unico impedimento al gran signore di impadronirsi di tutta l'Asia.
Ed Antonio Erizzo ritornato da Costantinopoli nel 1557, narrando i particolari della guerra turco-persiana finita colla pace di Amasia nel 1555, considerava[75] il manifesto pericolo che dalla parte della Persia sovrastava alla Turchia, ed il mal animo del gransignore contro quel re, del quale avrebbe voluto più presto la rovina che di qualsivoglia altro, ancorchè cristiano.