La guerra turco-persiana è poi descritta anche nella relazione del console Giovanni Michele 1587[82], che ne indica le cause, cioè: l'antica dissensione di fede, e il desiderio ambizioso di Amurath d'estendere i confini del suo impero a danno della Persia, approfittando delle discordie insorte in quel regno dopo la morte di Thamasp fra i partigiani di Caidar e quelli d'Ismaìl.

Continue e particolari informazioni sulla guerra di Persia e sulle condizioni di quel regno pervennero al senato colle relazioni ufficiali dei consoli in Soria, Andrea Navagero 1574, e Pietro Michele 1584[83], e dei baili Giovanni Soranzo 1576, Paolo Contarini 1583, e Francesco Morosini 1585[84]. Quest'ultimo ricordava quanto importasse la concordia dei principi cristiani contro la Turchia, che dalle loro diffidenze soltanto traeva la propria forza; e come a farle notabile offesa, modo più facile e più sicuro non v'era che d'irrompere dalla parte della Russia e della Persia, mentre un'armata navale penetrasse nel Bosforo ed attaccasse direttamente i castelli dell'arcipelago « con che poteasi sperar certo di scacciare finalmente i Turchi dall'Europa ».

Ma il bailo Lorenzo Bernardo, che lesse la sua relazione in senato nel 1592[85], opinava che la dissoluzione dell'impero ottomano non poteasi sperare se non che dalla corruzione interna di quel governo: perocchè la Persia, unico stato che avrebbe potuto fargli concorrenza o raccoglierne l'eredità, restava abbattuta dall'ultima guerra che le tolse la Media, il Korassan, parte dell'Armenia e la città di Tauris. « Le cause di tanta perdita e rovina dell'impero persiano, egli disse, sono due: l'una intrinseca, l'altra estrinseca. La prima è stata la discordia insorta fra i fratelli del re, e fra il re ed i sultani e principi di quel regno, per la quale esso restò diviso; la seconda, la guerra promossa da Usbech re dei Tartari e signore di Samarcanda, il quale, sia per secreta intelligenza col Turco, sia per altre cause, attaccava la Persia dalla parte settentrionale, e le toglieva il paese di Korassan, nello stesso tempo che ferveva la lotta contro la Turchia, la quale ebbe così agio di toglierle tanto paese dalla parte di occidente e di mezzogiorno. A queste cause particolari si aggiungano le generali della debolezza della Persia, cioè la forma di quel governo, l'organizzazione di quella milizia, e la mancanza d'artiglieria ».

Senonchè lo shàh Abbas il grande, salito sul trono, restaurava l'impero persiano con splendide vittorie e con saggi ordinamenti, e stringeva maggiormente l'antica amicizia e la buona corrispondenza colla repubblica di Venezia.

[III].

Questo giovane principe salito al trono nell'età di anni 18, per la immatura e violenta morte del fratello, ebbe la ventura di rimetterlo in onore, e di ristorare le sorti della Persia. E conoscendo quanto importava a quella regione la ottima corrispondenza colla repubblica di Venezia, pei rispetti del comune nemico, e per quelli del traffico che minacciava dirigersi tutto per la nuova via aperta alla navigazione, egli mandò varii oratori a Venezia collo scopo di dare, come si espresse con formula singolare, una mossa o scorlo alla catena che teneva strettamente congiunto l'amor suo alla repubblica, e lo interesse reciproco dei due Stati.

Di già i consoli veneti nella Siria ed i baili a Costantinopoli avevano riferite in senato le gesta e le virtù di Abbas, che fu meritamente onorato del nome di grande, ed in particolare Alessandro Malipiero nell'anno 1596 aveva minutamente informato intorno le riforme date da esso ai suoi stati, le conquiste fatte, e le sue differenze col kan dei Tartari rispetto all'acquisto del Korassan, le quali difficoltarono le sue marcie nei paesi ottomani[86].

Ecco il ritratto di Abbas, letto in senato dal Malipiero:

« Questo principe è di mediocre statura, di corpo ben disposto e proporzionato, di carnagione bruna, di aspetto nobile e di occhi vivi e molto spiritosi. È per natura affabile, molto umano e tratta con ogni sorta di persone domesticamente, lontano in tutto da quella tanta grandezza che sogliono ostentare i Turchi. È magnifico e molto liberale, massime coi soldati, i quali da ogni parte con larghissimi partiti va raccogliendo. Ma soprattutto è di mente giustissima, di spirito molto capace ed intendente, risoluto e presto in tutte le azioni sue. Ha gran concetti nell'animo, ed aspira a rimettere il regno di Persia nell'antica sua grandezza ed onore: nè manca altro alle eroiche sue condizioni, che forze corrispondenti alle qualità del suo generosissimo animo ».

Pietro Della Valle poi, nel suo raro e curioso libro Sulle conditioni di Abbas re della Persia, stampato in Venezia nel 1628, narra che la conquista del Laristan, che è la chiave del golfo Persico, sia stata fatta da quel re per eccitamento dei Veneziani che dimoravano alla sua corte, e dei quali altamente i consigli apprezzava. « Un mercatante venetiano, così egli dice, era andato in Ormus pei suoi traffici, e da Bassorati avea ivi condotta una giovane christiana della quale erasi invaghito. Seppe egli che dai ministri ecclesiastici portoghesi voleasi torgliergli la donna sua; laonde pensò ricondurla a Bassorah, et allestite le cose sue, si diresse a quella città attraversando il paese di Lar. Quivi dominava Ibraim kan, il quale, avute nuove di quella giovane, e saputo che era bella, la volse per sè, e fecela con violenza rapire, mandando a male tutte le robe del venetiano. Questi punto atrocemente nell'amore e nell'interesse, pensò di ricorrere al re Abbas, presso il quale sapeva trovarsi un altro veneziano, allora molto favorito, siccome il primo europeo che era capitato a quella corte; e col suo mezzo fece istanza al re di vendicare gli oppressi: considerandogli, come qualora i viaggiatori patissero per quelle vie tali ingiurie, si sarebbero i mercatanti stranieri disanimati a far quei viaggi con detrimento del commercio persiano. Altamente Abbas si sdegnò, e chiesta inutilmente ad Ibraim la restituzione della donna e della roba del veneziano, ordinò all'esercito di Alla hurdi di penetrare nel paese di Lar e di non cessare la guerra fino a che non lo avesse soggiogato del tutto. Così in fatti avvenne, e in poco tempo, fatto anco prigioniero Ibraim, potè il re di Persia unire ai suoi stati il paese di Lar ».