Sassuar ritornò poi di nuovo a Venezia, quale oratore persiano, nel 1621, per migliorare i rapporti internazionali dei due stati. E presentatosi in senato al 1º febbraio 1621 insieme ad agì Aivas di Tauris [[Documento XLIII]], offrì una lettera dello shàh Abbas [[Documento XLIV]] con un dono di 4 tappeti, 25 pezze di giurini, e 25 di lizari d'India. Benedetto Tagliapietra consigliere anziano ricevette, in assenza del doge, l'oratore persiano, e ringraziatolo della lettera e del dono, lo assicurò che la sua raccomandazione sarebbe stata tenuta in gran conto, molto importando alla repubblica l'amicizia del suo re, ed il facile commercio colla Persia.
I preziosi drappi recati da Sassuar furono quindi consegnati ai procuratori de supra per essere usati nelle pubbliche cerimonie della chiesa di S. Marco[102] [[Documento XLV]].
Allorquando poi la repubblica veneta fu minacciata dell'impresa di Candia, per la cui difesa sacrificò e sangue e ricchezze, invano chiedendo agli Stati europei aiuto possente per sostenere in quell'isola l'antemurale della civiltà, non mancò di dirigersi eziandio alla Persia, colla speranza di trovare almeno da quella parte una importante diversione, che le lasciasse agio a difendere i proprii possedimenti.
Nell'anno 1645, il senato mandò all'ambasciatore veneto in Polonia Giovanni Tiepolo[103] una lettera pel re di Persia, incaricandolo di spedirla in quel regno con apposito legato, e di pregare il re di Polonia di unire anch'egli un suo oratore per lo interesse comune della cristianità, minacciata dalla prepotenza ottomana. E commetteva inoltre a Domenico Santi, che era diretto in Persia dal papa, dall'imperatore, dal re di Polonia e dal gran duca di Toscana [[Documento XLVI]], di prendere la via della Siria e di recare una consimile lettera al re persiano, per eccitarlo a muovere dalla sua parte contro la Turchia.
Le due lettere ducali allo shàh della Persia portavano le date 2 dicembre 1645 [[Documento XLVII]] e 17 luglio 1646 [[Documento XLVIII]].
Ricordavano esse, come l'Ottomano avesse più volte portate le armi contro i di lui predecessori, per rendere più vasta e formidabile la sua potenza. Che politica tradizionale della Persia era di mirare all'indebolimento di lui, e che ora le si offeriva la opportunità, dacchè stavano le armi ottomane impegnate in una impresa che non avrebbe mancato di spingere tutti i principi di Europa a frenare le usurpazioni della Turchia; e che già la campagna era incominciata coi più lieti auspicii, avendo la veneta armata assalita e danneggiata la ottomana nello stretto.
Il re di Polonia aderì alle istanze dell'ambasciatore veneziano, ed incaricò il nobile polacco Slich di recarsi in suo nome nella Persia, insieme al veneto legato padre Antonio di Fiandra domenicano, cui il Tiepolo avea consegnata la lettera ducale per lo shàh e le credenziali.
L'ambasciata veneto-polacca partì il 2 ottobre 1646 da Varsavia, accompagnata da 25 gentiluomini polacchi, e per Mosca e Nishni-Novogorod giunse a Casan il 12 febbraio 1647, ove si riposò per tre mesi. Partita poi da Casan a' 3 di maggio per il Volga, dopo un mese di procellosa navigazione sul Caspio, approdò alle spiaggie persiane e si diresse ad Ispahan, ove giunse soltanto al 15 di settembre, pei disagi sofferti nel viaggio dall'ambasciatore polacco. Il quale appena arrivato in Ispahan ammalò gravemente per modo, che non potendo eseguire le commissioni del suo re, mandò a chiamare uno dei principali della corte persiana, e presentandogli il veneto legato, consegnò al padre Antonio le lettere e le credenziali sue proprie, dichiarando che quegli soddisferebbe alla ambasciata in nome del re di Polonia e della repubblica veneta. E pochi giorni dopo egli spirò, e fu sepolto con molto onore nella chiesa dei Carmelitani Scalzi.
Introdotto il padre Antonio all'udienza del re il 27 di ottobre, offerse le lettere del re di Polonia e della repubblica, ed ebbe per risposta che sarebbesi con lieto animo ricambiata la loro amicizia. Invitato poi a stendere in lingua persiana i punti principali della sua domanda, egli li presentò; ma ottenne soltanto una vaga assicurazione che il re avrebbe assai volontieri cercato occasione di corrispondere efficacemente ai desiderii dei principi cristiani, ed una lettera in questo senso al doge di Venezia, affettuosissima, ma senza impegni [[Documento XLIX]].
La Persia in fatti non era in grado di corrispondere: perocchè aveva in quel tempo mandato un esercito nel regno di Conducar, cogliendo occasione e dalle discordie che dopo la morte del Gran Mogol erano insorte fra i di lui figli, e dalla guerra tra la Porta e Venezia, per ricuperare quel regno al kan dei Tartari Olbek, che dal Gran Mogol ne era stato spogliato.