Ritornato a Venezia, il padre Antonio si presentò in senato a' 28 di marzo 1649, e lesse una interessantissima e finora inedita relazione della sua ambasciata, distinta in tre parti, cioè:

1º Il suo viaggio in Persia, la miglior via per andarvi, e le accoglienze e gli onori ricevuti quale ambasciatore cristiano;

2º Quello che ha trattato col re di Persia;

3º Quello che si poteva sperare dallo shàh in aiuto della repubblica; conchiudendo che terminata la guerra nel Conducar, potevasi ritenere che il giovine e valoroso re persiano avrebbe rivolto le sue armi contro i Turchi [[Documento L]].

Il padre Antonio presentava inoltre una scrittura in data di Shangai 24 aprile 1648 dell'altro legato in Persia Domenico Santi [[Documento LI]].

La relazione del Santi che pure trovasi inedita è stillata in lingua italiana frammista di alcuni termini castigliani, locchè farebbe credere che, quantunque egli si annunciasse suddito della repubblica, fosse o nativo di Spagna o avesse ivi gran tempo dimorato. Narra il Santi l'esito della sua missione nella Persia, conforme a quello del padre Antonio di Fiandra, e si estende nei più minuti particolari intorno al disastroso suo viaggio, alle grandi spese che dovette sostenere, ed alla quantità dei doni che fu obbligato di presentare al re ed ai ministri per ottenere benevolo ascolto.

Senonchè peggiorando le condizioni dei Veneti nell'isola di Candia, la repubblica che aveva, si può dire, quasi invano chiesti sussidii ai principi della cristianità, tentò di nuovo dopo il 1660 di ricorrere alla Persia, dapprima con lettere dirette a quel re [[Documento LII]], quindi accogliendo la offerta segreta dell'arcivescovo armeno Aranchies che proponeva di trattare la lega coi Persiani [Documenti [LIII] e [LIV]], e finalmente inviando alla corte dello shàh l'arcivescovo di Nashirvan. Ma pur troppo, mentre duravano queste pratiche, il regno di Candia andò perduto.

La repubblica di Venezia dovea anche in questa terza invasione ottomana resistere sola, e sacrificare generosamente il sangue dei suoi figli ed i propri tesori per difendere l'antemurale della civiltà. Dopo una gloriosa lotta di 25 anni, che rese immortale la fama del valore e della costanza dei Veneziani, il regno di Candia fu occupato dalle truppe ottomane, la croce lasciò il posto alla mezza luna.

Conchiusa appena la pace colla Turchia, arrivò in Venezia una importante missione dalla Persia. La componevano due padri domenicani: Maria di S. Giovanni ed Antonio di S. Nazaro, incaricati dall'arcivescovo di Nashirvan di presentare al senato la relazione dei suoi negoziati colla Persia, e la risposta dello shàh agli inviti della repubblica [[Documento LV]]. Gli atti di questa missione, l'ultima che dalla Persia venisse a Venezia, chiaramente dimostrano le relazioni internazionali dei due stati, così rispetto alle comuni aspirazioni, come agli interessi del traffico ed alla tutela dei cristiani nell'Asia.

Il 20 luglio 1673 i padri domenicani presentarono nel collegio la lettera dell'arcivescovo di Nashirvan [[Documento LVI]] e quella del re di Persia, esprimendo in idioma turco lo incarico avuto dallo shàh di augurare al serenissimo principe le maggiori prosperità, e di attestare la di lui stima ed osservanza alla repubblica[104].