Questa guerra era, dopo la conquista di Veio, la più felice impresa compiuta dalla repubblica. Dopo averla compiuta, Roma poteva affrontare il paragone con gli anni più felici della monarchia. Al trattato di Spurio Cassio con la lega latina, essa ha sostituito una forte egemonia. Il territorio romano si stende ormai, comprese le colonie del Lazio e della Campania, dai monti Cimini fin quasi al Vesuvio, per circa 6000 kmq.; a cui occorre aggiungere i 5000 kmq. degli alleati e delle colonie latine; in tutto, più di 10.000 kmq., di cui la parte propriamente romana doveva contare oltre mezzo milione di abitanti, e poco meno il paese indirettamente soggetto. Non è quindi arbitrario argomentare che Roma potesse mettere in campo 50.000 uomini: gran forza, per quei tempi, se si pensa che, in questi stessi anni, Alessandro il Grande moveva dalla Grecia a fondare il suo impero con 30.000 uomini. Infine Roma è ormai in contatto con l’ellenismo. Nella prima metà del IV secolo, la repubblica incominciò dunque a raccogliere i frutti del suo lungo, ostinato e un po’ confuso lavoro. Che i primi frutti siano maturati a un tratto, come per una specie di miracolo, non è da stupire; perchè tutti i grandi mutamenti della storia si preparano nel silenzio. È invece singolare che i Sanniti abbiano lasciato Roma allargarsi e rafforzarsi a questo modo. Che i due grandi Stati abbiano vissuto in pace, sinchè Roma aveva adocchiato le coste del Lazio e l’Etruria meridionale, si capisce. Ma è più difficile di spiegare come il Sannio lasciasse Roma insediarsi tranquillamente nella Campania, che esso aveva ora conquistata, ora perduta e sempre ambita. Eppure non solo dopo la guerra coi Latini Roma si impadronisce definitivamente di Capua, di Formia, di Fondi; ma negli anni seguenti deduce due colonie a Cales (Calvi) e a Fregellae (Ceprano): sentinelle avanzate sui confini del Sannio. E la confederazione non muove un dito....


22. La guerra tra Roma e Napoli (327). — Non c’è che un modo di spiegar questa inerzia, se non si vuole — e non par che si possa — apporla alla torpida lentezza della confederazione sannitica, più valorosa che avveduta. Proprio in questi anni i Sanniti erano alle prese con un altro nemico, apparso dal mare: Alessandro il Molosso, zio di Alessandro il Grande, re di Epiro, che i Tarantini avevano assoldato per combattere i Lucani ed i Bruzzi. Anche nell’estrema Italia meridionale le città greche della costa guerreggiavano con le popolazioni indigene dell’interno. I Sanniti, che avevano sempre combattuto l’elemento greco e difeso l’elemento indigeno, furono involti in questa guerra, che durò parecchi anni con diverse vicende e che fu terminata dalla morte di Alessandro. Sembra che questa guerra abbia costretto i Sanniti a lasciar mano libera a Roma. Ma, morto Alessandro e ristabilita la pace nell’Italia del sud, alla prima occasione, il torpido colosso montano dell’Italia centrale e l’agile atleta del Lazio vennero alle mani. L’ellenismo — che sin dal principio aveva cercato di prosperare in Italia sulle discordie degli elementi indigeni — accese la grande guerra tra Roma e il Sannio.

Quel che sia accaduto tra Roma e Napoli non è chiaro[24]. Ma Napoli era città greca, e perciò sempre ostile all’elemento italico che prevalesse in Campania: a Roma dunque, l’ultima venuta, la più intraprendente e fattiva. Che ci fosse a Napoli un partito avverso a Roma è quindi cosa naturale. Ma come si venne ad una rottura tra Roma e Napoli non si sa. Per un movimento spontaneo di tutta la popolazione greca contro l’egemonia romana? Per accordi segreti coi Sanniti? Per un rivolgimento politico interno?

Non siamo in grado di sciogliere questi quesiti. Certo è che, nel 327, la guerra tra Napoli e Roma scoppiava; e Roma incaricava il console Q. Publilio Filone di muovere all’assedio di Napoli. Ma quando il console giunse sotto le sue mura Napoli aveva ricevuto notevoli rinforzi sanniti. A Napoli Roma trovava dunque il Sannio, alleato dell’ellenismo. Per quale scopo? Per disputargli forse le conquiste campane? Roma, fatta ardita dalla vittoria sui Latini, non esitò a voler chiarita la faccenda, a rischio di una nuova guerra; e, mentre incominciava l’assedio di Napoli, mandò ambasciatori a chiedere che i presidi fossero ritirati da Napoli. La confederazione cercò di eludere la dimanda, allegando che i Sanniti accorsi alla difesa di Napoli erano dei privati, arruolatisi per proprio conto. Roma allora ruppe gli indugi e dichiarò la guerra al Sannio.


23. I principî della seconda guerra sannitica (327-326). — Il dado era tratto. Incominciava il duello tra Roma e il Sannio per il dominio dell’Italia meridionale; quel duello interminabile, che è uno dei tanti indovinelli della più antica storia di Roma. Anche per questa guerra bisogna cercar di leggere nelle lacune e nelle oscurità della tradizione antica. Da principio i due avversari tentarono di spaventarsi a vicenda con mosse diplomatiche e militari, ma senza venire a un cimento decisivo. Roma occupò tre cittadine sulla linea del Volturno — Aflife, Callife e Rufrio — e ne fece tre avamposti romani, destinati a proteggere la Campania in pieno territorio sannita; poi cercò alleati nell’Italia meridionale, e riuscì a indurre i Lucani e gli Apuli a stringere con lei un patto e a promettere armi ed uomini per la guerra, prendendo a rovescio i Sanniti; ciò fatto, si restrinse a continuare l’assedio di Napoli. Alla loro volta i Sanniti fanno scorrerie nei territori romani, cercano alleati tra i Tarantini e si sforzano di staccare gli Apuli e i Lucani dall’alleanza romana; ma non sembrano compiere alcuna seria operazione militare e non muovono un braccio per soccorrere Napoli. Cosicchè in quell’anno non si combattè che intorno a Napoli. E fidando nel soccorso sannita, Napoli resistette per tutto il 327. La bella città, gemma d’Italia e occhio della Campania, una delle pochissime della Magna Grecia, non ancora sommerse dal flutto tempestoso degli elementi indigeni, che conservava, come conserverà per secoli, tutti i caratteri di metropoli ellenica; la bella città, le cui lunghe mura ricordavano al viaggiatore quelle, ancor più gloriose, che congiungevano Atene alla marina, per un intero anno costrinse la sua fiorente gioventù ad abbandonare le opere della pace per far la guardia delle mura e delle porte; per un anno prodigò le sue ricchezze per stipendiare migliaia di mercenari sanniti, e vide di giorno in giorno diradarsi le navi in partenza e in arrivo nel suo bel golfo. Gli opifici cittadini ammutolirono, insieme con le liete feste cittadine e rionali, celebrate dalle fratrie urbane. Non più le belle donne napolitane si incoronarono di fiori al ricorrere di ogni maggio o assistettero agli spettacoli e alle gare periodiche del teatro, dell’Odeon, dello Stadio. Non più schiere di forestieri d’ogni foggia e d’ogni paese convennero nella grande città, a commerciare, a sollazzarsi, ad oziare mollemente, sotto il suo bel cielo. I ginnasi, palestre dello spirito e del corpo, ove il pubblico in folla veniva ad ammirare gli atleti più famosi, o ad ascoltare gli oratori più illustri e più brillanti; ove, fino a pochi mesi prima, ferveva l’ardore di migliaia di giovani, bramosi di tutte le cose belle, si erano vuotati. E l’alba del primo giorno del 326 vide Napoli ancora in armi, inviolata: cosicchè Roma, sorpresa da questa resistenza, fu costretta ad adottare un provvedimento, che doveva essere padre di molte conseguenze nell’avvenire: a prorogare il comando al console che faceva l’assedio e a creare il primo proconsolato romano.

Senonchè la lentezza e le incertezze della confederazione sannitica resero vana questa tenacia. Sia che non volesse, sia che non potesse, la confederazione sannitica non mosse al soccorso di Napoli, non assalì le comunicazioni dell’esercito assediante, non tentò diversioni sul territorio nemico. Napoli si stancò; il partito della guerra perdette terreno; la popolazione, rovinata dal lungo assedio, prese in odio i Sanniti, come alleati malfidi e impotenti. Un bel giorno, i più cospicui cittadini e gli stessi magistrati intavolarono trattative per la resa. Il proconsole impose loro, come prima condizione, di licenziare le milizie mercenarie e di accogliere un presidio romano; poi stipulò un trattato, che lasciava alla ricca città tutto il suo territorio, e ne rispettava l’autonomia, salvo l’obbligo di un’alleanza offensiva e difensiva[25].


24. L’abolizione del «nexum» (326) e le «forche caudine» (321). — Non le armi sole, ma le armi ed il senno fondano gli imperi. Concedendo condizioni così generose, Roma dava un bell’esempio di senno politico. Nell’Italia meridionale le alleanze erano mobili come la terra, sempre percossa dai terremoti. I Sanniti, infatti, eran già riusciti a staccar dall’alleanza di Roma i Lucani; e a stringere un patto con i Vestini. Era dunque miglior consiglio amicarsi i Napoletani, che vendicarsene. Dopo la caduta di Napoli, la guerra languì. Da quel poco che gli antichi ci raccontano, si ricava che i Sanniti e i Romani continuarono negli anni seguenti a molestarsi con incursioni, scorrerie, saccheggi, senza mai venire alla decisione. Senonchè dovunque la milizia è un dovere civico di tutti i cittadini ricchi e poveri, i poveri preferiscono le guerre violente ma brevi, alle caute ma lunghe. La plebe non tardò a lagnarsi di queste lungaggini; e le classi alte se ne impensierirono tanto, che in questi anni, nel 326, una legge abolì finalmente il nexum. La legge era un compenso dei sacrifici, che la lunga guerra contro i Sanniti imponeva al popolo. E difatti per un po’ la plebe, pur lagnandosi, ebbe pazienza; poi, come di solito avviene, si stancò, non fu più paga dei compensi; e incominciò a chiedere guerra più risoluta e più corta; sinchè nel 322 il partito della guerra ad oltranza soverchiò nei comizi il partito della prudenza. Consoli per il 321 furono due uomini nuovi, Sp. Postumio Albino e T. Veturio Calvino, i quali avevano promesso nei comizi elettorali di passare all’offensiva, invadendo il paese nemico. Ben tre o quattro legioni entrarono in quell’anno nel paese nemico dal confine orientale della Campania, per quello stesso territorio, ove più tardi doveva passare la via Appia. Ma la via Appia non era ancora stata tracciata. La difficoltà delle comunicazioni, la precipitazione, la ignoranza dei luoghi, forse anche la incapacità del comando furono cagione di una calamitosa disfatta. Nella gola di Caudio, tra le attuali borgate di Arienzo e Montesarchio[26], in un passo, che gli annalisti avrebbero descritto coi colori più paurosi, l’esercito romano si trovò d’ogni parte accerchiato dai Sanniti. Invano gli impeti di un valore disperato tentarono spezzare quel cerchio di uomini e di ferro. Dopo alcuni giorni, stremati di forze, scoraggiati, affamati i Romani vennero a patti col nemico. I Sanniti non vollero trucidare i Romani, provocando quella guerra mortale, di cui avevano paura: par che qualcuno proponesse di rimandarli liberi, senza impegni di sorta, sperando che questo atto generoso li riconcilierebbe durevolmente con Roma. Prevalse alla fine un partito di mezzo. Il generale supremo, Caio Ponzio Telesino, stipulò con l’esercito vinto un trattato di pace, con cui Roma si impegnava a lasciar tranquillo il Sannio e a sgombrare tutti i territori sanniti occupati e in particolar modo quello di Fregelle; fece passare sotto il giogo l’esercito e lo rimandò libero, trattenendo soltanto poche centinaia di ostaggi.