20. La prima guerra sannitica (342-341). — Ma neppure le leggi Licinie-Sestie posero fine alle turbolenze di Roma. Continuano nella travagliata repubblica le contese per l’elezione dei consoli e le agitazioni degli indebitati. Gli arrabbiati del partito patrizio tentano di impedire che siano nominati consoli plebei, ora per mezzo del console che presiedeva alle elezioni e che poteva escludere a suo arbitrio quante candidature voleva; ora sostenendo invece che nessuna legge poteva vietare ai cittadini di eleggere chi più loro piacesse. Nel 357 due tribuni della plebe fanno passare una legge che fissa il saggio dell’interesse all’uno per cento al mese. Nel 352 è nominata una commissione di cinque, la quale liquidi le partite troppo intricate, o con denaro pubblico, sostituendo con opportune cautele lo Stato ai creditori; o soddisfacendo costoro con beni dei debitori, stimati secondo equità. Neppure le leggi Licinie erano riuscite a guarire il male dei debiti.

Il solo conciliatore infallibile degli interessi e dei rancori è il Tempo. Soltanto nel secondo decennio dopo l’approvazione delle leggi Licinie-Sestie le cose si vanno un po’ tranquillando, anche perchè altre inquietudini sopraggiungono. I Galli non avevano cessato di dar molestia. Due volte, nel 360 e nel 348, avevano tentato di rioccupare il paese, che avevano così facilmente invaso la prima volta. Anche con l’Etruria ci furono guerre e difficoltà: ma il maggior travaglio venne dagli alleati. Il patto, sancito da Spurio Cassio, non reggeva più; sia che il colpo dei Galli e le dissensioni interne avessero screditato Roma, sia che, dopo più di un secolo, anche quella alleanza fosse invecchiata. Per Roma, minacciata dai Galli e premuta dagli Etruschi, questo dissolversi per vecchiaia della lega latina era un grande pericolo: onde non solo noi possiamo argomentare che i partiti e i ceti siano stati indotti da questo pericolo ad accettare alla fine lealmente la transazione attuata dalle leggi Licinie-Sestie; ma spiegare anche l’alleanza conchiusa nel 354 con i Sanniti e il secondo trattato con Cartagine, giurato nel 348. I Sanniti erano una potente confederazione di popoli guerrieri, che, annidati in tempi più antichi nelle montagne poste tra l’Apulia e la Campania, di là erano scesi a conquistare quasi tutta l’Italia meridionale, da un mare all’altro, assoggettando le razze indigene, debellando gli Etruschi e i Greci: il maggior potentato forse dell’Italia, in quel momento in cui gli Etruschi declinavano e i Galli, inquieti, mobili, tumultuanti, scorazzavano tanta parte della penisola, senza radicarsi ancora in nessuna regione. È chiaro che Roma, la quale, prendendo saldo piede nel territorio dei Volsci si era avvicinata al territorio sannitico, doveva desiderare amica la potente confederazione, in tempi in cui le sue antiche alleanze vacillavano. Nè di minor rilievo è il secondo trattato con Cartagine conchiuso nel 348[21], che confermò in molti punti quello del 510, ma lo ritoccò in altri, quasi sempre a vantaggio di Cartagine. Incluse nella nuova alleanza gli Uticensi e i lontani Tyrii della costa siriaca; vietò alle navi latine di viaggiare al di là delle colonne d’Ercole, nei dominî più occidentali dell’Africa cartaginese; vietò ai Romani non solo di fondar colonie, ma anche di commerciare in Sardegna ed in Africa, fuorchè in Cartagine. Insomma questo secondo trattato è anche peggiore per Roma di quello del 510, perchè le chiude in faccia le porte dell’Africa e della Sardegna: in compenso assicura a Roma «che, se in paese latino essi [i Cartaginesi] prendano qualche città non sottoposta al dominio romano, tratterranno il denaro e i prigionieri, ma consegneranno la città ai Romani». La ragione del nuovo trattato apparisce chiara: Roma rinuncia all’Africa e alla Sardegna, perchè Cartagine si impegna di nuovo a non passare dalla Sardegna e dalla Sicilia sulle coste dell’Italia. In quegli anni, in cui le antiche alleanze della repubblica si scioglievano, Roma aveva avuto tanta paura che i Cartaginesi volessero insediarsi sulle coste, da abbandonare la Sardegna tutta quanta a Cartagine, purchè Cartagine di nuovo rinunciasse alla terra ferma.

Ancora una volta Roma faceva prova di quella prudenza, che quasi sempre usò nelle faccende esterne e che fa così strano contrasto con la spensierata imprudenza delle sue lotte intestine. Roma aveva ragione di accarezzar Cartagine, perchè, se le sue antiche alleanze vacillavano, le nuove erano poco sicure. Quasi d’improvviso, nel 343, essa si trovò alle prese con quella confederazione sannitica, con cui pochi anni prima aveva stretto alleanza. La ragione o l’occasione di questo conflitto tra due Stati che sino allora avevano ambedue potuto ampliare i propri territori senza toccarsi, fu la Campania. Quell’aprica e fertile contrada, bagnata dal Tirreno e coronata dagli altipiani e dai gruppi sparsi dell’Appennino napoletano, che antichi e moderni hanno denominata Campania, era da tempo immemorabile abitata da una popolazione intelligente e operosa, che i Greci e i Latini chiamavano Osci (Ὄσχοι). Essi avevano dissodato il terreno; essi ci avevano piantato la vite e seminato i cereali; essi avevano fabbricato le prime città dell’Italia meridionale ed erano forse cresciuti di numero molto più che le restanti popolazioni della penisola. Più tardi avevano conosciuto i Greci e gli Etruschi; ne avevan subito il dominio e le colonie; ma senza essere oppressi, avviliti o distrutti, anzi imparando: cosicchè fino alla metà del secolo V, le civiltà greca, osca ed etrusca avevano potuto fiorire insieme ed accanto, l’una più sulla costa, le altre due più nell’interno, quasi integrandosi a vicenda. Il viaggiatore ammirava nel paese, accanto agli antichi e meschini santuari oschi di legno, i grandiosi templi dorici di marmo, di cui quello di Pesto è ancor l’ammirazione del mondo, e, negli uni o negli altri, i bronzi oschi e greci, le terrecotte policrome, le forme svelte e i profili inimitabili degli Dei d’Omero; ammirava gli atrii delle case etrusche, ampliati dai peristili ellenici; ritrovava nelle modeste e rudi casupole osche le filigrane d’oro, gli argenti, i rami, i ninnoli di ambra, le ceramiche nere e lucenti, gli oggetti di vetro, che i Greci e gli Etruschi fabbricavano o importavano.

Ma sin dalla seconda metà del V secolo, un quarto popolo era venuto a turbare quella lenta fusione. I montanari dell’Abruzzo — i Sanniti — erano discesi nella regione occupata da Greci e da Etruschi; avevano strappato a questi ultimi le colonie più vicine e proseguito verso Oriente, minacciando, da presso o da lungi, le città greche della Campania[22]; quelle belle vive e ricche città, nelle quali il partito aristocratico e il democratico combattevano tra loro con tal furore da sollecitare gli aiuti, ogni qualvolta soggiacevano all’avversario, dello straniero più vicino e potente. I Sanniti avevano approfittato di queste discordie per allargarsi in Campania; ma popolo, a quanto si sa, di rudi guerrieri, non avevano conosciuto la civiltà etrusca e greca senza alterarsi profondamente. I Sanniti, che avevano occupato città etrusche come Capua o città greche come Cuma, si erano presto appropriati la lingua, i costumi e soprattutto i vizi di quei popoli tanto più colti e civili; onde dalla contaminazione della civiltà etrusca e greca con la rudezza sannitica era nato un popolo nuovo e bastardo, che aveva rinnegato la stirpe materna. Capua, ad esempio, la più ricca e la più potente tra le città della Campania, che i Sanniti avessero presa agli Etruschi, la cui aristocrazia era composta in gran parte di Sanniti, rinverniciati di civiltà etrusca e greca, era in guerra continua con la confederazione sannitica. Cosicchè, verso la metà del IV secolo a. C., questa, felice tra tutte le terre d’Italia, era un caos. Gli Etruschi l’avevan ormai quasi interamente sgombrata; ma l’ellenismo si lacerava in discordie furiose, ed ora lottava contro la potenza sannitica, ora ricorreva a questa per soddisfare i suoi odi e le sue ambizioni, soggiacendo quasi sempre nell’un caso e nell’altro; per assimilar poi i barbari vittoriosi, si imbastardiva, pur riuscendo a svegliare nelle loro rudi anime un orgoglio, una sete di piaceri, una cupidigia di ricchezze, che presto o tardi rinnegavano la madre patria. Insomma: l’ellenismo in guerra perenne con sè medesimo e con i Sanniti; i Sanniti, sempre in lotta con la propria stirpe, imbastardita dalla civiltà greco-etrusca.

Roma sarebbe un giorno o l’altro costretta a intervenire nei confusi e sempre inquieti affari della Campania. Quale fu la prima occasione e la prima spinta non è chiaro; perchè il racconto che Tito Livio ce ne ha trasmesso è oscuro; e sembra essere stato poeticamente abbellito per nascondere eventi e fatti, di cui l’orgoglio romano non aveva ragione di compiacersi. A ogni modo ecco quanto sembra possa congetturarsi. Nel 343[23] era nata di nuovo guerra tra la confederazione sannitica e quelle che si potrebbero chiamare le sue rivoltose colonie della pianura: i Sidicini e i Campani. La guerra era scoppiata da principio tra i Sanniti e i Sidicini; ma i Sidicini avevano poi ottenuto l’aiuto di Capua. Senonchè Sidicini e Campani, avendo presto disperato di tener testa al Sannio, si rivolsero a Roma, dimostrandole che essa doveva impedire ai Sanniti di stabilirsi nella Campania. Roma, che era alleata dei Sanniti, esitò lungamente; sinchè — se vogliamo credere a Tito Livio — Capua si offrì addirittura come suddita a Roma. Non resistendo allora alla tentazione dell’agro campano, Roma mandò un’ambasceria ai Sanniti per avvertirli di rispettar Capua, che ormai le apparteneva; onde nacque e fu combattuta nel 342 la prima guerra sannitica, o quella che suol chiamarsi così, nelle storie.

Intorno alla quale gli storici moderni hanno disputato lungamente, dubitando che sia stata mai combattuta. Che Tito Livio ce ne faccia un racconto di fantasia, non è dubbio; perchè, a volergli credere, dopo pericoli immensi, miracolosi scampi e straordinarie vittorie dell’esercito romano, tutt’a un tratto, l’anno seguente, nel 341, Sanniti e Romani fanno una pace ragionevole. I Sanniti restan liberi di far la guerra ai Sidicini; i Romani si tengono la Campania, che i Sanniti promettono di rispettare; di nuovo Romani e Sanniti si alleano. Senonchè, se questo racconto è oscuro e confuso, non ci par possibile cancellare dalla storia di Roma questa guerra, sia perchè non è facile spiegare come e perchè la tradizione l’abbia inventata, sia perchè non si riesce più a intendere come Capua e Roma vengano la prima volta a toccarsi. Pare dunque verisimile supporre che Capua sia riuscita, se non proprio assoggettandosi a Roma, offrendole grandi vantaggi, a far nascere nel 342 serie difficoltà e un principio di guerra tra il Sannio e Roma. Ma questa guerra deve aver durato poco, perchè nè Roma nè i Sanniti volevano impegnarsi fino all’ultimo sangue. Ad ambedue conveniva più l’intendersi che il combattere.


21. La rivolta degli alleati latini e il nuovo ordinamento del Lazio (340-338). — Senonchè — e a questo punto usciamo dalla congettura per rientrare nella storia — questa pace era fatta a spese dei Sidicini e dei Campani. I quali non l’intendevano allo stesso modo. A Capua un partito — il partito democratico — non aveva accettato l’alleanza con Roma, che per aiutare i Sidicini e combattere i Sanniti. Questo partito giudicò dunque la pace tra Roma e il Sannio come la giudicarono i Sidicini: un tradimento; e, insieme con i Sidicini, fece un passo molto ardito: si rivolse alla Lega latina e le offrì alleanza contro Roma. Questa mossa basta da sola a dimostrare quanto profondo fosse il malcontento della Lega. Difatti la Lega latina, spezzando il patto secolare che la legava a Roma, accettò l’alleanza; e Roma, alleata al suo recente nemico, ebbe a sostenere l’urto dei suoi alleati — antichi e nuovi — unitisi tutti contro di lei.

La nuova guerra durò tre anni; ed ebbe anch’essa vicende di cui la tradizione non ha conservato un ricordo molto chiaro. Forse fu anch’essa una di quelle sorprese, che ogni tanto si ripetono nella storia. Poche guerre sembrano aver da principio fatto più paura a Roma; e si capisce. Non solo la rivolta degli alleati sconvolgeva tutto l’ordinamento militare di Roma; ma nessun nemico poteva parere più pericoloso di questo, che parlava la stessa lingua, adoperava le stesse armi e da un secolo guerreggiava con i Romani. La tattica e la strategia romana non potevano aver per lui nè misteri nè sorprese. Invece la guerra fu facile e breve. Una sola battaglia, vinta dai Romani a Trifano, sul confine del Lazio e della Campania, bastò a rompere il fascio delle forze latine e campane, che ai Romani era sembrato da principio così formidabile: prova manifesta, che era debole, sebbene non sia possibile spiegare perchè sembrasse tanto e fosse così poco forte. Sappiamo solo che Capua aveva aderito alla Lega latina, spinta dal partito democratico; che l’aristocrazia parteggiava per Roma e mandò a Trifano, in aiuto delle legioni, un contingente di quella cavalleria capuana che era così famosa, decidendo forse della vittoria; che la battaglia di Trifano, in una città incerta e divisa, bastò a far pendere di nuovo la bilancia dalla parte di Roma. Forse anche in molte città latine, accanto al partito della rivoluzione, c’era un partito fedele. Comunque sia, la battaglia di Trifano frantumò la lega latino-campana.

Questa facile vittoria, in una guerra che era apparsa così difficile e pericolosa, ebbe effetti profondi su Roma. Non solo cancellò dalle menti gli ultimi ricordi dell’incendio gallico; ma infuse nella politica della repubblica, sino ad allora così timida, una insolita risolutezza. Vedendo la lega latino-campana sfasciarsi, Roma non esitò ad impadronirsi del Lazio e della Campania; e con due anni di guerra ridusse tutte le città che non si arresero spontaneamente, dando a tutte un ordinamento nuovo. Al maggior numero delle città latine non fece subire nè violenze nè confische: lasciò il territorio e le leggi; tolse solo a tutte connubia, commercia et concilia inter se; ossia sciolse la federazione latina, vietando a ogni città di fare alleanza, di commerciare e di contrarre matrimoni con le altre, obbligando ciascuna a contrarre per proprio conto un’alleanza separata con Roma. A questo modo, invece di trattare da pari a pari con una potente confederazione, primeggiò come città egemone tra molti piccoli potentati isolati, di cui ognuno era molto più debole. Nel tempo stesso Roma provvide ad allargare intorno alla città il territorio romano dalla parte di settentrione, di levante e di mezzodì. Lanuvio, Aricia, Nomento, Pedo, Tuscolo, perdettero l’indipendenza e furono annessi allo Stato romano, con la concessione della civitas cum suffragio. Ad Anzio fu tolta la flotta e nel suo territorio fu dedotta una colonia. Egual sorte toccò a Velletri e a Terracina. Altre città, come Tivoli, Preneste, pur restando città latine, quindi indipendenti di nome e alleate, furono per castigo spogliate di parte del territorio. A Capua ne fu tolta una striscia sola, piccola e fertile. La stessa Capua, Fondi, Formia, Cuma e parecchie altre città minori furono sottoposte alla signoria romana con la civitas sine suffragio; il che vuol dire che ebbero della cittadinanza romana tutti i diritti e tutti i doveri, tranne il diritto di eleggere i magistrati e di essere eletti.