Senonchè i due primi anni di guerra furono pieni di sgradite sorprese per Roma e per i suoi amici. Apparve ad un tratto quanto la forza militare di Roma fosse indebolita. C’erano nelle legioni ormai troppi soldati che andavano alla guerra con il servitore, che non volevano più obbedire se non quando faceva loro comodo, e che non di vittoria erano avidi, ma famelici di bottino. E i comizi troppo facilmente eleggevano a consoli e a pretori degli uomini leggieri e incapaci, destri solo nel lusingare i vizi e i difetti della moltitudine. L’esercito di coscrizione, che era stato la forza di Roma nella seconda guerra punica, si dissolveva, perchè i cittadini romani si erano fatti troppo ricchi e avevano perduto l’antico spirito. Per l’indisciplina delle legioni e per l’inettitudine dei generali, la guerra cominciò con parecchi clamorosi rovesci e si trascinò per due anni, il 170 e il 169, incerta, lenta, dubbiosa. Il prestigio di Roma vacillò; amici e alleati, ad eccezione di Eumene, incominciarono a tentennare; i Romani dovettero rinunciar perfino a servirsi di contingenti greci ed etolici, tanto poco erano sicuri; il partito macedonico prevalse in molte città greche, tra parecchi popoli dell’Illiria e dell’Epiro; perfino Rodi, antica e fedele amica di Roma, spedì a Roma un’ambasceria a proporre di entrar nel conflitto non più come alleata, ma come mediatrice tra Roma e la Macedonia; e il nuovo Re di Siria si preparò ad assalire ancora una volta l’Egitto! Guai a Roma, se Perseo, più intelligente e più attivo, avesse saputo sfruttare le prime vittorie! Ma Perseo era lento, timido, gretto. A Roma invece i rovesci e il pericolo risvegliarono la coscienza pubblica. Spaventato, il popolo andò a cercare un illustre avanzo della generazione annibalica, un membro eminente del partito tradizionalista, di cui Catone era il capo: il figlio del console caduto a Canne, che da molti anni viveva in disparte, perchè poco amico della gente nova, da cui la repubblica era stata invasa. Eletto console, Paolo Emilio fu mandato nel 168 in Macedonia, con grandi rinforzi.
Paolo Emilio restaurò la disciplina nell’esercito e con una breve ma vigorosa campagna riuscì in quell’anno stesso, con una sola battaglia, a terminare la guerra; sconfiggendo a Pidna Perseo[57]. Il Re di Macedonia fu fatto prigioniero, e in pochi giorni la Macedonia si arrese. Non appena Roma aveva fatto uno sforzo adeguato, il pericolo tanto temuto era dileguato. La Macedonia era prostrata: occorreva statuire sulla sua sorte. Ci fu chi propose di annetterla. Ma Catone, Paolo Emilio, tutto il partito tradizionalista, in quel momento così autorevole, si opposero. Che fare? Si applicò di nuovo l’antico metodo, ma inasprendolo. Come ogni Stato, che vuol comprimere i movimenti vitali di popoli o di classi, Roma era a poco a poco tratta ad usare il terrore. L’antico regno di Alessandro Magno fu questa volta, addirittura smembrato in quattro principati, legalmente autonomi, ma vassalli di Roma; e, quel che è peggio, separati l’uno dall’altro. Tra Stato e Stato il commercio e i matrimoni furono proibiti. Il paese fu disarmato; molte famiglie aristocratiche furono deportate in Italia; la metà delle imposte, che i sudditi versavano all’erario macedone, devolute a Roma. Le miniere d’oro appartenenti al Re di Macedonia furono chiuse: disposizione per noi singolare, e che deve attribuirsi all’autorità di Paolo Emilio e del partito tradizionalista, il quale non voleva che Roma arricchisse troppo. L’Epiro fu saccheggiato barbaramente: 70 città, distrutte; 150.000 Epiroti, venduti schiavi. Alla Grecia, Roma non tolse la libertà, ma inflisse più di un castigo e si premunì con crudeli precauzioni da nuove infedeltà. I notabili dell’Etolia, avversi ai Romani, furono trucidati, e il territorio della confederazione, ristretto; mille cittadini achei furono deportati in Italia, e tra questi Polibio, il grande storico; in tutte le città il partito macedonico fu perseguitato, decimato, rovinato, e molti odi e vendette di famiglia si compirono, prendendo a pretesto la politica. Anche Rodi fu punita per aver tentennato un istante. Il partito mercantile la voleva morta, per toglier di mezzo un concorrente; ma Catone e il partito tradizionalista la salvarono dall’estrema rovina. Pure il partito mercantile riuscì a farle togliere quasi tutti i possedimenti continentali e a far dichiarare porto franco Delo, che era data ad Atene. Delo, ormai piena di mercanti italiani, potè così rapidamente fiorire, come Rodi deperì. Perfino Eumene sentì l’irosa diffidenza di Roma; e ad Antioco di Siria, che stava guerreggiando con l’Egitto, e già quasi aveva conquistato Cipro, fu mandata, per mezzo di Caio Popilio, l’intimazione di ritornar nei suoi Stati e di non molestar l’Egitto. Il Re si affrettò ad obbedire.
Le cose di Grecia e d’Oriente avevano subìto una specie di rimaneggiamento brutale. Roma si faceva più sospettosa, violenta, crudele, a mano a mano che raccoglieva il frutto delle difficoltà seminate; era tratta ad imporre la sua volontà spaventando, dividendo, distruggendo. Era una catena. Ma sino a che punto avrebbe potuto la forza mantenere quell’equilibrio impossibile, a cui Roma mirava?
Note al Capitolo Decimo.
[52]. Cfr. Polyb., 6, 17, 2 sgg.; è questo uno dei passi più importanti dell’opera di Polibio.
[53]. Il divieto era fatto dalla Lex Claudia del 220 (Liv., 21, 63).
[54]. Plut., Cato major, 22, 1-2.
[55]. Su questi famosi processi degli Scipioni, è stato discusso lungamente. Riferiamo gli studi più importanti: Th. Mommsen, Die Scipionprozesse, in Römische Forschungen, II, 417 sgg.; C. Pascal, Il processo degli Scipioni e L’esilio di Scipione Africano, in Fatti e leggende di storia antica, Firenze, 1903, pp. 53-84. Il lavoro del Pascal è assai interessante, in quanto, con argomenti difficilmente contestabili, taglia corto alla tendenza della moderna critica tedesca e italiana di ritrovare, nello studio delle fonti di quei processi, infinite falsificazioni di età posteriore. Ad identico intendimento ci ispirano due studi posteriori: G. Bloch, Observations sur le procés des Scipions, in Revue des études anciennes, 1906, e A. Barbato, Il processo degli Scipioni in Livio, Aversa, 1913. Un altro voluminoso studio sull’argomento: Fraccaro, I processi degli Scipioni in Studii storici per l’antichità classica, 1911, pp. 217-414 è, viceversa, tutto informato alla ipercritica e alla così detta critica radicale, caratteristica dei seminari filologici di Germania e d’Italia.
[56]. Sull’argomento del presente paragrafo, cfr. G. Ferrero, Grandezza e decadenza di Roma, Milano, 1902, vol. I, cap. II.
[57]. Sulla battaglia di Pidna, cfr. I. Kromayer, Antike Schlachtfelder in Griechenland, Berlin, 1907, II, pp. 310 sgg.