Acquistò forza anche maggiore e si diffuse di più lo spirito mercantile, quell’inclinazione al commercio, che già due volte aveva tentato di far di Roma una seconda Cartagine. Durante la seconda guerra macedonica si eran veduti dei soldati romani esercitar l’usura tra gli indigeni. Negli anni seguenti molti Romani e Italiani, contadini e piccoli possidenti, che come soldati o fornitori degli eserciti avevano conosciuto la Grecia e l’Asia, le loro ricchezze, i loro commerci, comprarono, venduto il campo avito o con il gruzzolo messo in disparte nelle guerre, una nave; gli uni si stabilirono a Delo, che, dopo il 192, diventa un ricco emporio romano, e vi apriron depositi di mercanzie asiatiche per i mercanti che venivano dall’Italia a empire di vari oggetti la propria nave, e ai quali era più comodo far capo a Delo, che a Rodi o a Corinto; altri esercitarono il commercio tra Delo e Roma o nel Mediterraneo occidentale. Sorsero sulle coste italiane molti piccoli cantieri; i boschi della Sila, dove si raccoglieva la pece, furono appaltati dallo Stato a gran prezzo; membri della nobiltà senatoria, a dispetto dei divieti[53], parteciparono ai lucri di questa mercatura transmarina, prestando a liberi o a liberti i capitali occorrenti per cominciare.

Insieme con l’ordinamento delle fortune si alterarono gli antichi costumi e le antiche idee. Tornando dall’Oriente, soldati e mercanti portavano il seme di nuovi lussi e bisogni. Se Roma era ancora considerata in Grecia — e a ragione — come una brutta città, senza monumenti e palazzi, imparava però a godere e a sfoggiare; e l’Italia ne seguiva l’esempio. Poco dopo la seconda guerra punica, si aprirono in Roma i primi bagni pubblici — sino ad allora il popolo si era bagnato nel Tevere —; gli abili cuochi incominciarono in questo trentennio ad esser pagati carissimi; si cercarono con grande spesa i vini della Grecia e le costose ghiottonerie dei paesi lontani; si importò dalla Grecia l’arte squisita di ingrassare i volatili; si videro — scandalo nuovo — cittadini comparire nelle assemblee ubriachi, magistrati avviarsi al foro mezzo brilli, tanto che nel 181 si fece una legge per frenare la troppo diffusa inclinazione alla crapula. Belle schiave e bei fanciulli acquistarono pure un gran prezzo.... Tra le antiche, semplici e troppo rare feste latine furono intercalati nuovi e costosi spettacoli, come la caccia alle belve e i giuochi dei gladiatori in occasione dei funerali; la legge Oppia, che restringeva il lusso, fu abolita nel 195; i profumi orientali, i tappeti babilonici, i mobili incrostati di oro e di avorio incominciarono a vendersi anche in Italia, massime a Roma.

Infine, nelle alte classi, la cultura greca mette radice. Tutti i giovani delle grandi famiglie studiano ormai il greco. La filosofia greca apre lo spirito alle idee generali. Le teorie politiche, elaborate dai Greci, cominciano a essere conosciute e discusse dalla nobiltà, che fin allora non aveva conosciuto altra scuola che la pratica e la tradizione. I tentativi letterari, iniziati cinquant’anni prima, riescono a creare le prime opere ragguardevoli. È questa l’età di Plauto, di Ennio, di Pacuvio. Il primo scrive le più belle commedie latine; il secondo introduce in Roma i metri greci e compone il primo poema epico; il terzo innova in Italia il genere tragico.


60. Marco Porzio Catone e il movimento tradizionalista. — I primi trenta anni del II secolo a. C. furono per l’Italia una di quelle età felici, in cui anche chi comincia con poco può far fortuna; perchè il tenor di vita, i desideri, l’industria, il commercio, l’audacia, la cultura, crescono, ingrandiscono, si allargano insieme; onde il lavoro abbonda, i guadagni sono facili, da ogni ricchezza nuova nascono molte occasioni di lucro, le ricchezze figliano rapide. Noi diremmo oggi, con orgoglio, che in quel trentennio Roma e l’Italia progredirono assai. Ma i contemporanei invece si lamentavano che Roma si corrompesse. Quel che noi chiamiamo progresso e civiltà, gli antichi giudicavano corruzione. Già in questo trentennio, che a noi par così prospero e fortunato, una sorda inquietudine angustia le classi alte — specie la sua parte migliore —; e proprio in questo trentennio apparisce nella politica romana un personaggio nuovo, il puritano arcigno, che fa il broncio ai suoi tempi: Marco Porzio Catone. Catone era nato a Tuscolo, nel 234. Era dunque un coetaneo di Scipione l’Africano; apparteneva alla generazione che aveva combattuto Annibale; e, nato da una famiglia modesta di medi possidenti, aveva trascorso la sua giovinezza, combattendo contro i Cartaginesi e coltivando il suo podere. Non era facile, in quella città aristocratica, ad un modesto possidente salire alle più alte cariche dello Stato. Ma Catone era intelligente, attivo, eloquente, energico, coraggioso, onesto; e i tempi erano così difficili, che non consentivano di trascurare un tale uomo. Aiutato da un patrizio, L. Valerio Flacco, dalla cui famiglia la famiglia di Catone era protetta, egli potè essere eletto a 29 anni questore, a 35 edile, a 36 pretore, a 39 console, a 50 censore. Al punto a cui siamo giunti della storia di Roma, dopo la guerra siriaca, Catone è uno dei Grandi della repubblica e il più fiero, ardito, autorevole campione del movimento tradizionalista, che sorveglia e cerca di frenare quelli che noi chiameremmo oggi i progressi della società romana. Mentre vuol che le medie classi rurali siano, come in antico, il sostegno della repubblica, egli venera l’autorità del senato, combattendo solo i senatori e i gruppi dei senatori, che, dimentichi della tradizione, favorivano troppo il nuovo indirizzo. Causa precipua d’ogni male è per lui l’ellenismo. «Catone, — narra un suo biografo antico[54] — disprezzò veramente tutte le discipline proprie dei Greci. Diceva Socrate loquace e violento, e l’accusava di aver favorito in ogni modo la tirannide col rovesciare i costumi patrii e col trascinare i suoi concittadini ad opinioni contrarie alle leggi....». E la profezia, che lascerà al suo figliuolo, sarà che, «allorquando codesta mala genia (i Greci) avrebbe diffuso in Roma la sua letteratura, tutte le cose sarebbero precipitate». Onde egli avversa con tutte le forze il nuovo andazzo dell’istruzione privata e pubblica, l’amore delle cose greche, e tutto quello che all’amore delle cose greche si collega: massimamente il nuovo lusso e la smania dei godimenti, che dilagano per ogni dove. Li combatte con le leggi suntuarie, che limitano il numero dei convitati, le spese per i banchetti, lo sfarzo dell’abbigliamento muliebre; e quando questa arma gli sarà spezzata nelle mani dall’opposizione degli appetiti e degli interessi, si vendicherà nella sua censura, gravando tutti gli oggetti preziosi di imposte quasi proibitive. Tien d’occhio, denuncia e, quando può, reprime senza pietà la rapacità degli usurai, le frodi dei pubblicani, gli abusi dei governatori; perseguita, con accanimento l’insolenza dei meteci romani: i liberti, che, cento volte respinti, sono ritornati alla conquista della cittadinanza romana; e combatte la grande consorteria aristocratica degli Scipioni, che, forte della gloria dell’Africano, cercava di accaparrare per sè la repubblica.


61. Corruzione e progresso. — Catone non avrebbe potuto primeggiare nella repubblica, difendendo questi principî, se fosse stato solo o sostenuto da scarsi e deboli consentimenti. Ma i consentimenti, che egli trovò numerosi, possono stupire solo chi giudichi gli antichi alla stregua di alcune idee moderne, che quelli non professarono e che sarebbero apparse loro false e poco meno che empie. Non è possibile capire nè i tempi moderni nè i tempi antichi, se non si intende come su questo punto le idee degli uomini si siano capovolte. Solo dopochè l’uomo ha inventato la macchina a vapore e scoperto il mezzo di creare rapidamente grandi quantità di ricchezza, egli è venuto nell’idea che sia una perfezione, e quindi un dovere, accrescere i propri bisogni e spendere largamente. Ma non è più di un secolo e mezzo, che l’uomo ha imparato a servirsi a questo modo e per questo scopo del fuoco: prima l’uomo possedeva soltanto gli strumenti che la sua mano o i muscoli degli animali movevano, e quindi, se poteva fabbricare oggetti eccellenti o bellissimi, non poteva fabbricarne che pochi. La semplicità e la parsimonia erano dunque allora, due virtù elettissime; e il lusso, un pericolo, perchè facilmente dissestava le fortune delle famiglie e dei singoli; onde in tutte le civiltà antiche moralisti e legislatori, governi e religioni hanno raccomandato agli uomini la moderazione dei desideri e la semplicità delle abitudini. Roma non poteva fare eccezione alla regola; aveva anzi particolarissimo bisogno di non arricchir troppo, se non voleva che la sua potenza militare fosse scalzata dalle fondamenta. La contradizione era insolubile; e bisognava capirla bene, se si vuole capire la immensa tragedia che incomincia in questi tempi. Abbiamo già detto che i cittadini romani, tra i quali si reclutavano le legioni sostegno della potenza romana, erano un pugno di uomini: tra 2 e 300.000. Ma se il maggior numero di questi cittadini, deposta la vanga e l’aratro, si dava al commercio e agli appalti, arricchiva, si avvezzava ai comodi, ai piaceri ed ai lussi, avrebbe ancora sopportato le fatiche e i disagi delle lunghe guerre? Già durante le guerre di Macedonia e di Siria, gli eserciti romani avevano incominciato a zoppicare. Delle legioni avevan reclamato il congedo; i sotterfugi per sfuggire al reclutamento si facevano più ingegnosi; si vedevano soldati andare alla guerra con il servo, che portasse il fardello e preparasse il cibo; l’antica disciplina si rilassava, perchè i soldati si vendicavano nei comizi dei generali troppo severi. Ma questo non era il solo pericolo. La ricchezza, la cultura greca, lo scetticismo indebolivano nella nobiltà l’abnegazione civica, il rispetto delle leggi, lo spirito di concordia, il senso dell’onore e della rettitudine. In questo trentennio si incominciarono a veder fatti e cose, che non potevano non inquietare chi sapeva quanti nemici circondavano Roma. Appariva una generazione nuova di uomini di Stato: ambiziosi, impazienti, cupidi di cose nuove, che rispettano poco le leggi e punto le tradizioni. Molti si presentano candidati alle magistrature innanzi l’età; la corruzione elettorale si faceva più ardita e sfacciata; e il sospetto che i magistrati abusassero delle cariche per far quattrini, soprattutto appropriandosi parte del bottino in guerra, si divulgava. A torto o a ragione? Sarebbe difficile affermarlo, per quanto, come sempre accade, la facilità del sospetto sembri poter considerarsi come il segno o l’esagerazione di un male che esisteva davvero e cresceva, anche se più lento e meno grave che non pensasse la credula opinione del pubblico. Del resto queste esagerazioni erano a loro volta il segno di un altro male: l’inasprirsi delle rivalità e delle discordie tra le grandi famiglie, man mano che con la potenza, la ricchezza e la cultura di Roma, crescevano l’orgoglio, le ambizioni, le cupidige della nobiltà che la governava. Ne è prova uno dei più clamorosi scandali della storia di Roma, che scoppiò poco dopo la guerra siriaca, e per causa di questa. I due vincitori di Antioco, Lucio e Publio Scipione, furono accusati, il primo di peculato per essersi appropriato una parte della preda siriaca; il secondo, addirittura di perduellione, per aver ricevuto denaro e promesse da Antioco nelle trattative di pace. Gli scrittori antichi ci raccontano questa storia in modo molto confuso, dimodochè non ci è possibile dire se queste accuse fossero o no del tutto arbitrarie[55]. Certo è però che nel senato accusatori e difensori si azzuffarono con forsennata violenza; che tra gli accusatori primeggiò Catone; e che l’Africano, disgustato e stanco, si allontanò da Roma in volontario esilio. Brutto segno, sia che le accuse fossero false sia che fossero vere: nel primo caso, perchè era vergogna che il vincitore di Zama fosse trattato a quel modo; nel secondo, perchè era vergogna che avesse commesso addirittura il crimine appostogli[56].


62. La guerra contro Perseo e il nuovo ordinamento dell’Oriente (171-168). — Tutte queste ragioni ci spiegano Catone, i suoi numerosi seguaci, le loro veementi proteste, quello che si potrebbe chiamare il «Catonismo». Roma, in questo supremo momento, aveva quasi paura di diventar troppo ricca, grande e potente. L’avvenire la spaventava, perchè le appariva troppo bello, almeno alla stregua nostra del giudicare. Strane complicazioni degli eventi umani! Senonchè Roma era ormai spinta alla sua ascesa da forze così numerose e potenti, che fonderebbe un grande impero, non ostante la paura che la faceva sgomenta. La generazione, che visse nel primo trentennio del II secolo, aveva pensato di poter con quella sua ingegnosa politica di interventi equilibrare le cose in modo da impedire agli Stati dell’Oriente di ingrandirsi a spese di Roma, senza che Roma fosse nel tempo stesso obbligata ad ingrandirsi a loro danno. Ma questi Stati orientali erano diversi tra loro e avvezzi da secoli a combattere per ingrandirsi gli uni a spese degli altri; molti potevano vantare una storia più grande e antica di quella di Roma, e disponevano di grandi mezzi: cultura, ricchezze, territori, uomini. Impossibile era pietrificare l’Oriente in quell’equilibrio artificioso, che più conveniva ai Romani. La vita ripigliava ad ogni momento i suoi diritti; e il faticoso equilibrio ogni momento pericolava. Chi potrebbe enumerare tutte le brighe che la politica romana trovò nelle cose di Oriente dopo la vittoria su Antioco? Oggi era la lega achea, che veniva in guerra con Messene; domani la lega etolica, che interne discordie laceravano: un giorno Filippo di Macedonia, approfittando dei servigi resi a Roma nella guerra contro Antioco, cercava di riallargare il suo dominio nella Grecia e nella Tracia, e faceva nascere una grande paura nella lega etolica e nel regno di Pergamo; un altro giorno il Re di Pergamo si azzuffava con il Re di Bitinia, o moveva, con il Re di Cappadocia, guerra al Re della Cappadocia pontica, in cui aiuto voleva moversi il nuovo Re di Siria, il successore di Antioco III, Seleuco IV; il quale poi ripigliava a intrigare e a combattere contro l’Egitto, l’eterno antagonista! Roma era costretta quasi ogni giorno a intervenire e a compiere un lavoro di Sisifo, che dappertutto feriva interessi, offendeva orgogli, moltiplicava i nemici. Nel ventennio che segue la grande vittoria siriaca, crebbe in Oriente l’avversione per Roma: e gli animi ritornarono dovunque, per opposizione, più che per spontanea simpatia, verso la Macedonia. Sebbene Roma avesse alla fine, dopo averli tollerati in principio, impedito i nuovi ingrandimenti tentati da Filippo ai danni di Eumene e della lega etolica, Filippo non si era scoraggito: si era rivolto ad allargare il suo dominio nella Tracia; a riordinare le finanze; ad amicarsi le valorose popolazioni barbare dimoranti oltre il Danubio; così da poter lasciare, morendo nel 179, uno Stato forte e fiorente al figlio Perseo. Perseo continuò le arti del padre; cercò amicizie palesi e nascoste, in Grecia e nell’Illiria, sposò una figlia del Re di Siria, riuscì ad annodare dei buoni rapporti con Rodi, l’antica amica di Roma, che incominciava a stancarsi della sua troppo potente protettrice; tentò di avvicinarsi alla lega achea e divenne la speranza di tutti i nemici di Roma, in Grecia e in Oriente.

A poco a poco quell’artificiale politica dell’equilibrio generava l’effetto opposto: lo squilibrio universale, un disordine maggiore, la tempesta. Perseo diventa il campione e la speranza di tutti i nemici di Roma, in Grecia e in Oriente, più per forza di cose che per deliberato proposito. Non privo di intelligenza, ma timido e gretto, temeva il cimento a cui lo spingevano gli eventi ed i tempi; ma non aveva neppure l’intelligenza e la volontà necessarie per resistere a queste spinte. Così a poco a poco lasciava che la nuova guerra maturasse, senza prepararsi. Con questo procedere a mezzo egli poteva sortire un solo effetto: che la guerra scoppiasse nel momento per Roma più favorevole. E così accadde. Roma aveva in Oriente un amico sicuro: il Re di Pergamo. Costui sorvegliava inquieto le mosse del partito anti-romano, dappertutto crescente; e a poco a poco tanto disse e tanto fece, — si recò persino a Roma in persona — che persuase il senato romano a toglier di mezzo il pericolo, facendo guerra alla Macedonia e distruggendola. Se no, il prestigio di Roma in Oriente cadrebbe. Il senato allora, prese il primo pretesto che gli si offrì, per dichiarare, pel 171, alla Macedonia la guerra. Di nuovo Roma assaliva per la paura di essere assalita più tardi.