Roma teneva d’occhio questi maneggi, ma desiderava di evitare una nuova guerra in Oriente. La Gallia Cisalpina, ove ogni anno occorreva spedir truppe; la Spagna, sempre inquieta e turbolenta, davano già troppi fastidi. Perciò essa tentò a più riprese di persuadere Antioco, con le buone, a ritornare in Asia, abbandonando Lisimachia e a liberare le città greche; ma inutilmente. Antioco vantava i suoi diritti storici sulle città traciche; consigliava i Romani, se proprio eran tanto teneri della libertà delle città greche, a liberare Taranto e Siracusa; e insomma sempre più propendeva al partito anti-romano, che gli faceva ressa d’intorno. Sinchè, nell’autunno del 192, fidando negli Etoli, i quali avevano promesso che, al suo apparire nella penisola, tutta la Grecia si sarebbe sollevata, approdava in Tessaglia con 10.000 fanti, 500 cavalli e 40 navi. Roma fu costretta a raccogliere la sfida. Per fortuna, in quell’anno la Cisalpina era quieta; onde il senato potè spedire nel 191 un forte esercito contro Antioco.

D’altra parte gli Achei, Atene, molte delle città greche, e lo stesso Filippo di Macedonia parteggiarono per Roma: cosicchè, non appena l’esercito romano sbarcò in Grecia, il Re di Siria, sentendo di non poter tenere la Tessaglia, si ritirò verso la Grecia centrale. Al passo delle Termopili, egli sperò di ritentare con maggior fortuna le gesta di Leonida. Ma i Romani non erano i Persiani; Antioco fu vinto e costretto a ripassare in Asia, mentre tutta la Grecia, ad eccezione degli Etoli, di nuovo si sottometteva ai Romani. Poco dopo, la flotta romana, rinforzata da quelle di Rodi e di Pergamo, sostenuta con aiuti di tutti i generi dalle grandi città delle isole dell’Egeo — Samo, Chio, Lesbo — vinceva nelle acque di Chio la flotta di Antioco, assicurandosi il dominio del mare. Roma ne approfittò per preparare subito una spedizione in Asia, che colpisse al cuore la Siria: impresa vasta ed ardita, per la quale si pensò al vincitore di Zama. Ma Publio Scipione non poteva esser rieletto console, poichè il tempo legale non era ancora trascorso dalla sua ultima elezione: si pensò dunque di eleggere console suo fratello, L. Cornelio Scipione, e di porgli accanto, con titolo e autorità di proconsole, il fratello. Al principio del 190 Scipione passò in Grecia con il nuovo esercito; conchiuse una tregua con gli Etoli, che ancora non volevano dichiararsi vinti; si fece dare un contingente dagli Achei e attraversò la Macedonia e la Tracia per passare in Asia; dove i Re di Pergamo e Rodi facevano grandi preparativi per prestargli man forte. A sua volta Antioco raccoglieva i rinforzi di tutti i suoi alleati dell’Asia minore: dei Galati, dei Paflagoni, della lega Licia, del Re di Cappadocia; rinforzava la flotta, l’anno prima vinta, dando il comando di una parte ad Annibale. Ma Annibale fu vinto dai Rodî; Antioco non riuscì ad impedire il passaggio dell’esercito in Asia; e tentò invano di vincere il Re di Pergamo prima che si congiungesse con i Romani, poi di trattare. Dovè dunque, sul finire dell’anno 190, accettare battaglia presso Magnesia ad Sypilum; e in questa i Romani, grazie soprattutto all’aiuto di Eumene, lo disfecero interamente. Caduta l’ultima sua speranza, Annibale fuggiva in Bitinia, e il Re vinto abbandonava a Roma tutta l’Asia al di qua del Tauro; acconsentiva a pagare in 12 anni una indennità di 15.000 talenti, a ridurre la flotta e a non tenere più elefanti da guerra. Il bottino della guerra era stato dunque copioso; ma Roma non tenne per sè che l’indennità di guerra, e distribuì ai suoi alleati tutti i territori ceduti da Antioco. Le città greche furono liberate; i Rodî ebbero buona parte della Caria e la Licia: il Re di Pergamo ottenne la maggior parte e la migliore di quello che un tempo era stato il giardino del regno dei Seleucidi: il Chersoneso tracico, la Lidia, la Frigia e una parte della Caria (189)[51]. Non ci furono, a Roma, discussioni e dissensi su questa pace. Tutti erano d’accordo nella formula della nuova politica: guerre sì, conquiste no. Dopo aver vinto, nel volgere di pochi anni Cartagine, la Macedonia, la Siria — i tre maggiori potentati del tempo —; dopo averli costretti a pagare ingenti indennità, Roma era ormai la potenza egemone del Mediterraneo. Questa egemonia, sostenuta con il denaro dei vinti, valeva agli occhi dei Romani più che gli ingrandimenti territoriali.

Note al Capitolo Nono.

[48]. Liv., 31, 6 e 7.

[49]. Cfr. G. Bloch, La République romaine; conflits politiques et sociaux, Paris, 1913, p. 138.

[50]. Liv., 32, 3.

[51]. Polyb., 21, 14, 3 sgg; 22, 7, 7 sgg.; 22, 26, 1 sgg.

CAPITOLO DECIMO IL CREPUSCOLO DELL’ANTICA ROMA

59. Rivolgimenti economici e sociali della prima metà del II secolo. — Tuttavia queste guerre di Oriente, se non ingrandirono l’impero di Roma, generarono un effetto anche maggiore: precipitarono la rovina della antica Roma, che aveva fondato la repubblica e latinizzato tanta parte d’Italia; e che già da più di un secolo veniva alterandosi per opera dell’ellenismo. Quante cose non erano cangiate negli ultimi cinquanta anni! Intanto, per la prima volta, dopo secoli di continue strettezze, lo Stato conosceva la felicità del facile e largo spendere. L’erario riboccava d’oro. Le miniere d’argento della Spagna, le indennità imposte a Cartagine, alla Macedonia e alla Siria, il bottino delle guerre della Cisalpina, della Spagna e dell’Oriente — metalli preziosi, redditi di miniere, terre, boschi, schiavi — lo colmavano. Cosicchè Roma poteva spendere largamente, non solo per le guerre, ma pure per i servizi civili. Il primo trentennio del secondo secolo è meritamente famoso per le grandi opere pubbliche a cui si pose mano. Nel 187 si cominciò la costruzione della via Emilia, che avrebbe continuato la Flaminia attraverso la Cispadana, da Rimini a Piacenza; nel 181 si terminerà la fognatura di Roma e il prosciugamento delle paludi pontine; nel 177 si aprirà attraverso l’Etruria la nuova via Cassia; la censura del 174 andrà famosa per il gran numero di lavori pubblici ordinati a Roma e nelle colonie. Cosicchè mai come in questo trentennio gli appalti pubblici erano stati così numerosi, lucrosi e molteplici: lavori pubblici, forniture militari, imposte, dogane da riscuotere, miniere, foreste, terreni appartenenti allo Stato. Molti giovani della media classe rurale, che avevano portato un piccolo capitale dalle guerre di Oriente e d’Occidente, sollecitarono e ottennero con facilità di questi appalti, o da soli, o in società, o facendosi prestare dei capitali da qualche persona ricca, che avrebbe partecipato al guadagno comune. La conoscenza e la pratica di questa specie di affari si diffusero; e in Roma e in Italia si formò in quel trentennio una classe così numerosa di medi capitalisti, vivente agiatamente sulle pubbliche forniture, che qualche decennio più tardi Polibio potrà dire addirittura che «tutti i cittadini romani» facevano di questi affari[52].

Anche l’agricoltura e la pastorizia sembrano svilupparsi. Sin dalla fine della guerra annibalica si era speculato a Roma largamente sulle terre dell’Italia meridionale, rinvilite per le devastazioni e la morte dei proprietari. In seguito, man mano che i capitali e gli schiavi divennero più numerosi, tutta l’Italia si diede a speculare sul nuovo ager publicus. Molti proprietari, latini o alleati, ne ottennero facilmente un pezzo, che aggiunsero al loro campicello e misero a coltura, dopo aver comperato degli schiavi, con le economie della guerra. I più ricchi pigliarono in affitto vaste terre pubbliche, sia in Italia che fuori, per pascolare mandrie di buoi, di maiali, di capre, di pecore. La grande pastorizia doveva rendere molto in quegli anni; chè gli eserciti consumavano molte pelli di capre per le macchine, molta carne salata di porco per i soldati. Crebbe dunque nel senato e nell’aristocrazia il numero delle grandi fortune fondiarie. L’antica politica agraria è ripresa su più vasta scala: nelle nuove colonie della Cisalpina, dedotte fra il 189 e il 177 — Bologna, Parma, Modena, Aquileia, Lucca, Luni — si assegnano ai nuovi occupanti campi più vasti che nelle antiche.