Ma Filippo ed Antioco avevano scelto bene il momento. Se l’Egitto era impotente, l’Italia era in mille difficoltà. Dal braciere del grande incendio appena domato sprizzavano turbini di faville, che avrebbero per lunghi anni sollevato incendi minori: guerre nella Spagna, vinta ma non pacificata; guerre nella pianura padana, ove i Galli avevano sino all’ultimo disperatamente combattuto per la causa cartaginese e non accennavano a deporre le armi neppure dopo la pace; guerre in Liguria, donde gl’indigeni infestavano le vie marittime tra l’Italia e la Spagna, non che le coste galliche e iberiche. Poteva Roma, con l’Italia esausta dalla grande guerra allora allora finita, impegnarsi a fondo nelle faccende orientali, che in fin dei conti la toccavano molto poco, solo per impedire che Filippo ed Antioco ingrandissero troppo i loro Stati, a spese dei Lagidi? Noi sappiamo infatti che a Roma l’opinione popolare reclamava la pace. Il senato invece non esitò ad accoglier la domanda di aiuto; spedì a Filippo un’ambasceria, che gli chiedesse di cessar dalle armi contro gli alleati; e, quando l’ambasceria ritornò senza risposta, non esitò a far proporre ai comizi dai consoli dell’anno seguente — il 200 a. C. — la guerra alla Macedonia.

Come si spiega questo risoluto atteggiamento del senato? Tito Livio pone in bocca al tribuno della plebe, che più strenuamente oppugna la guerra, un discorso in cui accusa il senato e i Grandi di far nascere di proposito le guerre l’una dall’altra, così da non finirle più; e al console che pèrora la guerra un altro discorso, che si può riassumere così: occorre far la guerra a Filippo in Macedonia, perchè se no tra poco Filippo verrà a farla a noi in Italia[48]. In questi discorsi, anche se inventati da Tito Livio, sono esposte le viste vere dei due partiti, quello della pace e quello della guerra. Il popolo era stanco di combattere; ma a quanti guardavano oltre il bisogno e l’interesse del giorno, la guerra annibalica aveva dimostrato che, mentre Roma allargava il suo impero oltre il mare, l’Italia non era punto sicura. Annibale era pur riuscito ad entrare in Italia, e a restarci sedici anni; non solo, ma a trovar soldati e aiuti e appoggi di tutti i generi. L’Italia era questa volta scampata al pericolo; ma l’avventura era stata troppo calamitosa, perchè la gente avveduta non reputasse necessario premunirsi per l’avvenire. L’inviolabilità dell’Italia diventa, da questo momento, un principio capitale della politica romana. Non per altra ragione il senato volle nel 200 la guerra contro la Macedonia, se non per tagliar la strada, prima che potesse mettersi in cammino, ad un nuovo Annibale. La Macedonia era forte d’armi e ricca di denaro; era stata alleata di Annibale; aveva già mostrato di temere i Romani e di non gradire la loro presenza sulla sponda orientale dell’Adriatico; non era infine più distante dall’Italia di Cartagine; e — vantaggio di cui Cartagine non aveva goduto — era uno Stato greco.... Non bisogna dimenticare che a quei tempi l’Italia meridionale era ancora, per metà, greca; cosicchè uno Stato greco poteva considerarla come un territorio riserbato al proprio impero. Che cosa sarebbe successo se un giorno, mentre i Cartaginesi continuavano copertamente ad alimentare nell’Italia settentrionale la rivolta dei Galli, la Macedonia avesse tentato di assalire Roma dal sud, rivoltando contro di lei i Greci del mezzogiorno e ripigliando il disegno di Pirro?

Il senato voleva dunque impedire alla Cartagine dell’Adriatico di rafforzarsi troppo. Ma il popolo non ne voleva sapere; e nei comizi respinse la guerra. A sua volta il senato insistè; si sforzò di convincere il popolo, facendolo arringare da numerosi oratori; riuscì a portar di nuovo la questione ai comizi, e, questa volta, a vincere il punto. Il fatto è d’importanza, perchè ci dimostra quanto la guerra annibalica avesse accresciuto l’autorità del senato e dell’aristocrazia. Il partito democratico-rurale, che prima della guerra annibalica veniva acquistando potere, era sparito durante la guerra; e non è difficile intenderne la ragione. In quegli anni terribili Roma dovette, non disputar di politica, ma difendersi: il senato, che solo sapeva dirigere una guerra così lunga e così vasta, predominò per necessità di governo, crebbe di prestigio e di forza, e si ritrovò alla fine pieno degli uomini o dei figli degli uomini, che si erano illustrati in tante battaglie, unito e concorde come non era stato mai, perchè le rivalità di partito, le gelosie e gli odi di famiglia si erano indeboliti, e quasi del tutto era stata cancellata l’antica differenza tra patriziato e senatori plebei. Noi conosciamo i nomi di 148 senatori, che dal 312 al 216 avevano coperto le così dette magistrature curuli, la dittatura, la censura, il consolato, l’edilità curule: 73 sono patrizi e 75 plebei; e mentre i 73 senatori patrizi appartengono a 15 famiglie soltanto, i 75 senatori plebei appartengono a 36[49].

La guerra contro la Macedonia fu dunque imposta dal senato al popolo, come la prima guerra contro Cartagine era stata imposta dal popolo al senato. Ma il senato non mirava punto ad una guerra di conquista in Macedonia. Ogni anno era necessario mandare un esercito nella Gallia Cisalpina a combattere i Galli che, guidati da irregolari cartaginesi, incominciavano una guerra atroce di sorprese e d’imboscate, di paci simulate e di rivolte subitanee. Roma non poteva impegnarsi in una impresa transmarina troppo ardita. I disegni del senato erano modesti: costringere Filippo a raccogliere in più piccolo cerchio le sue ambizioni; e costringerlo non con le armi soltanto, ma anche e più con l’arte diplomatica, sfruttando le infinite e inviperite discordie del mondo greco. Roma era già alleata con il Re di Pergamo, con Atene, con Rodi: occorreva guadagnare gli Etoli, da lungo tempo nemici della Macedonia; gli Achei, che invece inclinavano piuttosto all’alleanza macedonica; e quanti altri popoli o Stati si potesse: accerchiare insomma Filippo e obbligarlo a cedere, risparmiando denari e soldati. Il che ci spiega il singolare e incerto andamento della guerra. Nel primo anno i due principali avversari sembrano, più che cercarsi, schivarsi. Il console Publio Sulpicio Galba sbarca ad Apollonia in Illiria con un esercito e lì si ferma, per far dell’Illiria una base di operazione contro la Macedonia e per intrigare presso gli Etoli, gli Achei e i piccoli principati illirici. Filippo invece si butta con notevoli forze nell’Attica, dove operavano forze romane, rodie e pergamee sbarcate a difesa di Atene. Queste riescono di sorpresa a impadronirsi di Calcide, ma non osano affrontare Filippo; Filippo per rappresaglia devasta l’Attica, mentre intriga per tirare dalla sua gli Achei. L’anno 200 si chiude perciò senza eventi decisivi. Sulpicio è riuscito a guadagnare gli Atamani e alcuni piccoli principi illirici; ha fallito invece con gli Etoli e non è venuto in contatto con l’esercito macedone; Filippo a sua volta ha tentato invano gli Achei. Etoli e Achei vogliono vedere come si metteranno le cose, prima di decidere. Sulpicio capisce che la sola presenza di un esercito romano in Illiria non basta a scuotere i due popoli: e l’anno dopo, nell’estate del 199, irrompe attraverso l’Illiria nella Macedonia superiore, mentre la flotta romana, unita con quella di Attalo e di Rodi, attacca le coste della Macedonia, l’Eubea e le isole minori. Filippo si reca a fronteggiar l’esercito romano, ma non si impegna a fondo; a sua volta il console romano non cerca di costringere il nemico a una battaglia decisiva, sia che non voglia, sia che non possa; e dopo diversi combattimenti favorevoli alle armi romane, quando gli Etoli si son dichiarati per Roma, invece di avanzare verso il cuore della Macedonia, si ritira di nuovo in Illiria come chi ha ottenuto il suo intento. Nella seconda metà del 199, egli cede il comando al console Publio Villio che, giunto d’Italia dopochè gli Etoli hanno accettato l’alleanza romana, muta il piano di guerra; e pensa di minacciar la Macedonia, non più dal nord, ma dall’Etolia e dalla Tessaglia. Al principio del 198 egli mette ad effetto il piano, tentando di invadere la Tessaglia: ma più pronto, Filippo gli sbarra la strada occupando una fortissima posizione nelle gole dell’Aoo. Incapace di girarla e non sentendosi di assalirla di fronte, Villio si ferma: per un certo tempo i due eserciti campeggiano di fronte, senza muoversi; e chi sa quanto sarebbe durata quell’inazione, se ancora nella primavera non fosse sopraggiunto il successore di Villio, Tito Quinzio Flaminino, un giovane di molto ingegno e di molta risolutezza. Il quale, dopo aver consumato quaranta giorni a osservare il nemico senza muovere un passo e dopo aver tentato invano di intendersi con Filippo, riuscì con l’aiuto di un principe epirota a minacciare di aggiramento, per certi sentieri poco noti della montagna, la posizione di Filippo. Allora il Re di Macedonia si ritirò in Tessaglia, devastandola al suo passaggio, e dalla Tessaglia passò in Macedonia; ma senza essere inseguito da Flaminino. Il console romano si recò in Epiro, a ricevere la sottomissione di popolazioni sino allora rimaste fedeli a Filippo; poi, insieme con gli Etoli, entrò in Tessaglia e incominciò ad assediare tutte le città fedeli ai Macedoni o presidiate da loro, sinchè all’avvicinarsi dell’inverno ritornò sul golfo di Corinto, per provvedere ai quartieri d’inverno; con uno sforzo supremo riuscì a guadagnare alla causa romana gli Achei, promettendo loro Corinto; e con forze achee, aiutate da una flotta romana, mosse contro questa città.

Insomma anche Flaminino non mirava a colpire al tronco la Macedonia, ma a reciderne i rami troppo allungatisi, e la cui ombra dava noia a Roma. Senonchè il terzo anno già volgeva al suo termine, e la guerra non accennava a finire: a Roma molti erano malcontenti e gli amici di Flaminino ne approfittarono per ottenergli il prolungamento del comando. Essi convinsero senato e popolo che la guerra andava per le lunghe, perchè ogni anno si cambiava il generale. Flaminino tentò allora, nell’inverno dal 198 al 197, di finire la guerra con le trattative; ma Roma voleva ottenere senza combattere il premio della vittoria; ossia che Filippo abbandonasse tutta la Grecia, comprese le piazzeforti di Demetriade, di Calcide e di Corinto. Non fu possibile intendersi. Nel 197, Flaminino, raccolto un esercito, mosse risolutamente per assalire la Macedonia. A questo attacco serio Filippo dovè rispondere, parando sul serio. I due eserciti si incontrarono finalmente a Cinocefale; e il macedonico fu disfatto.

Alla battaglia seguì un armistizio, poi una tregua, durante la quale fu negoziata la pace. Gli alleati di Roma chiedevano la distruzione della Macedonia. Ma Roma non acconsentì. La Macedonia doveva restare forte abbastanza, da essere baluardo della Grecia contro i barbari del nord, ma non quanto fosse pericolo a Roma. La Macedonia ebbe dunque la pace, acconsentendo ad abbandonare tutti i possedimenti nell’Illiria, in Grecia, in Tracia, in Asia minore, nelle isole dell’Egeo; a pagar mille talenti, metà subito metà in dieci anni; a ridurre l’esercito a 5000 uomini e l’armata a 5 navi coperte; a non fare alleanze e guerre fuori della Macedonia senza il consenso del senato romano. Era insomma ridotta poco meno che alla condizione di Stato protetto: ma era tanto vero che i Romani volevano solo togliersi dal fianco il pericolo macedone, che dei vasti territori conquistati non si appropriarono neppure un palmo. Gli Etoli riebbero quel che avevano perduto nella prima guerra macedonica; gli Achei ottennero Erea e la Trifilia; il territorio illirico fu dato a principi illirici: quanto al resto, tutte le città greche, che erano state soggette a Filippo in Grecia ed in Asia, furono da Flaminino dichiarate libere, con un decreto che in mezzo a un delirante entusiasmo fu letto dal proconsole romano nei giuochi istmici del 196. Esser dichiarate libere significava, per queste città, ridiventare ciascuna autonoma, come nei tempi il cui ricordo splendeva ancora così luminoso innanzi alla Grecia ormai tanto decaduta. Ai Romani questa soluzione cadeva acconcia per sbarazzarsi del fardello di tutte queste città, di cui non potevano caricarsi; per non cederle a chi potesse servirsene contro la loro potenza; per rendere omaggio a quella libertà repubblicana, che i Romani ammiravano tanto a paragone della sudditanza monarchica.


57. La nuova politica dell’egemonia militare e diplomatica. — A chi la giudichi alla stregua dell’insaziabile avidità di territori, che da due secoli non dà pace agli Stati dell’Europa e dell’America, questa pace può sembrar singolare. Avere in propria balìa la Macedonia e la Grecia, e resistere alla tentazione! Ma dalla fine della guerra annibalica in poi, man mano che gli anni passano, cresce in Roma l’avversione agli ampliamenti territoriali. Se si vuol vigilare tutto il Mediterraneo e spegnere sul nascere le coalizioni che l’invidia e la paura possono ordire, non si vogliono ingrandire i confini dell’impero, poichè le forze militari di Roma bastano appena a difendere quel che già essa possiede. Questa moderazione era savia. L’esercito romano si componeva di due parti: le legioni composte di cittadini romani e i contingenti italici. Era necessario che tra queste due parti ci fosse una certa proporzione, cosicchè i secondi non soverchiassero troppo i cittadini. Ma i cittadini diminuivano: 262.321 nel 294-293 non erano più che 258.318 nel 189-188. Aumentare l’esercito voleva dunque dire italicizzarlo. Inoltre il servizio militare era a Roma, come abbiamo detto più volte, un dovere civico e non un mestiere; onde, se Roma poteva con minore spesa di Cartagine e dei sovrani orientali, che adoperavano milizie mercenarie, tenere sotto le armi un esercito più numeroso, non poteva servirsene così liberamente per spedizioni lontane, nè tenerlo sotto le armi per anni ed anni. In tutti i tempi gli eserciti di leva hanno servito meglio a difendere il proprio territorio, che a conquistare con guerre lunghe territori lontani. Le legioni, mandate alla guerra di Macedonia, avevano minacciato più volte di ammutinarsi[50]. Se non era facile aumentare i soldati, anche più difficile sarebbe stato per Roma aumentare il numero degli ufficiali e tutto il personale amministrativo, quanto gli ampliamenti dell’impero avrebbero richiesto. Questo personale non poteva essere somministrato che dall’aristocrazia senatoria, sia perchè tutto l’ordinamento politico e militare della repubblica posava sulla nobiltà, sia perchè la nobiltà aveva acquistato un tal prestigio, che le classi medie e la plebe di Roma e dell’Italia ormai non ammettevano più nemmeno di poter essere comandate in guerra da uomini di altra condizione. Ma la nobiltà romana era una piccola oligarchia — un centinaio di famiglie, sì e no —, e non poteva mettere al mondo, ad ogni generazione, più che un certo numero di generali, di ambasciatori, di giureconsulti, di amministratori.


58. La guerra con la Siria (191-189). — Non è dunque da stupire, se nel proposito di non ampliare più i confini dell’impero noi troviamo a questo punto concordi tutte le classi e tutti i partiti. Il più illustre e risoluto campione della nuova dottrina è lo stesso vincitore di Zama. Riordinare le finanze, riconquistare definitivamente la valle del Po, che era stata la cagione della seconda guerra punica, assicurarsi la Spagna ancora riottosa, per il resto del mondo mediterraneo, tener gli occhi aperti e impedire con tutti i mezzi il crescere di Stati troppo potenti: questi sono i propositi capitali della nuova politica. Guerre, sì; conquiste, no: tale è la singolare divisa di questa politica negativa, per la quale Roma, sentendo, a torto o a ragione, di non poter più crescere, voleva impedire ad altri Stati di oltrepassarla. Senonchè questa politica non era nè facile nè di poco impegno. Anche per essa le guerre generavano le guerre: concatenazione fatale. La guerra con la Macedonia non era ancora terminata, e già nascevano pericoli e preoccupazioni dalla parte della Siria. Nel 198 Antioco, mentre Roma e la Macedonia erano alle prese, conquistava parecchie città poste sulla costa meridionale dell’Asia minore; nel 197 occupava Efeso; nel 196 metteva il piede in Europa, a Lisimachia. E le città della Troade ricorrevano a Roma, implorando aiuto, alcune anche facendo testo del decreto con cui Flaminino liberava le città greche dell’Europa e dell’Asia. Roma era dunque, in certa misura, impegnata a sostenerle; e difatti nel 196 i commissari mandati dal senato a riordinare la Macedonia videro Antioco a Lisimachia; e in forma cortese gli chiesero la libertà di quelle città. Ma questi abboccamenti furono interrotti dalla falsa notizia della morte del Re di Egitto, che obbligò il Re di Siria a ritornare nei suoi Stati; e Roma, che non voleva impegnarsi alla leggiera in una nuova guerra, si riservò di ripigliar la questione ad altro momento. Intanto però un nuovo pericolo nasceva dalla parte degli Etoli. Gli Etoli non solo non avevano ottenuto le spoglie della Macedonia dilaniata; ma la libertà, concessa alla Grecia, era stata nefasta alle loro ambizioni. Perciò incominciavano a intrigar contro Roma, sia sobillando le città greche, sia invitando con viva istanza Antioco a passare in Europa. Infine — e non era cosa di poco momento — Annibale, che, per ragioni non ben chiare, era stato costretto a lasciare Cartagine, giungeva nel 195 alla Corte di Siria!