[41]. Queste, come le cifre precedenti e seguenti, risalgono a un’epigrafe dettata dallo stesso Annibale in memoria delle sue gesta italiche, a Lacinium, che lo storico Polibio conobbe e seguì nella sua grande opera (3, 56). Non abbiamo accolto i dubbi della moderna critica tedesca sulla presunta esagerazione di queste perdite, sia perchè Annibale ci pare fosse in grado di sapere quanti soldati aveva perduti meglio dei professori moderni; sia perchè la storia militare ci avverte come, in parecchie grandi campagne, antiche e moderne, le perdite che gli eserciti hanno subite per via dell’inclemenza delle stagioni, sono state più gravi di quelle toccate nelle vere e proprie battaglie campali.

[42]. Il nome tradizionale dello scontro, è quello di battaglia del Ticino; ma il luogo preciso ove avvenne la battaglia è incerto.

[43]. Molto hanno discusso gli eruditi per ritrovar dove fossero queste famose paludi; e con tanto maggiore accanimento, perchè Polibio e Livio non solo si contradicono tra di loro su questo punto, ma sono ambedue oscuri e imprecisi. Senonchè per sciogliere i dubbi non c’è che un mezzo: tener conto della ragione militare. Annibale non può aver imposto al suo esercito la fatica di marciare per parecchi giorni nelle paludi con l’acqua a mezza gamba, se non per evitare un ostacolo che gli sbarrava la strada. Ora dalla battaglia delle Trebbia sino alla battaglia del Trasimeno il solo ostacolo serio che egli doveva incontrare, era Arezzo, dove Flaminio l’aspettava. Noi sappiamo d’altra parte che Annibale eluse Flaminio, sbucandogli all’improvviso alle spalle, tanto che Flaminio fu costretto a rivoltare il fronte del suo esercito e inseguirlo nella direzione del Trasimeno. È dunque chiaro che Annibale ha gettato il suo esercito nelle paludi, per aggirare la posizione di Arezzo, costringere Flaminio ad uscire in campo aperto, invece di assalirlo nella posizione fortificata.

[44]. La più sicura biografia politica di Fabio Massimo è contenuta in un’epigrafe, dettata in sua memoria e in suo onore; CIL, I, p. 288, n. XXIX.

[45]. La nostra descrizione della battaglia di Canne deriva principalmente dal racconto di Polibio, 3, 110 sgg.

[46]. Il testo del trattato è contenuto in Polibio, 7, 9.

[47]. Fonte principale della descrizione della battaglia di Zama è al solito Polibio, 15, 9-14.

CAPITOLO NONO L’EGEMONIA MEDITERRANEA

56. La guerra con la Macedonia (200-196 a. C.). — La guerra annibalica aveva dissanguato l’Italia. Ma Roma aveva conquistato tutta la Sicilia, incluso il territorio siracusano, e la Spagna, ricca di uomini e di metalli. Signora della Sicilia, della Sardegna, della Corsica e della Spagna, essa dominava ormai il Mediterraneo occidentale. Gli errori degli avversari, la saggezza del senato, il valore dei soldati, la tenacia dello spirito pubblico, la fortuna, che tanto può in queste cose, avevano concorso a far di Roma, in meno di un secolo, una delle maggiori, forse già la maggiore potenza del bacino mediterraneo. Si potrebbe quindi aspettare che Roma proceda d’ora innanzi, fatta ardita dalla fortuna, ad ingrandire il suo impero. Per quale ragione Roma non avrebbe, come Alessandro poco più di un secolo prima e sia pure con maggiore lentezza, cercato di sfruttare subito i favori della fortuna?

Invece, dopo la seconda guerra punica, avviene nella politica romana un subito rivolgimento. Giova intenderlo bene, se si vuole capire come a Roma venisse fatto di creare l’impero più duraturo del mondo antico. La prima spinta a questo nuovo corso fu data dagli affari di Oriente. Mentre Roma era alle prese con Cartagine, l’Egitto era andato indebolendosi per diverse ragioni, le più di ordine interno; la Siria invece, sotto la forte mano di Antioco il Grande, e la Macedonia, sotto il governo intelligente, se pur oscillante, di Filippo, si erano notevolmente rafforzate. Perciò, morto nel 204 Tolomeo IV e passata la corona dell’Egitto a un fanciullo minorenne, Tolomeo V Epifane, i due sovrani di Macedonia e di Siria si erano alleati per spartirsi i possessi dei Lagidi posti fuori dell’Egitto. Nel 202 Antioco aveva invaso la Palestina, Filippo si era gettato sulle Cicladi, sul Chersoneso tracico e sulle coste della Bitinia, senza che l’Egitto, governato da una reggenza incapace e rapace, movesse un dito. Ma le città, che preferivano il protettorato nominale dei Lagidi al duro governo macedonico, si erano difese da sole; le città libere, Rodi, Chio, Cizico, Bisanzio, spaventate anche esse dalle ambizioni di Filippo, avevano stretto alleanza, assoldato milizie — etoliche la più parte —, apprestato navi; Attalo, Re di Pergamo, si era unito a questa alleanza. Senonchè la guerra era stata ripresa nel 201 da Filippo, e con tanto vigore, che Rodi ed Attalo erano ricorsi per aiuto a Roma. Erano sopraggiunti di lì a poco ambasciatori degli Ateniesi, a chiedere anche essi aiuto, essendo, in seguito ad un incidente fortuito, venuti in guerra con Filippo, che aveva mandato un generale ad invadere l’Attica. L’Egitto essendo impotente, Roma sola poteva salvare l’Oriente dalla egemonia della Macedonia e della Siria.