Come Annibale al suo primo arrivo in Italia, Scipione pensava staccare da Cartagine i suoi alleati. A tale scopo egli contava molto su Siface, il re di Numidia, con cui, fino a poco prima, i Cartaginesi erano stati in guerra. Ma proprio allora Siface fece pace con Cartagine, cui portò 50.000 fanti e 10.000 cavalli; onde a Scipione non restò che intendersi con un altro capo numida, il re Massinissa, un rivale di Siface, che aveva militato in Spagna con Asdrubale, ma che Cartagine aveva all’ultimo abbandonato per il suo avversario; onde allora si trovava senza regno. Scipione dovè dunque incominciare la guerra con i suoi 35.000 uomini, e con questi pose l’assedio ad Utica. Ma dovette levarlo, quando i Cartaginesi e Siface si avvicinarono con forze preponderanti; e ridursi in un campo trincerato, su un promontorio tra Utica e Cartagine, dove passò l’inverno, avviando trattative di pace, più per ingannare la vigilanza del nemico che per il serio proposito di riescire. A primavera infatti, sorprendendoli all’impensata, Scipione riuscì a sconfiggere separatamente prima i Numidi e poi i Cartaginesi. Li sconfisse poi una seconda volta in una battaglia campale, in seguito alla quale Massinissa invase, alla testa di forze romane, il regno di Siface, vinse e fece prigioniero il Re. Dopo questi rovesci Cartagine aprì trattative di pace. Scipione chiese, oltre una indennità, la Spagna. Fu trattato intanto un armistizio, a condizione che Annibale e Magone sarebbero richiamati dall’Italia. Il triste messaggio raggiunse il grande cartaginese in Calabria, nell’antica Cotrone, non lungi da quel promontorio Lacinio, dove, negli ultimi anni del suo soggiorno nella penisola, su un altare dedicato a Giunone, egli aveva vergato nel bronzo, in greco ed in punico, quella narrazione delle sue gesta, che doveva servire di traccia all’opera magistrale di Polibio. Egli meditava allora, ed ordiva per la seconda volta, un nuovo piano di alleanza con la Macedonia. Ciò non pertanto obbedì, e, non mai vinto, sgombrò volontariamente quel suolo, che teneva da più di tre lustri. Ma l’annunzio della partenza e del ritorno di Annibale, se fu per l’Italia, come il rimuoversi di uno spavento orribile, riuscì fatale a Cartagine. Il partito della guerra rialzò il capo. Un’armata romana, incaricata del rifornimento dell’esercito di Scipione, fu catturata; le ostilità rinnovate, e Annibale costretto a mettersi a capo di una nuova guerra, mentre era venuto solo per suggellare una pace.


55. Zama (202). — La battaglia decisiva fu combattuta in territorio numidico, presso Zama. L’ordinamento che quel giorno Annibale dette ai suoi soldati richiama quello dei più celebri fatti d’arme della campagna d’Italia. Collocò i mercenari, che Cartagine aveva da poco arruolati, nella prima linea, fiancheggiati dalla sua eccellente cavalleria e sostenuti da ottanta elefanti da guerra. Essi dovevano affrontare i legionari romani, appena questi fossero stati scompigliati dall’urto degli elefanti, e, se quelle bestie fossero respinte o fermate, infliggere, sostenuti dalla seconda linea — le milizie nazionali cartaginesi — una prima sconfitta al nemico, se potessero, se no, logorare o stancare l’avversario, sia pur facendosi sconfiggere e terminando col retrocedere. Interverrebbe allora a dar l’ultimo e decisivo colpo la terza linea, composta di veterani reduci dalle campagne d’Italia.

Scipione invece dispose, come al solito, l’esercito su tre linee, ma non, come i generali romani solevano, a scacchiere; bensì lasciando tra i manipoli delle tre linee intervalli che si corrispondessero, in modo che tra i manipoli corressero dei corridoi, lunghi quanto l’esercito. Negli intervalli dei manipoli di avanguardia dispose i veliti, che, all’arrivo degli elefanti, dovevano, fuggendo e disperdendosi, tirare gli animali in questi corridoi aperti tra i manipoli, dove sarebbero stati saettati dalle due parti. Senonchè questo accorgimento riuscì in gran parte inutile. Spaventati dal suono delle trombe e aizzati dalle punture delle frecce dei veliti romani, la maggior parte degli elefanti si rovesciò sulla cavalleria cartaginese dell’ala sinistra, rendendo così facile al corpo avversario della cavalleria romana di caricarla e di metterla in fuga. La grande macchina dei successi annibalici, la vittoria iniziale della cavalleria, era questa volta rovesciata a pro dei Romani; e l’insuccesso riusciva più grave, perchè l’altra ala della cavalleria cartaginese era al tempo stesso sbaragliata.

Era dunque urgente per Annibale che la battaglia fosse decisa prima del ritorno offensivo della cavalleria nemica vincitrice. Ma se la sua prima linea combattè con onore, gli fu quasi impossibile far muovere la seconda, quella composta di Cartaginesi arruolati da poco e che, poco agguerrita, fu presa da panico. I mercenari della prima linea si credettero traditi, e si gettarono infuriati sulla seconda linea: sulle due parti dell’esercito cartaginese che si azzuffavano piombò allora la massa romana, tramutando quel macello in fuga. Ma Annibale non si die’ per vinto: raccolse alle ali quel che rimaneva della prima e della seconda linea, mentre Scipione imbarazzato dai cadaveri, che gli giacevano innanzi, in mezzo al campo, allungava il suo fronte collocando ai lati la seconda e la terza linea e nel centro quel che gli restava della prima. Così i due eserciti vennero all’urto finale, che fu terribile. Le sorti del combattimento apparivano ancora incerte, allorchè alle spalle delle milizie di Annibale comparve la cavalleria dei Romani, reduce dall’inseguimento nemico. L’esercito cartaginese fu avvolto; e la mossa e la sorpresa di Canne si rinnovarono. Dei 60.000 cartaginesi, ben 20.000 rimasero sul campo, ed altrettanti furono fatti prigionieri; lo stesso Annibale potè salvarsi a stento con un pugno di cavalieri ad Hadrumetum[47].

Da Hadrumetum il generale si recò tosto a Cartagine a consigliare, come quarant’anni prima, suo padre, dopo le Egadi, la pace. E la pace fu fatta. Cartagine riconosceva il nuovo regno di Numidia nella persona di Massinissa; entro i confini che Roma le avrebbe indicati. Si impegnava a pagare a questa, per cinquant’anni, una contribuzione annuale di 200 talenti; a consegnare, salvo dieci, tutte le navi e gli elefanti da guerra; ad abbandonare, per ora e per l’avvenire, ogni conquista esterna; a limitare i suoi armamenti, rinunziando alle leve dei mercenari stranieri; a far guerra in Africa solo con licenza dei Romani (201). Così, dopo poco più di sessant’anni di guerra, il più grande Stato dell’Occidente, europeo ed africano, spariva dal numero delle grandi potenze.

Roma aveva vinto perchè, possedendo la Sicilia, aveva per sè il vantaggio strategico, cosicchè Cartagine dovè attaccarla con il lungo giro fatto da Annibale; perchè, per la maggior parte della guerra, si tenne sulla difesa e non passò all’offesa che sull’ultimo; perchè le colonie latine rimasero fedeli, cingendola di una corazza di fortezze invincibili; e perchè dei sudditi, Galli, Italici, Greci ed Etruschi, solo una parte si ribellò. A queste tre ragioni conviene aggiungerne una quarta: l’esercito di coscrizione. Gli eserciti romani, reclutati con leve obbligatorie, erano più scadenti degli eserciti cartaginesi, composti di soldati di mestiere; onde si spiegano le gravi disfatte dei primi anni. Ma in compenso Roma potè disporre di forze più numerose; onde alla fine, la guerra essendo durata così a lungo, la quantità vinse la qualità.

Note al Capitolo Ottavo.

[39]. Polyb., 2, 13, 7; 3, 27, 9 dà il testo della clausola capitale del trattato: μὴ διαβαίνειν Καρχηδονίους ἐπὶ πολέμῳ τὸν Ἴβηρα ποταμόν. Si tratta, dunque, come gli storici non hanno avvertito, di un accordo, con il quale Cartagine accettava una limitazione delle sue armi, impegnandosi a non mandare truppe oltre l’Ebro, per nessuna ragione; e non già di una delimitazione delle due reciproche sfere d’influenza. Come Polibio stesso osserva, i Romani, con questo trattato, non riconoscevano punto la Spagna al di là dell’Ebro quale territorio cartaginese (2, 13, 7).

[40]. Cfr. Polyb., 2, 24: uno dei capitoli più importanti di tutta l’opera del grande storico.