A tirar le somme, gli eventi del 215 erano stati piuttosto sfavorevoli a Roma, e massime in Sicilia. A Roma non sfuggì che lì doveva decidersi la guerra, poichè, perduta la Sicilia, Roma sarebbe stata accerchiata da tutte le parti. Non meno di quattro legioni furono reclutate l’anno seguente — il 214 — per essere mandate in Sicilia; e furono poste al comando del miglior generale che Roma avesse: Marco Claudio Marcello. A sua volta Cartagine fece grandi preparativi per una spedizione in Sicilia. In Italia invece continuò il minuto guerreggiare, come continuarono in Spagna i progressi dei Romani, che ampliarono la loro dominazione nella parte meridionale e incominciarono a riedificare Sagunto. Una nuova guerra si aggiunse infine alle altre in questo anno, e contro Filippo di Macedonia. Il Re di Macedonia si era impegnato a rinforzar la flotta cartaginese di 200 navi e a tentare uno sbarco sulle coste dell’Italia: ma, non avendo sicure comunicazioni nè con Annibale nè con Cartagine, e non essendo uomo molto animoso, agì con poco vigore e non die’ molto filo da torcere a M. Valerio Levino, che Roma aveva mandato a combatterlo. Cosicchè l’annata sarebbe stata buona per i Romani, se le cose non fossero precipitate in Siracusa. Poco dopo essersi alleato con Cartagine, Geronimo era stato ucciso da una congiura e la monarchia abolita; lì per lì era sembrato che il potere passasse nelle mani del partito aristocratico, favorevole ai Romani; ma poco di poi una rivoluzione democratica rovesciava il governo e riconfermava l’alleanza con Cartagine. Marcello, che da principio era ricorso alle trattative, non esitò più; marciò contro Siracusa e la cinse d’assedio.

Nel 213 la guerra continuò a volger favorevole ai Romani in Spagna ed in Illiria; e non troppo male in Italia, dove essi presero Arpi e riuscirono ancora a impedire ad Annibale di conquistare un porto. Ma i grandi eventi si svolgono quest’anno in Sicilia. Cartagine occupa Agrigento e spedisce una flotta in aiuto di Siracusa; l’isola si solleva in buona parte contro i Romani; Siracusa si difende con grande energia — tra i suoi difensori c’era Archimede —; Marcello prosegue le operazioni di assedio e si difende contro gli attacchi dei Cartaginesi con straordinario vigore. Dal suo esercito dipende il tutto: se Marcello prende Siracusa, Roma può sperar di salvare la Sicilia; se Marcello è distrutto sotto Siracusa, le sorti della guerra pericolano. Tutto l’anno si combatte accanitamente in Sicilia. Al principio del 212 Annibale riesce finalmente ad impadronirsi di Taranto; del porto dove l’armata macedone e la cartaginese avrebbero potuto riunirsi, per disputare a Roma il dominio del mare e terminar la conquista della Sicilia. Colpo grave per Roma, mentre ancora pendevano incerte le sorti della guerra intorno a Siracusa! Per rifarsene, il senato ricorse agli accorgimenti diplomatici e alle armi: stipulò con la lega etolica un’alleanza, impegnandola a combattere Filippo; approfittò della lontananza di Annibale, che era andato a Taranto con il fiore delle sue forze, per stringere d’assedio Capua. Ma ben presto Roma ricevette un compenso molto maggiore: Siracusa. Non ostante i vigorosi sforzi fatti da Cartagine per soccorrere Siracusa, Marcello se ne impadronì. La immensa preda ristorò le stremate finanze della repubblica, e la vittoria rialzò le sorti delle armi romane in Sicilia. L’isola però non era ancora riconquistata; perchè i Cartaginesi si mantenevano in Agrigento, risoluti alla estrema resistenza.

Nel 211, la guerra ricominciò più accanita che mai. Roma potè vantare una grande vittoria in Italia, riprendendo Capua. Invano Annibale era accorso da Taranto in aiuto; e aveva tentato perfino, per distogliere una parte dell’esercito romano dall’assedio e per facilitare una riscossa degli assediati, di simulare una marcia su Roma. Le forze di Annibale erano troppo piccole; nè la finta su Roma ingannò i Romani. La caduta di Capua fu un fiero colpo per il prestigio di Annibale in tutta l’Italia meridionale, che da questo momento incominciò a dubitare della sua fortuna. Le tre debolezze di Annibale erano ormai palesi: la fiacchezza di Filippo di Macedonia, che Roma veniva avvolgendo in una fitta rete di intrighi diplomatici; le comunicazioni con Cartagine, difficili perchè Roma era ancor troppo forte in Sicilia e sul mare; la mancanza di macchine per gli assedi. Si rimprovera di solito a Cartagine di aver sostenuto Annibale troppo poco: ma come giudicare, sapendo così male quel che Cartagine fece e quello che era in grado di fare? Non essendo dubbio che Cartagine molto fece per soccorrere la Spagna e per riconquistar la Sicilia, è lecito chiedersi se essa non abbia fatto di più, perchè non poteva, con di mezzo il bastione della Sicilia, il mare vigilato dalle forze romane e tutti i porti per molti anni in potere del nemico. Comunque sia, la caduta di Capua era una sciagura per Annibale, non un colpo mortale. Egli disponeva ancora di forze ingenti e di numerosi appoggi in Sicilia; i Cartaginesi si reggevano ad Agrigento, e in quello stesso anno la fortuna si volgeva ad un tratto contro i Romani in Spagna. Asdrubale, composte le cose di Africa, era tornato, e aveva ricacciati i Romani al di là dell’Ebro. I due Scipioni, che comandavano l’esercito, erano stati uccisi e le loro legioni poco meno che annientate.


53. La battaglia del Metauro (207). — Nel 210, mentre in Italia continuavano i piccoli scontri tra Annibale e gli eserciti romani, finalmente cadeva Agrigento, e i Cartaginesi sgombravano la Sicilia. L’isola ritornava in potere di Roma. Il colpo era fiero per Annibale, a cui falliva per sempre quel sicuro congiungimento con l’Africa attraverso l’isola riconquistata, a cui è probabile egli mirasse sin dalle prime mosse. Tuttavia Annibale non si scoraggiò. La vittoria era costata a Roma carissima. Da parecchi anni si tenevano sotto le armi più di 20 legioni, oltre i contingenti alleati e la flotta, ossia più di 200,000 uomini; l’erario era stremato; l’Italia a metà rovinata, per le devastazioni, le morti, le imposte, lo scempio dell’agricoltura derelitta, in mezzo a tanto tumulto di armi. In quest’anno poi l’Italia fu desolata da una terribile carestia, a cui soltanto l’amicizia del re d’Egitto, che fornì grano, portò sollievo. Annibale pensò che un colpo vigoroso rovescerebbe il crollante nemico; e poichè, fallito il disegno della Sicilia, non poteva più aspettar rinforzi dal mare, pensò di chiamarli per terra, per la medesima via per la quale egli era venuto. Ora che la Spagna, dopo le vittorie del 211, era di nuovo in potere dei Cartaginesi, il disegno poteva riuscire. D’accordo con il governo di Cartagine, il fratello suo, Asdrubale, preparerebbe un forte esercito in Spagna e con quello rifarebbe il cammino di Annibale, per piombare sull’Italia, esausta da tanti anni di guerre, congiungersi a lui e vibrare il colpo decisivo.

Roma ebbe sentore di questo nuovo disegno e mandò in Spagna un uomo capace: Publio Cornelio Scipione, il figlio del console che aveva comandato alla Trebbia e che era stato ucciso poco prima in Spagna. Per la nobiltà del sangue, le prove di valore già date, l’ingegno e la cortesia dei modi, il giovane Scipione, che nel 211 aveva 24 anni, era popolarissimo; e a lui molti pensarono, in quel gran bisogno di generali, con tanti eserciti da comandare, per la impresa di Spagna. Ma a quell’età egli non poteva essere nè pretore nè console.... Una legge tolse di mezzo la difficoltà legale, conferendogli l’autorità di proconsole; provvida legge, chè, appena giunto, nel 209, Scipione tentò un colpo magistrale: l’assalto di Cartagena, la capitale dell’impero punico-spagnolo, giudicata da tutti inespugnabile. La città fu presa, o piuttosto sorpresa con un unico assalto, insieme con le provvigioni, le riserve metalliche — circa 600 talenti — e un ricco bottino; e subito in tutta la penisola scoppiò una insurrezione anticartaginese, che inchiodò i tre generali punici operanti nelle diverse regioni della Spagna. In questo stesso anno, i Romani riuscivano a ripigliar Taranto, che fu, come Siracusa, spietatamente saccheggiata.

Il 209 era stato dunque un anno piuttosto buono per i Romani. Ma intanto Asdrubale allestiva il nuovo esercito; e nel 208, mentre i Romani perdevano in Italia Marcello, il loro più grande generale, che fu ucciso in Lucania; e in Oriente riuscivano a muovere contro Filippo Attalo, Re di Pergamo, Scipione in Spagna non riuscì a fermare Asdrubale. Gli diede battaglia a Baecula, sul Baetis; disse di averlo vinto; ma Asdrubale passò, varcò i Pirenei prima, e poi le Alpi molto più facilmente che suo fratello, perchè, in dieci anni di guerra, le popolazioni alpine si erano avvezzate al passaggio degli eserciti. Nei primi mesi del 207, Asdrubale compariva inaspettato nella valle del Po, alla testa di un forte esercito; eccitava di nuovo i Galli, gli Etruschi, gli Umbri alla rivolta. Il terrore dei Romani e degli Italici, rimasti fedeli, fu immenso. Roma parve perduta, se Asdrubale e Annibale riuscissero a congiungersi. In fretta e furia il console Marco Livio Salinatore fu mandato verso il settentrione contro Asdrubale; il suo collega, Caio Claudio Nerone, fu spedito a mezzogiorno a fronteggiare Annibale, che era in Apulia. Il primo, giunto a Sena Gallica, deliberò di aspettar Asdrubale, che intendeva prendere da Fano la via Flaminia e forse congiungersi con Annibale sulla via di Roma; Nerone battagliò con varia fortuna contro Annibale, e parve riuscisse a trattenerlo in Apulia, sebbene probabilmente Annibale non intendesse ancora avviarsi incontro al fratello, non avendo di lui notizie e non supponendo che potesse giungere così presto. Quando, un giorno, intercettata una lettera che Asdrubale spediva ad Annibale, Nerone viene a sapere che Asdrubale marcia alla volta di Fano e della via Flaminia. Congetturando a ragione che tra pochi giorni il collega sarebbe alle prese con Asdrubale, e che una disfatta sarebbe irreparabile, egli si assume una tremenda responsabilità: sceglie 7000 uomini nel suo esercito, i migliori; corre di nascosto, lasciando il resto a fronteggiare Annibale, a marce forzate, camminando notte e giorno, in aiuto di Livio; e giunge proprio come il salvatore, al momento in cui Livio doveva o lasciar il passo ad Asdrubale sulla via Flaminia o attaccarlo.... La battaglia ebbe luogo presso il Metauro, in un luogo che giace non lungi dall’odierna Cagli (nelle Marche). La bravura di Nerone e i suoi 7000 uomini decisero della vittoria. Asdrubale fu vinto e ucciso; il suo esercito annientato. Anche questo nuovo piano di Annibale falliva, per la prontezza di Nerone e per un accidente singolare: perchè Asdrubale, avendo incontrato minore difficoltà nelle Alpi, era arrivato in Italia innanzi il previsto.


54. La controffensiva romana (207-202). — La battaglia del Metauro migliorò molto le sorti della guerra per i Romani. Annibale sgombrò l’Apulia e la Lucania e si ridusse sulla difesa nel paese dei Bruzzi; la guerra languì in Italia, dove i Romani ridussero l’esercito. Anche meglio procedettero le cose per Roma, fuori d’Italia. L’anno successivo — il 206 — i Cartaginesi furon sconfitti da Scipione di nuovo a Baecula; e quasi tutta la Spagna cadde in potere di Roma. Cartagine cercò rifarsi, mandando Magone con gli avanzi dell’esercito a tentare un assalto sull’Italia. Nel 205 Magone prese Genova, arruolò Liguri e Galli, tentò di sollevare l’Etruria: ma con le poche forze di cui disponeva non potè far nulla che contasse davvero. In questo stesso anno anche Filippo di Macedonia, stanco della guerra decennale coi Greci, coi Romani e coi loro alleati, dopo avere, pochi mesi innanzi, concluso pace coi primi, regolava definitivamente la sua lunga vertenza coi Romani in Illiria, e si ritirava dalla guerra.

Si avvicinava il giorno in cui Roma potrebbe finalmente, dopo essersi così a lungo difesa, attaccare Cartagine. In quell’anno stesso P. Cornelio Scipione, reduce dalla Spagna, appena eletto console, chiedeva ai senato di riprendere il piano fallito ad Atilio Regolo nella prima guerra punica, e vagheggiato un istante al principio della seconda: portare la guerra in Africa. Scipione era uomo da tanto; e le condizioni delle armi ormai così favorevoli come non erano state mai. Ma le difficoltà erano in patria, nella stessa Roma. Dileguato il pericolo, di nuovo la concordia tra i partiti veniva meno: quel giovane, che presumeva tanto di sè, e per cui era stata già violata la legge dell’età, suscitava invidie e diffidenze; molti ricordavano con terrore la sorte di Atilio Regolo. Insomma, il senato era avverso. Scipione dovè minacciare di appellarsi all’assemblea delle tribù. Solo dopo questa minaccia ottenne la provincia di Sicilia, con il permesso di recarsi nel territorio cartaginese, se l’avesse reputato opportuno; e potè partire per l’Africa al principio del 204, con 35.000 soldati, 40 navi da guerra e 40 da carico.