50. Il Trasimeno (217). — La sconfitta era grande. Tutta la Gallia Cisalpina, fuorchè le fortezze romane, era perduta e in rivolta; la via dell’Italia centrale aperta all’invasore. A compensarla non bastavano i felici successi di Cneo Scipione, che al di là dei Pirenei era riuscito a tagliare le comunicazioni tra Annibale e la Spagna. Temendo che l’Italia fosse assalita dal nord e dal mare, il senato incaricò i consoli dell’anno successivo (il 217) C. Flaminio, il conquistatore della Cisalpina, e C. Servilio Gemino, di sbarrare con forze ingenti le due vie di accesso all’Italia centrale, l’orientale che passava per Rimini, l’occidentale che passava per Arezzo; rinforzò tutte le piazze forti, mandò soldati in Sicilia, in Sardegna e sulle città costiere, chè una flotta cartaginese già era stata fugata dalle acque del Tirreno; chiese infine aiuti agli Stati amici, e tra questi anche a Gerone re di Siracusa. La prudenza di Scipione era stata giustificata dall’evento. Il senato si metteva sulla difesa, cercando di obbligare Annibale a dar di cozzo contro Rimini o contro Arezzo, come Scipione aveva tentato di trarlo a rompersi contro la linea della Trebbia.
E il senato aveva ragione, almeno in parte. Se non pensava ancora ad assaltare l’Italia, Annibale non poteva neppure sostare nella valle del Po; doveva giungere al più presto con il suo piccolo esercito nell’Italia meridionale e provocare la rivolta degli Italici. Infatti subito dopo la battaglia aveva liberato i prigionieri italici, rimandandoli alle loro case, perchè dicessero ai propri concittadini che Annibale era venuto a liberare l’Italia e a restituire ad ogni città quel che Roma le aveva tolto. Nell’inverno aveva rinforzato l’esercito, arruolando i Galli; e alla primavera del 217 si mosse per la via occidentale. Senza incontrare resistenza valicò l’Appennino e giunse a Fiesole; ma qui, avendo saputo che Flaminio lo aspettava con un forte esercito ad Arezzo, e non volendo prender di fronte questa fortezza, come non aveva voluto assaltare la linea della Trebbia, immaginò un nuovo strattagemma, ancora più audace dei precedenti. Mosse da Fiesole verso Arezzo per la grande via, incendiando e saccheggiando: poi a un tratto lasciò la strada e si gettò con tutto l’esercito nelle vaste paludi che l’Arno allora faceva a primavera nella parte superiore del suo corso, con l’intenzione di girare Arezzo a settentrione. Per quattro giorni e tre notti l’esercito camminò nell’acqua e nel fango; ma alla fine sbucava alle spalle di Flaminio[43]. La mossa era temeraria, poichè in fin dei conti Annibale si avventurava verso l’Italia meridionale, lasciando alle spalle due forti eserciti intatti; e se Flaminio avesse aspettato che il suo collega giungesse da Rimini!... Ma Flaminio era il capo del partito rurale; e, appena sbucato alle sue spalle, Annibale aveva ripreso a incendiare e a saccheggiare. Poteva egli, dopo essersi lasciato sfuggire Annibale di mano a quel modo, lasciarlo devastare le campagne e rovinare i campagnuoli? Tutti i danni che questi riceverebbero, non li imputerebbero alla sua imperizia? Flaminio non seppe temporeggiare; e rincorse l’invasore. Annibale accennò da prima a sfuggire all’inseguimento; poi, a un certo punto, nelle vicinanze del lago Trasimeno, rallentò il passo. Smanioso di venire a battaglia, Flaminio si lasciò attirare in una angusta valle, posta tra due catene di monti e chiusa all’un capo da una collina elevata e di difficile accesso, dall’altro, dal lago. Ma in questa valle i Romani, sorpresi alle spalle, ai fianchi, di fronte dai Cartaginesi appostati, parte furono gettati nel lago, parte trovarono la morte prima ancora che avessero potuto disporsi a battaglia. Anche Flaminio, il conquistatore della valle del Po, uno dei creatori dell’Italia, cadde nella mischia. Pochi giorni dopo la cavalleria dell’altro esercito, che correva in aiuto di Flaminio, 4000 uomini in tutto, era distrutta.
51. Canne (2 agosto 216). — La seconda vittoria, riportata nel cuore dell’Italia era maggiore della prima, poichè questa volta un intero esercito era stato annientato. Lo sgomento a Roma fu indicibile; la città stessa parve in pericolo; si ricorse ai rimedi eroici; si ordinò la leva di quattro nuove legioni, e si nominò un dittatore nella persona di Q. Fabio Massimo: un gran personaggio, che già era stato console due volte, censore, dittatore; che nel 232 aveva combattuto felicemente i Liguri, e aveva fama di soldato valoroso e prudentissimo[44]. Ma Annibale, disdegnando per acerba l’uva che non poteva cogliere, non assalì Roma; e seguendo il suo piano che lo portava nell’Italia meridionale, discese a oriente, entrò in Umbria, e dopo aver tentato invano di prendere Spoleto, passò nel Piceno, e attraversando il territorio dei Marrucini e dei Frentani si diresse alla volta dell’Apulia; aggirò insomma, e molto alla larga, Roma, come poco prima aveva aggirato Arezzo, puntando forse già sino d’allora sul gran porto di Taranto e cercando di scuotere sul suo passaggio la fedeltà degli alleati. Ma in Apulia trovò Q. Fabio Massimo, che si era recato a prendere il comando delle milizie di Servilio colà ritiratosi da Rimini; e che si attaccò a lui, lo seguì passo passo, lo molestò senza tregua, cercò di impedirgli il vettovagliamento, ma rifiutò sempre battaglia. A sua volta Annibale ricominciò con lui il giuoco, che era così ben riuscito con Flaminio: mise a ferro e a fuoco le campagne; e poichè Fabio assisteva indifferente al saccheggio dell’Apulia, torse il suo cammino a occidente; passò nel Sannio e dal Sannio addirittura nella Campania, devastando sotto gli occhi di Fabio la parte più ricca e più bella dell’Italia. Ma invano: il savio dittatore lo lasciò fare e non mutò proposito.
Senonchè quel temporeggiare metteva a duro cimento la pazienza del popolo romano, il quale non aveva armato tante legioni per lasciar mezza Italia in balia del nemico. Nè meno vivi erano i lamenti e i rimproveri degli alleati italici. Così Roma li difendeva e difendeva i loro beni? Le discordie politiche invelenirono le discussioni strategiche. L’aristocrazia non aveva risparmiato accuse allo sventurato generale, che sul Trasimeno aveva perduto la vita insieme con la battaglia; e affettava di lodare la prudenza di Fabio, quasi come la necessaria correzione della imprudenza di Flaminio. Il partito democratico se ne risentì, aizzò il malcontento popolare, accusò addirittura il senato di protrarre ad arte la guerra: la vecchia accusa, che ogni tanto rifaceva capolino nelle lotte civili di Roma.
Quando Fabio ebbe deposto la dittatura, nella primavera del 216, all’aristocrazia riuscì a mala pena di far nominare console uno dei suoi, L. Emilio Paolo: l’altro console fu C. Terenzio Varrone, ardente fautore del partito di Flaminio. Le elezioni avevano detto chiaro che il popolo era malcontento; e questo malcontento crebbe a segno, che alla fine il senato si risolvè a mutare stile. Deliberò di mandare una legione nella Cisalpina, per riconquistarla; e ben otto legioni contro Annibale, ciascuna con un effettivo di 5000 uomini. Aggiungendo i contingenti alleati, i consoli disponevano di circa 90.000 uomini, i quali dovevano affrontare in Apulia un nemico che, sì e no, poteva sommare alla metà. Roma si preparava questa volta ad assalire i Cartaginesi con forze soverchianti.
Annibale frattanto era tornato in Apulia, forse mirando sempre a Taranto; e in Apulia i due consoli lo raggiunsero presso l’Ofanto. Si racconta che tra il console aristocratico e il console democratico nascesse presto discordia, per l’eterna ragione, che quello consigliava prudenza e questo non voleva sentirne parlare. Comunque sia, il 2 agosto, i due eserciti erano l’uno di faccia all’altro presso la sponda meridionale dell’Ofanto, quello romano con la fronte volta a mezzogiorno, quello cartaginese con la fronte volta a settentrione. L’esercito romano era schierato secondo il solito modo; anzi Varrone, ammaestrato dalla esperienza, aveva fatto i manipoli delle tre linee più profondi del consueto. Annibale invece aveva schierato la sua fanteria in una linea continua, forse più sottile del solito, e certamente assai più sottile di quella romana, collocando alle ali le milizie migliori, quelle africane, e distribuendo la cavalleria sui fianchi ma in modo che alla sinistra i suoi squadroni fossero in tali forze da soverchiare il nemico. Poi aveva fatto avanzare al centro la fanteria, in modo da tracciare una curva convessa, le cui estremità s’innestassero ai corpi laterali degli Africani di destra e di sinistra, allineati diritti. Incominciata la battaglia, prima ancora che le truppe leggiere, le quali solevano dar principio al combattimento, avessero terminato la loro azione, la cavalleria romana dell’ala destra era stata sconfitta e tagliata a pezzi dalla soverchiante cavalleria raccolta all’ala sinistra cartaginese, e questa senza perder tempo passava ad attaccare l’ala sinistra romana. Era ormai sicuro: le ali della fanteria sarebbero rimaste tra non guari scoperte. Intanto la fanteria pesante romana aveva fatto impeto nel centro della sottile linea cartaginese, ne spianava la curva e lo costringeva a retrocedere. Questa vittoria apparente delle due prime linee romane trascinò la riserva (i triarii), i comandanti romani non essendosi accorti che le ali della fanteria cartaginese non erano ancora entrate in azione; cosicchè, quando la linea romana piegata in due ad angolo ottuso, fu penetrata abbastanza nel vuoto, ch’essa con il proprio impeto si apriva dinanzi, i due corpi laterali degli Africani, fatta una lieve conversione, attaccarono di fianco i Romani. Il cuneo era preso a sua volta in una tanaglia. Ma l’esercito di Varrone era tanto più numeroso, che avrebbe potuto far fronte all’assalto laterale e frontale, se in quel momento la cavalleria pesante cartaginese, vincitrice dei due corpi avversari, non avesse assalito i Romani alle spalle. Non ci fu prodezza che potesse liberare i Romani dall’accerchiamento. Seguì un macello, nel quale caddero circa 70.000 uomini, un console — Paolo Emilio — due proconsoli, due questori, ventun tribuni militari, ottanta senatori. Diecimila uomini, lasciati a guardia dell’accampamento romano, furono dopo la battaglia assaliti e fatti prigionieri. I Cartaginesi non avevano perduto che 8000 uomini[45].
52. La lotta per la Sicilia (216-210). — Immenso fu lo sgomento, non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo mediterraneo. Questa volta l’Italia meridionale si scosse. I Bruzzi, i Lucani, una parte degli Apuli, tutti i Sanniti ad eccezione dei Pentri, passarono dalla parte dell’invasore. Si ribellarono in parte la Magna Grecia e la Campania; Capua aprì le porte ad Annibale; Filippo di Macedonia, sino ad allora tentennante, fece finalmente causa comune con Cartagine[46]. Il colpo era stato così forte, che Roma abbandonò ogni proposito di offensiva; diede tregua alle sue lotte interne; raccolse quanti soldati potè; li affidò a un valente generale, il pretore Marco Claudio Marcello, il quale fu contento di impedire che Annibale si impadronisse di tutta la Campania e, in questa, di un porto. Annibale invece, ormai stabilito saldamente nell’Italia meridionale, si volge ad attuare la seconda parte, la decisiva, del suo disegno: ricongiungersi con Cartagine attraverso la Sicilia riconquistata. La guerra si allarga e nel tempo stesso si spezzetta in piccole operazioni parziali.
Gli ultimi mesi del 216 furono spesi in combattimenti poco importanti tra Annibale e Marcello in Campania. Annibale prese Nocera, Acerra e Casilino; i Romani salvarono Cuma, Nola e Napoli. Ma la guerra ridivampò nel 215, e non in Italia soltanto; anzi fuori d’Italia più che entro i suoi confini. Nella Spagna, i Romani fecero notevoli progressi a sud dell’Ebro, perchè Asdrubale, che comandava in Spagna, fu costretto a ritornare in Africa per domare una rivolta di Siface, re dei Numidi, sobillata dai Romani. A loro volta i Cartaginesi prepararono grandi rinforzi da mandare in Italia e tentarono un attacco alla Sardegna che non riuscì. In Italia Cartaginesi e Romani continuarono a battagliare in Campania ed in Apulia, in scontri di poco rilievo, senza che Annibale riescisse a conquistare un porto e senza che Roma riuscisse a riprendere Capua. Cosicchè la guerra sembrò languire in Italia; ma non rallentò l’alacrità di Annibale che, se non diede nessuna grande battaglia, in compenso riuscì in quest’anno a conchiudere un trattato di alleanza con Filippo di Macedonia e incominciò a porre ad effetto il suo disegno sulla Sicilia. Per sua istigazione, essendo morto il re Gerone, il vecchio e fido amico di Roma, suo nipote Geronimo denunciò l’alleanza con Roma e si alleò con Cartagine. L’attacco alla Sicilia, preparato di lunga mano, incominciava.