47. La grande causa della guerra e il piano di Annibale. — Per qual ragione gli eventi precipitarono così rapidamente? Per l’ambizione di Annibale e per il suo odio contro Roma, come fu detto e ripetuto? Annibale era un grande uomo; e non si può credere che impegnasse Cartagine in una guerra così tremenda, solo perchè il farla gli parve glorioso e bello. D’altra parte Annibale iniziò e condusse la guerra d’accordo e con l’appoggio di un grande partito e del governo legale di Cartagine, il quale deve aver avuto le sue ragioni per affrontare Roma una seconda volta, dopo avere per molti anni cercato di vivere in pace. Questa ragione — o almeno la principale — sembra doversi cercare nella conquista della Gallia Cisalpina fatta dai Romani. Se a Roma non piaceva che Cartagine si allargasse troppo in Spagna, a Cartagine non poteva piacere che Roma si insediasse nella valle del Po; sia perchè si avvicinava alla Spagna; sia perchè si impadroniva di un territorio, non solo fertile e ricco, ma popolato da quei Galli o da quei Liguri, tra i quali Cartagine reclutava parte dei suoi eserciti. Secondo questa congettura — la sola che sembri render ragione dell’improvvisa inimicizia rinata tra Roma e Cartagine — la seconda guerra punica deve considerarsi come un effetto della conquista romana della Cisalpina. Nè basta: la conquista della Cisalpina spiegherebbe anche il piano di Annibale, che è esso pure un indovinello, come l’improvviso scoppiare della guerra. Non si possono spiegare le mosse singolarissime di Annibale se non ricordando che, perdute la Sicilia e la Sardegna, il vantaggio dell’attacco era passato da Cartagine a Roma, ed ammettendo che Annibale voleva innanzi tutto recuperare in parte questo vantaggio iniziale: giungere con un piccolo esercito nell’Italia meridionale, staccarla forse per sempre dal dominio romano, eccitare alla rivolta gli alleati e i sudditi, impadronirsi di un porto, inchiodare in Italia una parte delle forze romane; e allora assaltare la Sicilia dalle due parti, dall’Italia e dall’Africa; staccata l’Italia meridionale da Roma, riconquistata la Sicilia e la Sardegna, farne il ponte per un ultimo attacco dell’Italia, alla testa di una potente coalizione. Per questa coalizione egli aveva già gettato gli occhi anche sulla Macedonia e sul nuovo re Filippo, che la presenza dei Romani sulle coste orientali dell’Adriatico incominciava ad inquietare massime dopo la breve ma fortunata guerra combattuta da Roma contro Demetrio di Faro, nel 220. Senonchè assalire l’Italia dalla Spagna con tal disegno sarebbe stata una pazzia, sinchè la valle del Po fosse stata indipendente da Roma; l’impresa invece poteva apparire possibile, se pur rischiosa, subito dopo la conquista, quando le popolazioni galliche anelavano alla riscossa. Vedremo che Annibale intendeva incominciare la sua impresa alleandosi con i Galli e facendo della Gallia Cisalpina la prima base d’operazione contro Roma e l’Italia.


48. Il passaggio dei Pirenei e delle Alpi (estate-autunno 218). — Il piano di Annibale era molto ardito e complicato. Ma Annibale era uomo da porlo ad effetto. Dopo aver provveduto a munire la Spagna e l’Africa di sufficienti difese, sui primi dell’estate del 218, egli lasciò con 50.000 fanti e 9000 cavalli la Spagna cartaginese. Non era certo esercito che bastasse a conquistare un paese, capace di armare a sua difesa circa 800.000 uomini[40]; ma noi possiamo spiegare come Annibale lo giudicasse sufficiente, se si ammette che doveva servire non a conquistare l’Italia, ma solo a preparare la situazione strategica e la coalizione, che verrebbe a capo della potenza romana. Il viaggio del piccolo esercito non fu facile. Al freddo e ai disagi della montagna, incontrati nei Pirenei, si aggiunsero, nella valle del Rodano, le molestie di talune popolazioni celtiche; sicchè, passato il Rodano, l’esercito già era ridotto a 38.000 uomini e ad 8000 cavalli.

Peggio ancora fu quando l’esercito cartaginese cominciò a salire il versante settentrionale delle Alpi; e quando, sventate le insidie delle popolazioni alpine e raggiunta in nove giorni la vetta — se al passo del piccolo S. Bernardo o al passo del Monginevra o al passo del Moncenisio è gran disputa da secoli — incominciò, sul principio dell’autunno, la discesa, che durò sei giorni. Ma se il passaggio fu aspro, cinque mesi e mezzo dopo aver lasciato la Cartagine spagnuola — Cartagena — Annibale potè piantare le sue tende alle radici delle Alpi, in territorio amico, con 20.000 fanti e 6000 cavalieri[41].

Che faceva frattanto Roma? Roma era corsa alle armi con molte illusioni, proponendosi addirittura di attaccare Cartagine nel tempo stesso in Spagna ed in Africa. Aveva mandato il console P. Cornelio Scipione in Spagna con sessanta vascelli e due legioni; il suo collega, Tiberio Sempronio Longo, con altre due legioni e 160 quinqueremi in Sicilia, affinchè arruolasse le milizie necessarie e assaltasse l’Africa. Ma la grande mossa di Annibale recise i garetti all’uno e all’altro disegno. Non appena si seppe nella Gallia Cisalpina che Annibale si moveva, i Galli Boi e gli Insubri avevano assalito le colonie romane di Piacenza e di Cremona da poco fondate, costretto i coloni a rifugiarsi a Modena, e posto l’assedio a questa città. Il senato, per soccorrere le tre colonie, ordinò a Scipione di mandare una delle sue legioni nella valle del Po e di reclutare una legione nuova: l’obbedire richiese tempo, cosicchè, quando il console sbarcò a Marsiglia con l’esercito, apprese che Annibale già marciava a grandi tappe verso l’Italia. Che fare? Scipione tentò di inseguirlo; ma si stancò presto alla corsa; onde, mutato piano, mandò la maggior parte dell’esercito in Spagna al fratello Cneo, affinchè tagliasse le comunicazioni tra Annibale e la Spagna; ed egli ritornò a Pisa; raccolse sotto il suo comando le legioni che operavano nella Gallia Cisalpina; e con queste mosse incontro ad Annibale nella valle del Po. Egli sperava di affrontarlo ai piedi delle Alpi, esausto dal passaggio. Quel che Publio Scipione aveva fatto per proprio consiglio, l’altro console fece per ordine. Non appena il senato vide chiaro nei disegni di Annibale, richiamò Sempronio dalla Sicilia; e gli ordinò di raccogliere l’esercito ad Ariminum (Rimini) sul confine della Gallia Cisalpina. Invece di attaccare Cartagine in Africa ed in Spagna, Roma raccoglieva le sue forze nella valle del Po, prima cagione della guerra e primo campo di battaglia.


49. Battaglia della Trebbia (dicembre 218). — Scipione intanto aveva passato il Po e il Ticino, risoluto ad affrontare l’esercito cartaginese, che si trovava nei pressi di Victumulae, nel Vercellese, prima che avesse avuto tempo di riposarsi. Ma sulla destra del Ticino, a circa due giornate di marcia dal fiume[42] l’avanguardia romana incontrò un corpo di cavalleria nemica, e fu volta in fuga precipitosa. Il console stesso, gravemente ferito tra i suoi rotti squadroni, potè a mala pena salvarsi per il valore del suo figliuolo, un giovinetto diciassettenne, che doveva poi far molto parlare di sè. Scipione era arrivato troppo tardi: Annibale aveva avuto tempo di rimettere l’esercito in assetto e di aprire trattative con i Galli, se non di conchiuderle, perchè la notizia che i Romani giungevano teneva sospesi i Galli. Uomo di guerra avveduto, il console romano, sebbene sole la cavalleria e la fanteria leggera fossero state provate nello scontro, rinunciò dopo quello scontro ad attaccare subito i Cartaginesi; e rapido ripassò il Po ripiegando su Piacenza, per aspettar il collega che raccoglieva il suo esercito a Rimini. Annibale potè molestarlo nella ritirata, non impedirgliela; ma, come era da aspettare, non appena gli eserciti romani ebbero passato il Po, un certo numero di Galli si dichiarò per Annibale e un certo numero di ausiliari gallici, che servivano sotto la bandiera romana, si ribellò.

Annibale, che ormai era padrone del corso del Po sino a Piacenza, potè comodamente passare sulla riva destra a monte della città. Minacciato di esser preso alle spalle in Piacenza, Scipione si portò sulla Trebbia, per coprire, appoggiando la destra alla fortezza e la sinistra all’Appennino, la via che conduceva all’Adriatico e a Roma e quindi tutta l’Italia. Alla Trebbia lo raggiunse Tiberio Sempronio Longo. I due eserciti consolari erano ora forti di quattro legioni e di un numero pari di ausiliari italici, in tutto poco più di 35.000 uomini. A questi Annibale opponeva 20.000 fanti, e, grazie ai nuovi contingenti dei Galli, circa 10.000 cavalieri. Le forze si bilanciavano. Perciò Scipione opinava di aspettare l’assalto di Annibale e Sempronio invece voleva attaccare. Le impazienze di Sempronio si spiegano perchè i Romani dovevano desiderare una battaglia e una vittoria, per trarre alla propria parte i Galli, i quali stavano ad aspettar gli eventi. Ma essendoci di mezzo un fiume, e le forze bilanciandosi, l’attaccare era disegno di molto rischio: e in questo aveva ragione Scipione. Del dissenso dei consoli e della impazienza di Sempronio approfittò Annibale per farsi attaccare. Nel mese di dicembre un corpo di cavalieri numidi passò la Trebbia e assalì il campo romano. Sempronio (Scipione era ancora malato per la sua ferita) lanciò sul nemico tutta la sua cavalleria e 6000 uomini di fanteria leggera; subito, come fosse vinta, la cavalleria numida ripiegò in tumulto sulla riva sinistra della Trebbia; Sempronio allora, credendo il nemico in fuga e l’occasione buona, chiamò fuori in fretta tutto l’esercito, che ancora non aveva mangiato; lo cacciò nelle acque gelide della Trebbia, e via di corsa all’assalto. Ma, valicato il fiume, i Romani si trovarono di fronte l’intero esercito cartaginese, fresco, rifocillato, non intirizzito da un bagno freddo, schierato con la cavalleria ai fianchi e gli elefanti sul fronte. Le condizioni erano troppo ineguali. Al primo urto la cavalleria cartaginese rovesciò quella romana e scoperse i due fianchi della fanteria. Invano le prime due linee del centro combatterono valorosamente. I Cartaginesi piombarono sui fianchi di queste, mentre 2000 uomini, nascosti da Annibale in una vicina imboscata, assalivano alle spalle la terza linea di riserva, e, sfondata questa, si buttavano sulla seconda e sulla prima. L’esercito romano sfuggì alla distruzione grazie al valore disperato dei soldati; ma fu costretto a ritirarsi a Piacenza.