Che movimento d’armi vide dunque la primavera del 148! Ma le cose non migliorarono nè peggiorarono in Spagna, dove la guerra continuò con incerta vicenda. In Africa, invece, il console Lucio Calpurnio Pisone non solo non riuscì a prendere Cartagine, ma neppure a guadagnare con la forza o con i trattati le città libofenicie. Combattè, perdette uomini, senza altro effetto che di infervorare i Cartaginesi nei loro propositi di resistenza estrema. Asdrubale, il generale condannato a morte l’anno innanzi, fu chiamato nella città e investito del supremo comando. Più prosperamente volsero invece le cose in Macedonia, dove in poco tempo riescì a Metello di domare l’insurrezione dell’impostore e di riconquistar la Macedonia: ma non era ancora pacificata la Macedonia, che nuove turbolenze nascevano, in Grecia, questa volta. Anche le notizie dell’Africa, della Spagna e della Macedonia avevan operato il solito effetto: Roma vacillava, era il tempo di insorgere! La lega achea, stanca della tutela con cui Roma le impediva di sciogliere le vecchie questioni con Sparta, diede il primo segno della rivolta. Come a Cartagine, al partito oligarchico, che era romanofilo, era succeduto al potere il partito popolare, nazionale e antiromano; e questo ruppe gli indugi nel 148. Saltando i divieti di Roma, dichiarò guerra a Sparta. Non è difficile capire come a questo punto l’opinione pubblica in Roma perdesse la pazienza. Che facevano dunque tutti questi consoli e pretori, a capo di tante legioni? Non si riusciva più a scovare nelle grandi case di Roma un generale, che sapesse vincere Lusitani e Cartaginesi? Catone prestò ancora una volta la sua voce alla collera pubblica, quando definì quei generali non uomini ma ombre[60]. E già doveva incominciarsi a sospettare una coalizione tra Cartagine, la Spagna, la Grecia. Ma da questo malcontento proruppe alla fine un movimento improvviso. Al tempo delle elezioni era venuto dall’Africa, dove serviva come tribuno militare, per presentarsi candidato all’edilità, Publio Cornelio Scipione Emiliano, un figlio di Paolo Emilio, entrato per adozione nella famiglia degli Scipioni. Grande e illustre nobiltà, dunque, se altra ce n’era in Roma: ma di atti e di virtù e non solo di nome; chè il giovane Emiliano aveva già militato con lode prima in Spagna e poi in Africa. A lui e ai suoi consigli si attribuiva quel po’ che in Africa era stato ben fatto e con fortuna. Abbagliato dal nome e dalla buona reputazione del giovane, il pubblico si persuase che quello era l’uomo che ci voleva per la guerra con Cartagine, se fosse nominato non edile, ma console. Ma c’era un impedimento: l’età del candidato e la legge che regolava la successione delle magistrature esercitate. Il popolo scavalcò l’ostacolo, sospendendo per Scipione Emiliano, con una legge apposita, la regola comune. Scipione fu eletto console per l’anno 147.
Il popolo non si era ingannato. Il nuovo console era veramente, come diceva Catone, un uomo tra le ombre. Andato in Africa, al principio dell’anno 147, con rinforzi di uomini e navi, ristabilì la disciplina e assediò finalmente sul serio la città, bloccandola con ingenti e penosi lavori. Le cose dunque presero a migliorare in Africa; e giunsero a conchiusione nella Macedonia. Nel 147 la Macedonia era di nuovo interamente in potere di Roma; e il senato questa volta la dichiarava provincia romana, come la Sicilia, la Sardegna e la Spagna. Deliberazione grave, perchè proprio quando già aveva tanti nemici e tante brighe sulle braccia, Roma ampliava l’impero di una vasta provincia confinante con i barbari. Ma essa doveva subire la forza soverchiante della necessità. Distrutta la dinastia nazionale, fallito il ripiego dello spezzettamento, che altra alternativa restava a Roma se non abbandonare alla sua sorte la Macedonia o annetterla? La Macedonia ormai cascava addosso a Roma, come un peso o un corpo morto da sostenere. Le cose invece, migliorate in Africa e in Macedonia, peggiorarono in Lusitania ed in Grecia. Intorno a questo tempo, mentre si cominciava a sperare che la guerra languisse, a capo della Lusitania ribelle si mise un vero soldato, un tal Viriato, un semplice pastore, di cui la guerra avrebbe fatto un eroe. Egli iniziò una guerriglia, che doveva infliggere ai Romani le più memorande sconfitte. E il pericolo di gravi turbolenze cresceva pure in Grecia, dove il senato romano aveva castigato la lega achea, togliendole alcune importanti città, acquistate dopo la seconda guerra macedonica. Onde torbidi, tumulti e un nuovo fermento di malumori; cosicchè anche l’anno 147 corse per Roma inquieto, tra le ansie di due guerre sanguinose e la minaccia di una terza guerra.
66. La distruzione di Cartagine e di Corinto (146). — Nel 146 però Roma colse il primo frutto dell’elezione di Scipione Emiliano. A Scipione riuscì prima di sgominare l’esercito che i Cartaginesi avevano raccolto per venire in soccorso della città assediata; poi di prendere la città. Fu necessario prima entrare nella città dopo aver superato le fortificazioni esterne; poi passo passo, per le vie strette, tortuose, asserragliate, combattendo senza tregua sei giorni e sei notti, giungere sino alla cittadella, dove 50 mila cittadini si erano rifugiati. Ma quando, alla fine, anche questi si arresero, Roma fu padrona di Cartagine. Non esitò allora, perchè aveva troppa paura. La Commissione senatoria, incaricata di assestare le faccende cartaginesi, procedè subito alla distruzione della città: i quartieri, gli edifici, i monumenti, che erano scampati alla guerra, furono demoliti; la popolazione superstite, dispersa; il suolo, consacrato agli Dei Infernali, cosicchè a nessuno doveva essere più lecito di dimorarvi. Distrutta Cartagine, occorreva deliberare intorno alla sorte del suo territorio. Si ripresentava la alternativa della Macedonia; o abbandonarlo a se medesimo o annetterlo, almeno in parte. La necessità vinse anche questa volta i dubbi della ragione: tutto il dominio cartaginese fu ridotto a provincia romana sotto il nome di Africa, salvo le parti orientali confinanti con la Cirenaica, le Emporie e le altre città di Sabrata, Oea e Magna Leptis, che rimasero alla Numidia, e salvo Utica, Ippona ed alcune altre, che, in ricompensa della loro defezione, ottennero l’indipendenza e una parte dell’antico territorio di Cartagine. La popolazione superstite dovè, per vivere, disperdersi nelle campagne e darsi all’agricoltura. Là dove era stato il più florido impero mercantile, sottentrerebbe uno Stato agricoltore. Del territorio cartaginese una parte fu confiscata; e divenne il più grande ager publicus extra-italico, fin allora posseduto da Roma. Il resto fu lasciato ai nuovi provinciali, con l’obbligo di pagare un tributo fisso (stipendium)[61].
Cartagine, il terrore di tanti anni, non era più! Ma mentre Cartagine andava in fiamme, la Grecia insorgeva. La lega achea era riuscita a tirare alla sua parte i Beoti, i Focesi, i Locresi, gli Eubei; e nel 146 dichiarava di nuovo la guerra a Sparta. Roma intervenne, questa volta, senza esitazioni e riguardi. Dopo aver debellato la Macedonia e Cartagine, non aveva paura della Grecia, anche se in Lusitania a Viriato crescevano, con i prosperi successi, l’autorità e le forze. Metello, accorso dalla Macedonia, inflisse una prima sconfitta alla lega; re Attalo II mandò in soccorso la flotta; il console Lucio Mummio, arrivato di lì a poco, sgominò a Leucopetra il nemico. La lega si sciolse; e in pochi giorni Mummio potè impadronirsi di Corinto e domare la rivolta. Per la terza volta, in tre anni, si poneva innanzi al senato il dubbio: quale sorte riserbare ai vinti? Alle città, che non avevano preso parte alla guerra, il senato, sempre alieno dalle conquiste, fu lieto di conservare l’indipendenza. Ma si poteva restituirla alle città ribellate? E se non si poteva, che altro partito restava, se non l’assoggettarle? I territori di queste città furono incorporati dunque alla Macedonia e dichiarati provincia; tutte le leghe furono sciolte; tutte le città, isolate; in ciascuna, le democrazie abolite a favore, come in Italia, di governi oligarchici, i quali dessero affidamento di amministrar la città come piaceva a Roma; tutti i fautori della guerra e della politica antiromana, ricercati e severamente puniti; il paese, saccheggiato; una parte del territorio incamerato, e Corinto, l’antica città, famosa per la sua storia, per i suoi monumenti, per la sua bellezza e per la sua ricchezza, fu data alle fiamme[62].
Note al Capitolo Undicesimo.
[58]. Plin., N. H., 33, 3, 55.
[59]. Polyb., 35, 4, 4 sgg. I frammenti della nuova Epitome liviana, scoperti tra i Papiri di Oxyrynchus, hanno portata nuova luce sull’asprezza delle contese provocate in Roma dalla insurrezione spagnola; cfr. Oxyr. Pap. IV, pp. 90 sgg., ll. 177; 182-84; 207, 209 — E. Kornemann, Die neue Livius Epitome aus Oxyrynchus, Leipzig, 1904, pp. 107 sgg.
[60]. Liv., Epit., 49.
[61]. Cic., in Verr. III, 6, 12.