[62]. Sulla condizione fatta alla Grecia nel 146, cfr. G. Colin, Rome et la Grèce de 200 à 146 a. J. C., Paris, 1903, pp. 640 sgg.

CAPITOLO DODICESIMO I GRACCHI

67. La crisi economica della seconda metà del II secolo a. C. — Che nel volgere di due anni Roma abbia osato distruggere due città, così antiche, ricche, gloriose, come Cartagine e Corinto; questo fatto solo basterebbe a provare che la potente città era tormentata da un qualche terribile male interno. La storia narra poche violenze più orrende di queste. Passi ancora per Cartagine, che aveva tentato di annichilire Roma! Ma Corinto non aveva mai pensato di misurarsi con Roma in un duello mortale. Corinto fu distrutta, perchè gli interessi mercantili, imbaldanziti dalla distruzione di Cartagine, vollero toglier di mezzo un’altra pericolosa concorrente; e perchè l’opinione pubblica, irritata e spaventata dalla lunga lotta, lasciò fare.

Ma Roma era giunta ormai a una stretta paurosa. La savia politica degli Scipioni aveva tentato invano di salvarla dal pericolo delle troppo vaste ambizioni. La forza delle cose aveva anche questa volta sbugiardato la saggezza degli uomini. Le recenti annessioni erano nate dall’esaurimento della politica di egemonia. Roma era stata costretta ad ampliare i suoi possedimenti in Africa ed in Europa; e possedeva ora un impero spezzettato, le cui singole parti, se si potevano sperar fruttuose, erano anche un peso ed un impegno. Un peso, perchè dovevano essere amministrate, governate e difese; un impegno, perchè, prima la necessità di difendere e poi quella di connettere queste parti, per modo che tutte potessero sicuramente comunicare tra loro e con la metropoli, obbligherebbero Roma a conquistare nuovi territori. Roma era ormai spinta innanzi da quella logica delle cose, che nella storia corrisponde così poco alla logica della ragione. Senonchè, mentre l’impero si ampliava, Roma si indeboliva. Non che quell’impeto di cupidige e di ambizioni, che aveva spinto l’Italia a cercar nelle province e sui mari nuove ricchezze, si rallentasse. Molti Italici si arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto. Pubblicani e usurai, venuti da Roma e d’Italia, continuavano a dissanguare la Sicilia, la Macedonia, la Spagna. Il commercio degli schiavi continuava a fiorire in segreto accordo con i pirati, su tutto il Mediterraneo. L’agricoltura migliorava in tutta la penisola; la tradizione non era più la sola maestra; i trattati scientifici, greci e cartaginesi, erano studiati. Le vigne e gli oliveti si allargavano; l’istruzione si diffondeva, il latino si sovrapponeva, come unica lingua nazionale, all’osco, al sabellico, all’etrusco, soffocandoli; gramatici e retori, greci e latini, aprivano scuole in molte città. Molti piccoli e medi possidenti mandavano a queste scuole i figli, con la speranza che lo studio fosse per essi la chiave della fortuna. E cresceva pure in tutte le condizioni il lusso e la voglia di spendere. Basterebbe a provarlo la Lex Didia Cibaria approvata nel 143, e che estese a tutta Italia le disposizioni della Lex Fannia contro le prodigalità dei banchetti.

Insomma in tutte le classi operava sordo il fermento delle nuove aspirazioni. Ma i tempi non erano più così facili come nel primo trentennio del II secolo. La prosperità di quel primo trentennio era zampillata da parecchie fonti; metalli preziosi portati in Italia o come bottino di guerra o per pagamento di indennità, che avevano permesso al senato romano di spendere largamente senza aggravare l’Italia d’imposte; vaste confische di terre, specialmente nella valle del Po; abbondanza di schiavi. Ma nel trentennio che seguì la guerra di Perseo queste tre fonti seccano o quasi. Non è dubbio che le tremende guerre combattute dopo il 154 — eccezione fatta della guerra contro Cartagine — fruttarono molto meno. La Macedonia e la Grecia erano state già troppo esauste dalle guerre precedenti, e non avevano avuto il tempo di accumulare nuovi tesori, che bastassero a sfamare ancora una volta l’insaziabile invasore. È probabile che la guerra di Spagna già costasse all’erario più che non fruttava; e tra poco dissesterà le finanze, trenta anni prima così floride. Infine, sebbene nel mondo antico i popoli fossero meno legati tra di loro che nei nostri tempi, è forza argomentare nella distruzione di Cartagine e di Corinto una nuova cagione di impoverimento, per tutto il mondo mediterraneo. Distrutti quei due floridi empori, molte industrie e molti commerci dovettero intisichire o addirittura morire per mancanza di abili ed esperti mediatori. Roma e l’Italia non riuscirono a fare le veci così dei mercanti di Corinto come di quelli di Cartagine in tutti i loro traffici. Alla boria e alla cupidigia, non erano pari nè i capitali nè le conoscenze nè le attitudini. Onde una nuova cagione di povertà per tutti, anche per l’Italia.

Insomma il maggior guadagno di queste guerre furono gli accresciuti appalti delle imposte e delle proprietà pubbliche nelle nuove province. Ma quegli appalti, come quel po’ di commercio che gli Italiani poterono raccattare tra le rovine fumanti di Cartagine e di Corinto, arricchivano solo un piccolo numero. L’agiatezza, di cui aveva goduto tutta Italia nel primo trentennio del II secolo, era nata invece dalle grandi entrate e dalle grandi spese dello Stato; e queste scemando, anche quella languiva. Incominciò dunque di nuovo ad aggravarsi il male dei debiti. Anche la nobiltà, non potendo più vivere con le antiche fortune e non sempre sapendo accrescerle, incominciò a indebitarsi, a corrompersi, e a cercar di sfruttare il potere.

Nel 149 appunto è istituita la prima quaestio perpetua de pecuniis repetundis, il primo tribunale permanente che deve giudicare i magistrati e i senatori accusati di estorsioni a danno degli alleati e dei provinciali. L’ordine dei cavalieri si empiva invece di pubblicani e di mercanti arricchiti, il cui orgoglio e la cui potenza crescevano, man mano che l’aristocrazia storica si corrompeva e impoveriva. Incominciava pure a indebitarsi e a pericolare la media possidenza. Cresceva dovunque, anche nelle campagne più remote, la spesa del vivere, sia perchè crescevano i bisogni e il lusso, sia perchè la moneta rinviliva con l’aumento dei metalli preziosi: ma non cresceva in ogni parte anche il prezzo di tutte le derrate, che il possidente vendeva per pagare i nuovi lussi. Nelle regioni lontane dalle vie maestre o senza ricche città, che non potevano esportare i loro prodotti, questi rinvilivano, appena ce n’era un po’ di abbondanza. Così Polibio ci dice che nella valle del Po, in questi tempi, i viveri costavano pochissimo[63]. Bastava dunque che il possidente si lasciasse un poco andar nello spendere, e cascava nei debiti, dai quali poi gli era difficile liberarsi, massime in tempi in cui le guerre fruttavano poco. La piccola possidenza dappertutto era in travaglio e rovinava; diminuiva in tutta Italia quel medio ceto rurale tra cui si reclutavano le legioni romane e i corpi ausiliari; il latifondo invadeva l’Italia, e, insieme con il latifondo, la pastorizia e la popolazione servile, importata in copia d’oltre mare. La grande proprietà prosperava sulla decadenza militare di Roma. Tiberio Gracco potrà dire tra poco che, se tutte le fiere hanno un covile in cui rifugiarsi, coloro che combattevano e morivano per la difesa dell’Italia, non avevano più altro bene che l’aria in cui respirare. Il levare soldati era proprio un compito ogni anno più arduo. Ormai, appena si annunciava una guerra un po’ seria, Roma doveva ricorrere ad ogni sorta di espedienti per trovar guerrieri.

Questa strana contradizione in cui Roma era impigliata; questa necessità di ingrandire l’impero con forze debilitate, spiegano l’irrequietezza dell’opinione pubblica, i facili spaventi, gli accessi di furore a cui soggiaceva. Roma aveva paura della sua potenza; e neppur le vittorie su tanti nemici ebbero forza di tranquillarla. Sì, questa volta ancora si era vinto, ma con quanta fatica! E poi, se la Macedonia, Cartagine, la Grecia, bene o male, erano state vinte, Viriato non dava tregua in Spagna e la guerra continuava implacabile. Dal 145 si cominciò ad affidarla di nuovo ad uno dei consoli. No, Roma perirebbe ben presto come Cartagine, se l’aristocrazia non sapesse vivere di nuovo con l’antica semplicità; se i Romani non si ricordassero più che il primo dovere del cittadino è il generar molta prole; se non si impedisse la rovina della piccola e della media proprietà rurale, donde erano usciti i soldati e gli eserciti, che avevano conquistato l’Italia e l’impero. In queste idee, dopo la caduta di Cartagine e di Corinto, si infervorava la parte migliore della nobiltà romana, quella che si raccoglieva intorno a Scipione Emiliano, divenuto ormai il primo personaggio di Roma.

Idee, che ben presto tentarono di uscire dalla chiusa cerchia delle conversazioni private. Nel 145 il tribuno C. Licinio Crasso, propose una legge agraria che mirava a ricostituire la piccola proprietà[64]; e poco prima o poco dopo ne imitò l’esempio il pretore Caio Lelio, un grande amico di Scipione, di cui era stato legatus nella guerra di Cartagine. Quali fossero le disposizioni capitali della sua legge, non sappiamo; sappiamo solo che essa fu oppugnata con tanto furore in senato, che Lelio desistè dalla proposta; e perciò fu detto sapiens, il saggio[65]. Questa lode dell’uomo è la condanna dei tempi. Si diagnosticavano i mali, si discutevano i rimedi e sin qui eran tutti d’accordo; ma quando si passava all’atto, gli interessi si spaventavano e c’eran tante buone ragioni per escludere una dopo l’altra tutte le medicine proposte, che savio pareva il medico il quale rinunciava ai farmaci. Anzi succedeva di peggio: mentre tutti gli uomini savi erano d’accordo che occorreva frenare il nuovo spirito che si divulgava nelle moltitudini, non riuscivano che le imprese e i disegni, i quali avevano per effetto di esaltarlo. Buona parte del moderno Piemonte era ancora indipendente dal dominio romano, nè mai, del resto, quelle popolazioni avevano dato occasione a rappresaglie. Ma i Salassi possedevano dei territori auriferi; onde nel 143, senza provocazione alcuna, il console Appio Claudio li attaccava, toglieva loro una parte dei territori e ne faceva concedere le miniere a una compagnia di pubblicani. Victumulae, nel Vercellese, divenne un florido centro del commercio dell’oro[66].