68. Gli scandali della guerra di Spagna: Numanzia. — Fu questo un tempo grigio e fastidioso, in cui Roma ebbe come il sentimento di essere ròsa dentro da un male mortale, ma incurabile. Uno sconsolato pessimismo invade le alte classi e fomenta la discordia. Gli odi, gli asti, i ripicchi tra i grandi e le famiglie inveleniscono; e sono via via inaspriti dalle vergogne della guerra di Spagna. Ora vinto ora vincitore ma sempre in armi, Viriato non dava tregua ai Romani, anzi allargava la rivolta. Tra il 143 e il 142 riusciva a sollevare di nuovo contro Roma i tre popoli, dai quali era incominciata anni prima la rivolta della Spagna: gli Arevaci, i Titti ed i Belli. Numanzia era la rocca di questa nuova guerra. Si ritornava dunque da capo; tutto il sangue e il denaro speso per domare la Spagna erano stati sprecati! Lo sconforto a Roma fu tale che, durante l’anno 141, il proconsole Q. Fabio Massimo Serviliano, che comandava in Spagna e che era un uomo savio, trattò con Viriato e conchiuse con lui una pace onorevole, che riuscì a fare approvare dai comizi. I Lusitani erano quietati, non restava più che debellare Numanzia. Ma nel 140 il fratello di Fabio, Q. Servilio Cepione, diventò console; e tanto disse e intrigò presso il senato, che ottenne il permesso di ricominciare la guerra contro Viriato; proprio mentre il proconsole Q. Pompeo si faceva sconfiggere dai Numantini. Di nuovo la guerra stava per ridivampare in Spagna, quando Servilio Cepione riuscì a venire a capo di Viriato, facendolo assassinare da alcuni sicari.

Spento Viriato a tradimento, la resistenza dei Lusitani venne meno in poco tempo. L’esercito si sciolse; e gli avanzi accettarono, di lì a poco, delle terre intorno a Valenza. Ma la vittoria non era tale, per i mezzi che l’avevano procurata, da incoraggiare i Romani a continuare la guerra contro gli altri popoli: onde sul finire del 140, Q. Pompeo aprì trattative con Numanzia. Gli Spagnuoli accettarono volentieri di discutere; e la pace fu conclusa, a quali condizioni non sappiamo, ma dovevano essere discrete per i Numantini, se costoro acconsentirono a dare ostaggi e denari. La pace era dunque fatta, quando, al principio del 139, giunse il successore di Pompeo: M. Popilio Lena. Ma allora Pompeo, sia che avesse fatto queste trattative per non essere più assalito sino all’arrivo del successore, sia che all’ultimo momento temesse per le sorti del suo trattato a Roma, negò persino di aver mai trattato con i Numantini. Immaginarsi lo scandalo! I Numantini citarono a testimoni i senatori, i prefetti, i tribuni militari, che avevano preso parte alle trattative. Ne nacque una violenta discussione, alla quale Popilio Lena tagliò corto, rimandando le due parti — Numantini e Pompeo — al giudizio del senato. La discussione ricominciò a Roma, e si può immaginare se fu aspra! Risultò che Pompeo aveva trattato e conchiusa la pace; ma il senato non ratificò le sue promesse, e una legge, proposta per consegnare Pompeo ai Numantini, non fu approvata.

Non è difficile argomentare il disgusto, che un simile scandalo generò anche a Roma. Roma era dunque scesa così basso? Ma il male era fatto. La guerra riarse furibonda in Spagna. Popilio Lena non fece quasi nulla, gran parte dell’anno 139 essendo passato nelle discussioni intorno al trattato. Ma le armi furono riprese; e nel 137 Roma subiva una nuova tremenda disfatta. Il console C. Ostilio Mancino fu disfatto e accerchiato con 20.000 uomini; cosicchè per salvar l’esercito dalla distruzione dovè firmare il trattato di pace che i Numantini gli presentarono. Ammaestrati però dall’esperienza, i Numantini questa volta non acconsentirono ad accettare il trattato, se non quando un questore dell’esercito, Tiberio Sempronio Gracco, ebbe loro garantito che il popolo lo approverebbe. Tiberio Sempronio Gracco era figlio del console omonimo del 177 e del 163, che aveva amministrata la Spagna con umanità e giustizia, lasciando nelle popolazioni spagnuole un ricordo aureolato di venerazione: era cognato di Scipione Emiliano, che lo aveva in un certo senso educato; e genero di Appio Claudio, il console del 143. Rappresentava dunque quel che di meglio c’era ancora nella nobiltà romana. I Numantini si fidavano di lui. Ma a torto: chè quando a Roma si conobbero le condizioni della pace, l’opinione pubblica dichiarò di non accettarla. L’autorità dei Gracchi non approdò a nulla. Anche i suoi autorevoli parenti, come Scipione, non ritennero che l’impegno di una famiglia potesse legar la repubblica. Il popolo respinse il trattato.

La guerra dunque continuò, ma fiaccamente. Nel 136 e nel 135 gli eserciti romani, se non ricevettero clamorose disfatte, non compierono nessuna impresa di rilievo. Ma rifiutare la pace e non saper fare la guerra, era troppo: l’opinione pubblica si impazientì; e di nuovo volse gli occhi su Scipione Emiliano. Scipione era in Oriente, per una missione che il senato gli aveva affidata; e la legge vietava che fosse rieletto console. Anche questa volta l’opinione pubblica scavalcò l’ostacolo con un’altra legge; e Scipione fu eletto console per il 134. Egli partì per la Spagna; ma in quali condizioni trovò gli eserciti! Gli accampamenti erano pieni di meretrici, di mercanti, e di schiavi; i soldati si erano avvezzati perfino a prendere i bagni caldi! Gli fu necessario, come sotto Cartagine, rifarsi dalla disciplina e dai primi elementi del mestiere. Per fortuna, l’esercito possedeva qualche buon ufficiale: tra gli altri un certo Caio Mario, un pubblicano datosi alle armi dopo aver fatto fallimento e che veramente era nato più a maneggiare il ferro che l’oro.


69. Il tribunato e la legge agraria di Tiberio Gracco (133 a. C.). — Ma mentre Scipione si accingeva a terminare la guerra di Spagna, gravi cose succedevano in Roma. L’anno 133 fu un anno memorabile della storia di Roma. Era stato eletto tribuno per quell’anno Tiberio Sempronio Gracco, quel giovane che, come questore, aveva garantito ai Numantini il trattato di pace conchiuso con il console Mancino. Anche Tiberio Gracco era spaventato dalla rovina che minacciava insieme la piccola possidenza e l’esercito; ma all’opposto di tanti altri membri della nobiltà, non voleva soltanto lamentare il male, voleva anche curarlo. Sia che il male, aggravandosi, desse la spinta finale a una volontà già ardente; sia che la giovinezza gli nascondesse la difficoltà dell’impresa; sia che l’affronto fatto a lui e alla sua famiglia dal senato e dal popolo, sconfessando la pace di Mancino, lo avesse inasprito, certo è che egli riprese nel 133, come tribuno della plebe, il disegno così facilmente abbandonato da Caio Lelio.

La sua legge agraria del 133, la prima degna di questo nome, dopo la Licinio-Sestia del 367, è dettata appunto dalle inquietudini del partito tradizionalista. La penisola non disponeva più di terre pubbliche assegnabili; ma le terre, che i ricchi avevano locate o usurpate, potevano, in quanto ager publicus, essere legalmente riprese dallo Stato. Se, dopo averle riprese, lo Stato le avesse distribuite in piccoli lotti alla povera gente rovinata, il maggiore tra i mali dell’Italia — l’unico, anzi, che Tiberio vi scorgesse — non sarebbe stato guarito, e l’Italia non sarebbe ridiventata un paese di piccoli agricoltori e di valorosi soldati?

Concretando, Tiberio proponeva: 1) che nessun cittadino romano potesse possedere più di 500 iugeri (Ea. 125) di agro pubblico, o di 750 (Ea. 187,50) se padre di un solo figliuolo, o, al massimo, di 1000 (Ea. 250) se padre di due o più figliuoli: la proprietà così limitata, poteva essere fatta stabile ed esente da tributo; 2) che lo Stato ripigliasse a ciascun cittadino romano la parte di agro pubblico occupato, che superava quelle misure, pur risarcendo ai possessori le spese del dissodamento e dei miglioramenti; 3) che fossero parimenti, ai Latini e agli alleati italici, tolte le terre pubbliche acquistate o assegnate illecitamente o irregolarmente, salvo il diritto di partecipare alle nuove distribuzioni con eguali diritti dei cittadini romani; 4) che tutte le terre pubbliche disponibili in seguito all’applicazione della legge, fossero distribuite in piccoli lotti, probabilmente di 30 iugeri (Ea. 7,50) l’uno, quali possessi inalienabili e con l’obbligo del pagamento di un canone annuo allo Stato; 5) che il compito di applicare la legge fosse affidato a una commissione di tre membri, da eleggersi annualmente dai comizi tributi: tresviri agris iudicandis adsignandis, i quali procederebbero alla misurazione e alla distribuzione delle terre demaniali, con facoltà di istruire essi stessi i processi delle contestazioni e di pronunciare sentenze inappellabili[67].

La legge scatenò le più fiere opposizioni. Non si può spiegare l’accoglienza che ebbe in senato, se non supponendo che avrebbe spogliato il maggior numero dei senatori di molte terre dell’agro pubblico, che allora possedevano. Il che del resto è verosimile, poichè l’agro pubblico era la parte del bottino, con la quale l’aristocrazia senatoria si compensava dei pericoli e delle fatiche della guerra. Ma se i senatori e i ricchi cavalieri erano i primi bersagli, la legge non sonava meno minacciosa a molti Latini e alleati, costretti a mostrare i titoli delle assegnazioni di terre, tramandate per generazioni, vendute, acquistate, impegnate per debiti, assegnate in dote, divise suddivise, novamente conglobate con altre terre assegnate e ricevute in altri tempi. Inoltre, spesso terre assegnate regolarmente si erano confuse con terre occupate senza assegnazione: e nelle une e nelle altre erano stati investiti ingenti capitali e molto lavoro. La legge di Tiberio non poteva applicarsi senza ferire un infinito numero di interessi legittimi, senza sconvolgere le fortune private, senza annullar dei patti federali con gli alleati, che erano a ragione considerati come sacri. Se dunque uno dei colleghi di Tiberio nel tribunato, M. Ottavio Cecina, interpose il veto, noi non abbiamo il diritto di sospettare per questo solo che avesse di mira soltanto il salvare i propri interessi e quelli degli accaparratori di agro pubblico. Ma Tiberio aveva attizzato con la sua proposta un grande incendio, che ormai non era più in suo potere di spegnere. Se molti e accaniti erano gli avversari, la legge era stata accolta con giubilo dagli avanzi dell’antico contadiname romano; dalla plebe urbana e da tutti i poveri che, allora come sempre, accusavano della propria miseria l’avarizia dei grandi; e anche da un certo numero di senatori, che o non avevano agro pubblico in soverchia quantità o ai quali il bene dello Stato premeva più del danno proprio. Tutti costoro formavano, più che un partito, una grande corrente di opinione, che spingeva Tiberio.

All’ostruzione del collega Tiberio, quando vide vana ogni sua preghiera per convertire Ottavio, rispose invitando il popolo a destituirlo. Era questo un procedimento nuovo e rivoluzionario? Nuovo, no, chè in tempi vicini e lontani il senato aveva proposto destituzioni di tribuni: rivoluzionario, sì, per la giustificazione, che Tiberio gli assegnò. Il tribuno della plebe — egli disse — ha per ufficio di difendere la plebe; se egli manca a questo dovere, il popolo, che l’ha nominato, può revocarlo. In altre parole, il veto del tribuno non può più, come spesso era successo, servire all’aristocrazia ed al partito dei ricchi. Questa tesi doveva piacere alle moltitudini agitate e commosse; e Ottavio fu deposto dal voto unanime delle tribù. Ottavio deposto, la legge fu approvata, e nominata per metterla in atto la migliore tra le commissioni possibili: Tiberio, il fratello Caio, e il genero suo Appio Claudio, uno dei pochi senatori favorevoli alle proposte del tribuno. Per semplificare il difficilissimo compito, Tiberio aveva eliminato la clausola relativa alle indennità, con la quale egli s’era inutilmente studiato di placare l’opposizione degli interessati.