70. Il testamento di Attalo e la nuova provincia di Asia (133). — Tra queste agitazioni e lotte giunse a Roma una notizia singolare. Attalo III, Re di Pergamo, era morto; e non avendo figli, lasciava a Roma in eredità il suo regno, trasmettendo alla repubblica tutti i diritti che egli esercitava sulle città greche e sulle popolazioni indigene. Come e per qual ragione, in seguito a quali intrighi, l’ultimo Re di questa dinastia, che aveva prosperato come cliente di Roma, fosse venuto in questa idea singolare, noi purtroppo non sappiamo. Ma la fortuna pareva voler mettere a dura prova la saggezza di Roma. Proprio, mentre a Roma si proponeva una legge terribile come quella di Tiberio Gracco per ricostituire, nel cuore della penisola, l’antica Italia agreste e bellicosa, la fortuna le offriva, senza colpo ferire, in dono, uno dei territori più ricchi del mondo antico, ove fiorivano tutte quelle arti, quei traffici e quegli studi, che sembravano corrompere la sana midolla della vecchia Italia. Giacchè il regno di Pergamo non era vasto, ma quanto era ricco! Passavano per esso le vie commerciali più battute fra l’Occidente e i paesi dell’Oriente — la Caldea, la Fenicia, la Siria, la Persia, l’India — donde venivano l’incenso, la cassia, la resina, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, l’avorio, l’indigo, l’ebano, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo; tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina, di cui il lusso dei paesi mediterranei faceva sfoggio. Qui il suolo era fertile, qui c’erano appalti, decime, tasse sui pascoli, pedaggi e dogane ricche, come in nessun’altra delle province dell’impero; qui, da un secolo e mezzo, regnava splendidamente la più ricca, la più culta, la più generosa forse, delle Corti ellenistiche; alla cui liberalità noi dobbiamo ancor oggi gli ultimi capolavori della scultura e della architettura greca; un’arte di mirabile perfezione, ora violenta, piena di foga, amante del nuovo e del grandioso, come nel famoso fregio dei Giganti del Museo di Berlino, che decorava un altare colossale, consacrato a Zeus e ad Atena, rappresentante la lotta di Giove con quegli immani figli della terra; ora piena di passione, accorata, come nel Gallo morente del Museo Capitolino in Roma, o nel gruppo, a torto denominato Arria e Peto, del Museo di Villa Ludovisi.
Non occorreva essere profeta, per prevedere che il dono di Attalo sarebbe un dono funesto, alla stregua almeno delle idee che movevano Tiberio Gracco e i suoi amici. Accettando quel dono, la repubblica poneva piede in quell’Oriente, che agli occhi dei tradizionalisti romani della scuola di Catone e di Scipione Emiliano, era il maestro della corruzione tanto temuta. Inoltre il commercio romano, altro veicolo di ricchezze pericolose e di esempi funesti, si sarebbe ancora allargato. Inorientarsi e voler restaurare l’antica Italia semplice e agreste, era una contradizione. Tiberio Gracco e il suo partito avrebbero quindi, a rigore di logica, dovuto proporre a Roma di rifiutare il dono, così come dopo Cinocefale Roma aveva rifiutato la Macedonia e la Grecia. Ma i tempi, mentre lamentavano che l’antica Italia perisse, non resistevano più alle tentazioni della ricchezza e della potenza. Non c’era nè uomo nè partito, che avrebbe potuto persuadere Roma a questa rinuncia: Tiberio meno di ogni altro, perchè minacciato dai potentissimi interessi che aveva lesi. Spinto anzi dalla necessità di opporre interessi a interessi, egli cercò di servirsi anche del testamento di Attalo, e propose che le riserve del tesoro, lasciate dal Re di Pergamo ai Romani, fossero spese per provvedere strumenti ai nuovi coloni poveri; che la nuova provincia, a cui fu dato il nome di Asia, ricevesse i suoi ordini e le sue leggi dal popolo. La prima proposta era opportuna: ma la seconda toccava una delle prerogative più antiche del senato. Si riaccesero quindi le lotte e le dispute; si rinfocolarono gli odi e si invelenirono le accuse.... Frattanto buona parte dell’anno era trascorso, e bisognava procedere alle nuove elezioni. Secondo la legge, le magistrature non potevano essere iterate. Ma Tiberio voleva esser rieletto, sia per poter vigilare all’applicazione della legge; sia per salvarsi dall’accusa di attentato alla costituzione, di perduellio, come si diceva, che dopo il caso di Ottavio, i suoi avversari volevano intentargli. Tanta audacia intimidì gli amici. Da troppo tempo il tribunato non era stato rinnovato da un anno all’altro alla stessa persona. I nemici di Tiberio ebbero buon gioco; molti amici o lo abbandonarono o tentennarono. Le elezioni si facevano nel mese di luglio, il mese della mietitura. Molti piccoli possidenti, che avrebbero votato per Tiberio, non potevano venire a Roma. Gli avversari fecero dunque un grande sforzo.... Nel giorno della votazione i partigiani di Gracco non riuscirono a spuntarla contro coloro che negavano potesse un tribuno essere rieletto. La votazione fu dunque rimandata al giorno seguente. Ma la mattina dopo la discussione ricominciò, e ne nacque alla fine un vero tumulto. Mentre i comizi erano a romore, nel vicino Tempio della Fede, ove il senato era radunato, un gruppo di senatori, con a capo Scipione Nasica, invitò il console a fare il suo dovere, ossia, a reprimere quel tentativo di rivoluzione fatto da Tiberio e dai suoi fautori. Si chiedeva, per un piccolo tumulto elettorale, addirittura quel che lo Stato romano non aveva ammesso se non negli estremi pericoli e anche allora raramente, al tempo della grande lotta tra i patrizi e i plebei: l’impero della legge marziale, il senatus consultum ultimum, come si chiamerà tra poco il decreto di stato d’assedio[68]. Il console non osò accogliere l’invito, e allora lo stesso Nasica, a capo di una schiera di senatori e di cavalieri, coadiuvati dai loro clienti e dai loro schiavi, uscì dal Tempio della Fede, si slanciò in mezzo alla folla, divisa in due partiti e ancora tumultuante. Dopo brevissima e debole resistenza, Tiberio e 300 dei suoi seguaci furono trucidati.
71. La distruzione di Numanzia e la fine delle guerre di Spagna. — Così terminava il primo tentativo fatto sul serio per curare quella «corruzione dei costumi», che minacciava, agli occhi dei più savi romani, di mandare Roma in perdizione. Ai procedimenti rivoluzionari, ancora timidi e incerti, di Tiberio, gli interessi, insediati nella rocca del senato, avevano risposto con una risoluta e aperta violenza. Quanto questi interessi fossero potenti e quanto li avesse Tiberio inferociti, è provato dalla inaudita sopraffazione. Nasica era un uomo autorevole e il senato la più alta autorità dello Stato: tutti giudicarono, poichè aveva avuto la peggio, che Tiberio aveva proprio tentato di sovvertire l’ordine con la forza; e quindi meritata la sua sorte. Anche Scipione Emiliano, che stava assediando Numanzia, fu di questo parere. Il partito di Tiberio fu disperso dal terrore. Ma l’opera dell’infelice tribuno non perì tutta. Dopo la morte di Tiberio, la commissione, incaricata di attuare la legge, si recò nell’Italia settentrionale, nella centrale e nella meridionale, dovunque cercando di ricostituire l’antico agro pubblico, senza lasciarsi scoraggire dalle difficoltà di ogni genere con cui il tempo, gl’interessi e la furberia degli uomini intralciavano l’opera loro. Di questa testimoniano ancor oggi i cippi o pietre terminali, segnanti i confini precisi tra ager publicus e ager privatus, fra podere e podere, recanti impressi i nomi dei triumviri[69]; ma più ancora un dato eloquentissimo, che la parzialità degli storici antichi non è riuscito a nascondere: che, mentre sin dal 164-63 il numero dei cittadini romani scemava, dal 131-30 al 115-14 esso crebbe in una generazione di oltre 75.000 iscritti (394.336 contro 317.823). È verosimile che questo aumento fosse, almeno in parte, un effetto della legge di Tiberio[70]. La terra, come dirà un uomo, che pure fu uno dei più implacabili avversari dei Graccani «era stata strappata al pascolo per essere di nuovo restituita all’aratro»[71].
Nell’anno stesso in cui Tiberio cercava con le leggi di rifar l’antica Italia agreste e guerresca, nel 133, Scipione Emiliano riusciva a prendere e a distruggere Numanzia, terminando finalmente la terribile guerra di Spagna. Una commissione di senatori riordinò, d’accordo con Scipione, la penisola. La Spagna fu divisa in due province, la Citeriore e la Ulteriore, separate fra loro dalla Sierra Morena (il Saltus Castulonensis), ciascuna sotto il governo di un pretore. Nel tempo stesso una nuova guerra nasceva nell’antico regno di Pergamo. La disputa tra Tiberio e il senato sull’ordinamento della nuova provincia aveva fatto perdere del tempo; e di questo tempo approfittò un certo Aristonico, che pare fosse un bastardo di Eumene, per rivendicare il regno. Raccolse uomini e denaro; chiamò gli schiavi a libertà; trasse al suo partito tutti gli amici e i fedeli della spenta dinastia; e insomma seppe così bene fare e dire che i Re di Bitinia, di Paflagonia e delle due Cappadocie, alleati di Roma, e da questa pregati di purgar la provincia dall’usurpatore, non ci riuscirono. Fu necessario spedire rinforzi dall’Italia; e questi furono sulle prime sconfitti: un console ci lasciò la vita, e solo a Manio Aquilio, console nel 129, riuscì di ricuperar la nuova provincia. Comunque sia, poche volte una preda più ricca fu acquistata a minor prezzo. La repubblica romana diventava da un giorno all’altro una potenza asiatica; prendeva posto in Asia accanto alle due grandi monarchie superstiti dell’impero di Alessandro: passo decisivo e tanto più grave perchè non predisposto da alcuna preparazione. Ma lì per lì nessuno sembra averne avuto sentore a Roma; poichè tutti badavano ai travagli interiori. Dall’applicazione della legge agraria una nuova difficoltà nasceva o meglio si inaspriva. Abbiamo visto come la legge di Tiberio provvedesse ai cittadini romani, se si vuole, secondo giustizia, ma a spese dei Latini e degli Italici. Costoro erano privati dell’agro pubblico a torto occupato, e una parte soltanto poteva approfittare delle nuove distribuzioni; perchè i cittadini romani erano soddisfatti prima; e ai Latini e agl’Italici toccavano solo gli avanzi. Troppi avevano ricevuto, in luogo di un bel podere coltivato a viti o ad ulivi, un terreno sterile, boscoso, paludoso! Il torto offendeva tanto più, perchè da un pezzo Latini e Italici erano malcontenti per altre ragioni. Dalla fine della prima punica, non era stata più creata alcuna nuova tribù di cittadini romani. Nel tempo stesso le concessioni del diritto di cittadinanza s’erano fatte più rare. Gli stessi Latini, immigrati in Roma, che per molti lustri ne avevano effettivamente goduto, erano stati a poco a poco cancellati dalle liste dei cittadini. La medesima delusione era toccata ai Latini arrolatisi nelle colonie di cittadini romani, e che per lungo tempo si erano creduti pari a questi. Nè Roma era diventata solo più gelosa del privilegio della cittadinanza, ma più dura nell’esercitare la sua potenza metropolitana, poichè ingrandendo il suo impero nel mondo, si era avvezzata a trattare l’Italia come una provincia, proprio quando era costretta a chiederle un tributo di sangue maggiore che nel passato. A queste ragioni di malcontento s’aggiungeva ora la legge agraria!
La opposizione dei Latini e degli Italici fu per gli avversari della legge agraria un insperato e prezioso aiuto, perchè procurò loro l’appoggio del maggiore personaggio del tempo, di Scipione Emiliano. Scipione era favorevole agli Italici, che aveva visti all’opera in Africa e in Spagna; che sapeva essere ormai il nerbo degli eserciti di Roma. Perciò nel 129 egli intervenne in loro favore, adoperandosi per fare approvare una legge che toglieva alla commissione i poteri contenziosi e li affidava invece ai consoli. Si poteva così presumere che i consoli, quasi sempre avversari delle leggi agrarie, lascerebbero in sospeso le infinite questioni sulla legittimità delle occupazioni, legando le braccia alla commissione. Ma questa concessione indiretta non soddisfece i Latini e gl’Italici, che volevano abolita la legge e che continuarono a venire in Roma a torme, per protestare e difendere i loro interessi. D’altra parte, il partito della legge agraria, che la morte di Tiberio aveva disperso, ma non distrutto, riordinava le sue file, per correre al soccorso della legge minacciata. La lotta diventò furibonda; Scipione stesso fu minacciato; ed essendo egli tra queste dispute morto improvvisamente, il partito di Tiberio fu accusato di averlo assassinato per odio di parte. Il partito della legge agraria pensò perfino, per un momento, di troncare dalle radici l’opposizione dei Latini e degli Italici con un atto di forza. Nel 126 il tribuno della plebe M. Giunio Penno proponeva di espellerli tutti da Roma! Per fortuna prevalsero nello stesso partito di Tiberio propositi opposti, non di sterminio, ma di conciliazione. Per il 125 era stato designato console un caldo fautore della legge agraria, un senatore amico di Tiberio, Fulvio Flacco. E Flacco propose una legge, con la quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti quegli Italici, che la chiedessero; e a quelli che non la volessero si concedeva invece il privilegio della provocatio, fin allora riservato ai soli cittadini romani, cioè il diritto di appello ai comizi centuriati contro ogni pena corporale ordinata da un magistrato romano[72]. A che mirasse questa legge, è chiaro: a compensare gli Italici dei danni che la legge agraria infliggeva loro con una concessione politica, che era anche utile a Roma. Italici e Romani avrebbero fatto un popolo solo, di eguali diritti. Ma la proposta giungeva troppo presto. Noi sappiamo che nè il senato nè i comizi la gradirono, cosicchè il console l’abbandonò. L’oligarchia romana era troppo orgogliosa ed egoista da consentire così facilmente ad allargare a tanti uomini il suo prezioso privilegio. Non bastò a scuoterla l’insurrezione di Fregellae, che prese le armi per protestare contro l’abbandono della proposta. Ma la grande proposta era stata fatta; e fra non guari l’avrebbe ripresa il più grande fra gli uomini politici del tempo, Caio Gracco.
72. Caio Gracco (123-121). — Tre anni dopo il fallimento della proposta di Fulvio Flacco, era eletto tribuno, da un’assemblea dei comizi tributi, alla quale gli elettori della città e della campagna accorsero in numero non mai veduto, il fratello di Tiberio, Caio Gracco. Caio aveva assistito all’eccidio del 133, aveva fatto parte della commissione incaricata di attuare la legge; era stato perseguitato dal partito avverso, che, arbitro del senato, aveva cercato prima di inchiodarlo in un’eterna proquestura in Sardegna; poi di accusarlo di complicità nella insurrezione di Fregellae. Ma se il dolore e il rancore ulceravano il suo animo, Caio non era uomo da consumare il suo tribunato in una politica di rappresaglie. Egli voleva continuare l’opera del fratello, ma nel solo modo con cui un uomo intelligente può continuar l’opera di un predecessore: allargandola ed integrandola. Che cosa avevano dimostrato i torbidi di quei dieci anni? Che la legge agraria di Tiberio era stata mutilata nell’applicazione da una doppia opposizione: l’aristocrazia senatoria da una parte, i Latini e gli Italici dall’altra. Era quindi chiaro non potersi applicare davvero la legge agraria senza una riforma politica, che scemasse la potenza dell’aristocrazia e del senato e desse soddisfazione ai giusti lamenti degli Italici. Era una catena. Ma come si poteva indebolire l’aristocrazia ed il senato, l’una e l’altro arbitri della repubblica dopo la seconda guerra punica? Caio Gracco era troppo intelligente per ritentare la prova di Caio Flaminio, e far assegnamento sul popolino, i piccoli possidenti, le classi povere. I tempi non erano più quelli. Il senato era ormai troppo potente, per ricchezza, per cultura, per prestigio. Occorreva un’arma più forte. Caio Gracco pose gli occhi su quella seconda nobiltà che comprendeva i cittadini non senatori, forniti del censo di 400.000 sesterzi e iscritti nella lista dei cavalieri, della quale ormai facevano parte tanti ricchi pubblicani e tanti denarosi mercanti e possidenti. Due nobiltà non possono vivere accanto, trattandosi da pari: ma siccome i cavalieri, fieri della loro ricchezza, non volevano più sottostare, come un tempo, alla nobiltà senatoria, così Caio poteva sperare di indebolire l’ordine dei senatori ingrandendo l’ordine dei cavalieri.
Egli seppe adoperarsi con molta destrezza. Una delle prerogative maggiori del senato era la giurisdizione criminale; perchè le varie quaestiones perpetuae, i giury diremmo noi, che erano ogni anno tratte a sorte per giudicare i reati, si componevano di senatori. Caio Gracco diresse il suo primo assalto al fortilizio dei privilegi senatoriali, su questo punto; proponendo una lex judiciaria, la quale disponeva che nelle quaestiones giudicherebbero non più dei senatori, ma soltanto dei cavalieri. La proposta nascondeva abilmente un intento politico sotto ragioni di giustizia. La più importante delle quaestiones era quella de pecuniis repetundis, istituita, come vedemmo, nel 149 per giudicare i processi di concussione; quindi anche i governatori di provincia accusati di malversazione. Queste accuse spesseggiavano ormai tanto, che l’opinione pubblica reclamava leggi più severe. In quell’anno stesso un altro tribuno della plebe, Manio Acilio Glabrione, proponeva una grande lex Acilia de repetundis. Ma i governatori delle province erano tutti senatori: ora si poteva presumere che dei senatori applicassero severamente le leggi ai loro colleghi? Se non si voleva che la legge fosse una lustra, occorreva far giudicare i senatori da uomini appartenenti ad un altro ordine. Ma Caio non stette pago di questa prima proposta. Il governo romano non aveva ancora scelto, per la nuova provincia d’Asia, tra l’imposta fissa adottata per l’Africa, e la proporzionale, già sperimentata in Sicilia. L’una e l’altra presentavano, per lo Stato, vantaggi e inconvenienti; ma un secolo e più di prova aveva dimostrato in Sicilia che l’imposta proporzionale fruttava grandissimi lucri ai pubblicani che l’appaltavano. Con una seconda legge, Caio propose che fossero adottati per l’Asia gli istituti fiscali della Sicilia, e che l’appalto delle dogane, delle decime e di tutti i tributi della provincia fosse assegnato ai cavalieri romani.