Con queste due leggi, Caio poteva lusingarsi di trarre alla sua parte, tutto insieme, l’ordine equestre. Immaginò quindi un seguito di provvedimenti, che dovevano giovare a questa o a quella parte della plebe, così da stringere in un fascio le classi medie e povere. Innanzi tutto Caio Gracco si proponeva di ridestare la lex agraria del fratello dal letargo in cui era caduta, facendo ridare ai triunviri i poteri giudiziari che Scipione aveva trasferiti ai consoli. Ma la lex agraria beneficava solo il contadiname e i piccoli possidenti più poveri: non faceva nè bene nè male al proletariato urbano, molto cresciuto in Roma e, perchè residente in Roma, molto potente nei comizi. Anche a questo Caio provvide con la lex frumentaria. Lo Stato metterebbe ogni mese in vendita, a Roma, del frumento a un prezzo di favore, per i poveri ufficialmente riconosciuti come tali. Caio pensava forse anche, facendo fare dallo Stato grandi acquisti di grano in Italia, di giovare all’agricoltura italica; e ordinando la costruzione in Roma di vasti granai, di dar lavoro ai piccoli appaltatori e agli artigiani. Ai quali e alla agricoltura insieme, provvedeva anche un’altra legge, la lex viaria: vasto disegno di nuove vie, da costruirsi in diverse regioni d’Italia, sia per dar lavoro al popolo, come per aiutare gli agricoltori a vendere con maggiore profitto quelle derrate, che potevano esser trasportate ai più lontani mercati. A tutte queste aggiunse una lex militaris, che vietava di arruolare un cittadino romano prima che avesse toccato i 17 anni e faceva obbligo all’erario di pagare al soldato il vestiario militare: una legge che doveva riuscir graditissima al popolo minuto così della città come della campagna.

Roma non aveva ancora visto un corpo di leggi tanto studiate e così ben legate tra di loro; e tutte intese a giovare al maggior numero. Caio diventò quindi in un baleno l’idolo della plebe, il favorito dei cavalieri, il capo di una così potente coalizione di interessi, che tutte le opposizioni vennero meno. Il tribuno fece approvare dai comizi tributi tutte le sue leggi, senza neppur chiedere prima l’approvazione del senato; e subito diede mano ad attuarle, appaltando la costruzione di granai e di vie, costruendo queste con una magnificenza sino ad allora ignota, attendendo tutto il dì a mille faccende, facendo della sua casa il ritrovo dei pubblicani, dei letterati, dei sapienti di Roma, la speranza e l’amore della moltitudine. Impotente, l’oligarchia latifondista del senato taceva e fremeva. L’autorità di Caio era così grande, che egli potè ritentar la prova fallita al fratello: farsi rieleggere tribuno per il 122. Tiberio aveva fatto scuola; e non senza una ragione più profonda che l’ambizione di Caio. L’impotenza del partito democratico nasceva in parte dalla brevità delle magistrature. Se si voleva rinnovare l’invecchiata repubblica, occorrevano nuovi principî e nuovi procedimenti.

Tribuno per la seconda volta, Caio si trovò al sommo della potenza, della popolarità, della operosità. Egli sembrava, davvero, e molti dovevano sussurrarlo, il Pericle della repubblica romana. Ma le leggi del primo tribunato non erano che la preparazione alle due riforme capitali, che Caio vagheggiava per curare dalla radice i mali del tempo. Roma cresceva troppo; troppi artigiani, mercanti, artisti, sapienti, avventurieri, mendicanti concorrevano, da ogni parte, nella nuova metropoli; e ne nascevano infiniti mali; massimo tra tutti il caro prezzo del pane e degli alloggi. La lex frumentaria non era rimedio senza pericolo, tanta spesa avrebbe dovuto sostenere l’erario, già dissestato dalla guerra di Spagna. Bisognava sfollare Roma, inducendo una parte dei mercanti romani a trasferirsi da Roma in altre città acconce alla navigazione e al commercio; perchè molta gente minuta li avrebbe allora seguiti nelle nuove sedi. Caio gettò gli occhi su tre punti della costa mediterranea: a Squillace era già una dogana per le importazioni asiatiche; Taranto era stata lungamente famosa per commerci e per ricchezze. Quei mercanti che facevano commercio con la Grecia, la Macedonia e l’Oriente, non avrebbero potuto risiedere a Taranto o a Squillace, rinominate Nettunia e Minervia, più comodamente che a Roma? Il commercio dell’Africa — quel poco almeno che era sopravvissuto alla rovina di Cartagine — era passato ai mercanti romani: i mercanti romani che commerciavano con l’Africa avrebbero potuto risiedere in Africa meglio che a Roma. Molti infatti si erano stabiliti a Cirta. Non si poteva riedificare, sulle rovine della punica, una nuova Cartagine romana che si chiamasse Giunonia? Egli propose di fondare a Squillace, a Taranto, a Cartagine tre colonie, non di poveri però, come in antico, ma di persone benestanti, a cui, per invogliarle ai lasciare Roma, sarebbero date vaste terre[73].

Anche queste proposte furono approvate, sebbene, a quanto sembra, a fatica, perchè lo sfollamento di Roma noceva a molti. Ma Caio prese ardire ad esprimere alla fine la idea suprema, lungamente meditata in silenzio: concedere, come già aveva proposto il suo amico M. Fulvio Flacco, la cittadinanza romana a tutti gli Italiani; rinforzare la piccola oligarchia di Roma, che rassomigliava a una esile colonna consunta dalle intemperie e dagli anni, sulla quale architetti improvvidi ingrandivano la mole già pesante di una fabbrica immensa. Tale era il disegno di Caio Gracco: posare l’impero non sulla cupidigia e l’orgoglio della piccola oligarchia romana, ma sulle solide e semplici virtù della classe rurale di tutta l’Italia; restaurare le antiche sedi del commercio distrutte o decadute; sollevar Roma dalla congestione di ricchezze e di uomini, che la soffocava.

Roma non aveva ancor visto, e non vedrà più un riformatore dal pensiero così organico, profondo e creativo. Se un uomo potesse addossarsi l’opera che sole le generazioni possono compiere, Caio Gracco avrebbe rigenerato Roma, e sciolta la tragica contradizione in cui Roma si dibatteva. Ma Caio era un grande uomo, non un Dio. Proponendo di accordare la cittadinanza agli Italici, egli aveva oltrepassato il limite, che non poteva essere superato neppure da lui, che pur era un grande uomo. L’opposizione, che aveva disanimato Fulvio Flacco, rinacque: senato, cavalieri, agricoltori, proletariato urbano si trovarono questa volta uniti contro Caio Gracco. Il misoneismo, l’orgoglio, l’egoismo prevalsero su ogni altra considerazione. L’oligarchia romana non intendeva far getto dei suoi privilegi. Quando il tribuno Livio Druso oppose il suo veto, quel popolo, che aveva deposto Ottavio, scoppiò in un applauso caloroso. La popolarità di Caio Gracco incominciò a vacillare. Per maggior disgrazia Caio aveva accettato di far parte della commissione che dedurrebbe a Cartagine la nuova colonia; e quindi dovè lasciar Roma, proprio allorchè la sua presenza sarebbe stata più necessaria, e sebbene la legge vietasse a un tribuno della plebe di uscire dalla città. Egli cercò di far presto, non restò assente più di settanta giorni: ma di questa sua assenza approfittò il partito a lui nemico, per screditarlo del tutto. Strumento di questo partito fu il tribuno Livio Druso; che con perfida abilità propose tre rogazioni assai più generose ancora di quelle di Caio: una, che prometteva al popolo non tre colonie miste di benestanti e di poveri, ma dodici addirittura e tutte di soli proletari; un’altra, che liberava le nuove assegnazioni di agro pubblico dal tributo allo Stato, voluto dalla legge Sempronia; una terza, che prometteva agli Italici la soppressione delle pene corporali, anche sotto le armi. Il volgo, volubile e sciocco, cadde nella pania; si persuase che il senato e il partito oligarchico, a cui Livio apparteneva, si erano ravveduti ed erano diventati migliori amici suoi che Caio. Quando Caio tornò dall’Africa il favor popolare lo aveva abbandonato al punto, che i suoi nemici già preparavano il pubblico alla abrogazione della legge sulla colonia della nuova Cartagine, sussurrando di prodigi minacciosi, che avevano atterrito la prima schiera di coloni: indizio sicuro dell’empietà di coloro che avevano voluto fondare una colonia sul suolo maledetto di Cartagine!

Non fa quindi meraviglia, che le elezioni per l’anno 121 siano state sfavorevoli a Caio. Caio non fu rieletto: invece fu eletto console L. Opimio, uno dei più accaniti tra i suoi nemici. Incoraggiati dalle elezioni, i suoi nemici si decisero a vibrare il primo colpo. Il tribuno Minucio Rufo propose l’abrogazione della legge sulla colonia di Cartagine. Caio non poteva non raccogliere la sfida. Il giorno del voto si presentò al popolo nei comizi, per difendere, almeno con la parola, quella che era una delle più nobili, alte e feconde iniziative della sua politica. Ma gli spiriti erano irritati; anche questa volta un tumulto nacque; e anche questa volta il partito avverso ripetè nel senato al console l’esortazione e l’invito, che dieci anni prima gli aveva vanamente rivolti Scipione Nasica. Ma console era questa volta L. Opimio, che non si fece pregare. Il senatus consultum ultimum fu decretato; rinnovando, dopo circa 263 anni, un provvedimento che nelle future turbolenze della repubblica doveva prendere il posto dell’antica dittatura. In forza del decreto un piccolo tumulto dei comizi passò per un tentativo di rivoluzione; Caio e i suoi seguaci furono assaliti e trucidati; egli medesimo, visto precluso ogni scampo, si fece uccidere da uno schiavo fedele.

Note al Capitolo Dodicesimo.

[63]. Polyb., 2, 15.

[64]. Varro, R. rust., 1, 2, 9.

[65]. Cfr. Plut., Tib. Gr., 8.