CAPITOLO PRIMO LA MONARCHIA E IL PRIMO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA

(754?-510? a. C.)

1. L’Italia nell’VIII secolo a. C. — I tempi, a cui risalgono le prime e incerte notizie di Roma, sono per noi il principio della storia nostra. Ma per gli uomini che li vissero, erano la fine di una lunga storia precedente, a noi quasi ignota. Quanti avvenimenti aveva già veduti l’Italia, verso la metà dell’ottavo secolo a. C.! Aveva veduto ricoverarsi nelle caverne gli uomini che lavoravano la pietra e cacciavano con le frecce aguzze di onice le belve sui monti boscosi; aveva veduto emergere dai laghi e dai fiumi i villaggi difesi dalle acque; aveva veduto quella forza misteriosa che non dà tregua alle genti umane, l’invenzione, fare la prima immensa rivoluzione della storia, creando il bronzo, estraendo e plasmando il ferro; aveva veduto, man mano che l’uomo aveva imparato a fabbricare strumenti più utili e saldi, moltiplicarsi gli armenti, diffondersi la coltivazione dei cereali, i primi tralci delle viti pendere dagli alberi, curvarsi gli ulivi sulle pendici, i colli incoronarsi di città turrite, e le industrie e le arti, che si dicono civili, fare le prime loro prove. Ma aveva veduto pure infuriare la guerra; e genti diverse invaderla da ogni parte, contendersi le regioni con le armi. Verso la metà del secolo VIII a. C. l’Italia era già popolata da razze diverse: ma quante fossero e quali, e in che differissero propriamente, onde venissero e dove risiedessero è impossibile dire con sicurezza. I dotti del secolo XIX, per i quali la storia non ha segreti, hanno preteso di saperla lunga anche su questo punto; ma, secondo il loro costume, ognuno cercando di dimostrare che tutti i predecessori erano stati in errore. Sarebbe vana fatica avventurarsi in loro compagnia in questa jungla di discussioni sottili e inconcludenti: meglio varrà riassumere le conclusioni più probabili, dicendo che, nel secolo VIII, mentre sulle coste meridionali incominciavano a metter piede le colonie greche e ad apparire la Magna Grecia, di cui erano già, o sarebbero fra non guari, ornamento Cuma, Posidonia, Metaponto, Reggio, Locri, Crotone, Sibari, Taranto, la maggior parte dell’Italia meridionale e dell’Italia centrale era occupata da una popolazione, a cui si suol dare il nome comune di Italici. Questa popolazione, che forse era partita insieme con gli Elleni dall’Oriente, ed era entrata nella penisola attraversando l’Illiria e l’Adriatico, si raccoglieva in gruppi distinti, di cui quello degli abitatori del Lazio passerà alla storia col nome di Latini; gli altri, posti a settentrione, a oriente e a mezzogiorno del Lazio, saranno chiamati Umbri, Piceni, Sabini, Equi, Marsi, Vestini, Marrucini, Ernici, Volsci, Peligni, Frentani, Sanniti, Osci, Lucani: ma tutti fratelli per lingua, per religione, per istituzioni e costumi; tutti popoli agricoltori e guerrieri, che non avevano ancora fondato molte città; che esercitavano solo le industrie più semplici, trafficavano poco, e vivevano semplicemente. Altri due popoli di cui si può congetturare che avessero comune con gli Italici la stirpe, risiedevano nella pianura padana; i Liguri a occidente, dal mare e dalla Macra al Ticino alle Alpi ed al Varo; i Veneti a Oriente, dall’Adige all’incirca e dai monti fino allo specchio del mare Adriatico. Infine lo spazio che intercedeva tra il territorio indipendente dei Veneti e dei Liguri, e tra questi due popoli e gli Italici, e cioè la parte migliore dell’Italia, era dominato dagli Etruschi. Occupavano tutto il territorio, che si estendeva dalla radice delle Alpi centrali, fino all’Italia media ed al Tevere, toccando da un lato l’Adriatico, dalla foce dell’Adige al Rubicone; dall’altro, il Tirreno, dalla Magra al Tevere; si erano impadroniti dell’Elba, l’isola ricca di piombo e di ferro; avevano colonizzato le terre occidentali della Corsica e avevano occupato anche, in pieno territorio popolato dagli Italici, una delle regioni più felici dell’Italia: la Campania. Non erano però potenti solo per la vastità del territorio e per la ricchezza, ma anche per le arti e per la cultura: poichè, insieme con i Greci, che incominciavano a colonizzare l’Italia meridionale, essi erano, in mezzo ai Liguri, ai Veneti, agli Italici ancora poveri e semplici, il gran popolo navigatore, mercante, industrioso e, per i tempi, colto e civile, dell’Italia. Disputatissime ne sono le origini e la stirpe, come quasi ignota è la lingua: ma certo è invece che essi correvano il mare — pirati o mercanti — con molte navi; che avevano costruito molte città sui monti o nel piano — Mantova, Felsina (Bologna), Ravenna, Volterra, Fiesole, Arezzo, Vetulonia, Populonia, Tarquinii, Caere, Veio, Perugia; che, imitando i Fenici e i Greci, si studiavano di far prosperare in quelle le industrie e le arti; che professavano una religione propria ed eccellevano nell’architettura e nella pittura; che avevano fortificato e provvisto le loro città di acquedotti e di cloache; che scolpivano il legno e la pietra, e conoscevano un ordinato regime politico. Non formavano un vasto impero, ma una confederazione di piccoli Stati, ognuno governato da Re (lucumoni); e probabilmente tenevano diete periodiche, sentendosi, come gli Elleni, un solo popolo e una sola gente, divisa in città e Stati diversi.

Nell’Italia, dominata dagli Etruschi, colonizzata dai Greci, popolata in tanta parte da popolazioni cosiddette italiche, fu fondata Roma. Quando? Come? Da chi? Per quale ragione?


2. La fondazione di Roma (754? a. C.). — Quella scuola storica, che ha nell’ultimo secolo fiorito in tutta Europa, e che con parola greca germanizzata si è detta critica, ha di solito il difetto di volere troppo spesso e a tutti i costi ripescare nell’oceano del passato anche le notizie, affondate a tanta profondità che nessun palombaro può sperare di scendere fino laggiù. Perciò parecchi discepoli di quella scuola troppo ardita si son proposti di dimostrare che la tradizione sbaglia i suoi conti, quando ci racconta che Roma è stata fondata verso la metà del secolo ottavo a. C. e, precisamente, secondo la data, ormai universalmente accettata, negli anni 754 o 753. E Dio sa se questi critici non hanno fatto spreco di induzioni ingegnose e di argomenti sottili! Il male è che ad uno storico ingegnoso non faranno mai difetto gli argomenti sottili per sostener qualunque tesi, di cui si innamori, e che questa volta tutte le congetture e i sillogismi e i ragionamenti si rompono contro un fatto: aver Roma sempre affermato ufficialmente, nella sua cronologia, ab urbe condita, di essere stata fondata verso la metà dell’VIII secolo a. C. I Romani antichi erano in grado di sapere meglio di noi quando la città loro era stata fondata: chè se poi anch’essi avevano dimenticata, per una ragione o per un’altra, la vera data, pare poco probabile che riesca a noi, dopo tanti secoli, di rintracciarla. Sinchè non si scopra chi, come, quando e perchè abbia falsificato la data della fondazione, sarà necessario prestar fede alla cronologia ufficiale, che è documento più sicuro dei più ingegnosi ragionamenti moderni; e argomentare dall’aver essa ufficialmente contato gli anni suoi ab urbe condita che Roma non crebbe a caso per un lento processo di sviluppo spontaneo, ma sorse già adulta per un atto di volontà: fu fondata da un uomo o da una città o da un popolo. Molto più difficile invece è sapere chi la fondò. Quante leggende ci ha raccontate l’antichità! La più antica favoleggiava che Roma sarebbe stata fondata da un eroe, figlio di Giove, un Romo, che le avrebbe imposto appunto il suo nome. Ma questa ed altre leggende consimili erano troppo semplici, per spiegare le origini di una città così illustre e potente: onde a poco a poco si frugò, affinchè anche Roma avesse le sue patenti storiche di nobiltà, in quella specie di archivio, che tante altre città del mondo mediterraneo avevano saccheggiato: nella poesia greca e nei miti e nelle leggende, che essa ha trattati con tanto splendore. Enea era stato preso di mira in modo particolare, perchè, avendo molto viaggiato, poteva aver denominato o fondato quanti luoghi e città si voleva. Così Capri si gloriava di derivare il suo nome da una cugina dell’eroe; Procida, da una nipote; Aenaria (Ischia), da Enea stesso; Capua, dal suo avolo, Capio; il golfo di Gaeta, dalla nutrice. D’altra parte la leggenda omerica aveva favoleggiato che la gente di Priamo non sarebbe tutta perita, e che, per un gettone dei suoi rami collaterali, rinascerebbe a maggiore gloria dalle sue ceneri. Riconducendo l’origine di Roma fino ad Enea, si faceva predire la grandezza di Roma da Omero in persona. Il primo re di Roma — Romo o Romolo — sarebbe stato dunque figlio di Enea! Ma questa favola, così lusinghiera per l’amor proprio romano, non poteva durare a lungo, per una difficoltà cronologica, di cui gli antichi, anche senza aver studiato nei seminari filologici, non tardarono ad accorgersi. Romolo non poteva essere precisamente figlio di Enea perchè, ragguagliate la cronologia greca e la romana, tra la distruzione di Troia e la fondazione di Roma correvano troppi più anni di quanti possono correre fra un padre e un figlio. La leggenda fu allora ritoccata, probabilmente amalgamata con leggende e tradizioni indigene; e Roma discese da Troia e da Enea, ma attraverso una lunga genealogia di Eneadi. Un figliuolo di Enea, Ascanio, aveva fondato Alba Longa, capitale di un mitico regno del Lazio, che era stato governato dopo di lui da una lunga genealogia di Re: gli ultimi dei quali, Numitore ed Amulio, erano venuti in discordia; e l’uno, il maggiore, sarebbe stato sbalzato di trono dal fratello, che, per maggior precauzione, avrebbe condannato ad eterna verginità, come Vestale, la figliuola, Rea Silvia. Ma il Dio Marte avrebbe vendicato l’usurpazione, e i due gemelli, nati dal Dio e dalla Vestale, avrebbero riposto sul trono l’avolo Numitore. Solo più tardi la nostalgia del luogo natio avrebbe indotto i due giovani a fondare una nuova città; ne avrebbero ottenuto licenza da Numitore; e, postisi a capo della fazione albana, irrequieta fautrice di Amulio e avversa al legittimo re, avrebbero sul Palatino e sulla sinistra del Tevere, in luogo acconcio alla difesa e al commercio, costruito una città, che sarebbe stata una colonia di Alba e l’emporio di tutto il paese.


3. Fu Roma fondata dagli Etruschi? — Così Roma sarebbe pronipote di Troia e figlia di Alba. Che fosse pronipote di Troia è certamente una favola; ma si può ritenere invece che sia figlia di Alba? Che Alba abbia fondata una colonia sulla riva sinistra del Tevere non è inverosimile. Ma una difficoltà si presenta.

Roma apparisce essere stata nei suoi primi due secoli una città mercantile e industriosa. Avremo occasione di ritornare spesso su questo punto, che è capitale per l’antica storia di Roma. Ora è certo che i Latini erano a quel tempo agricoltori; fabbricavano pochi e rozzi oggetti per soddisfare i loro semplici bisogni, e compravano dagli Etruschi i pochi oggetti di lusso di cui si contentavano. Non si capisce come avrebbero fondato, scendendo dai monti sulle rive del Tevere, una città, che divenne presto sede fiorente di industrie. Nè si capisce come il Lazio potesse alimentare un ricco commercio. Il Lazio non aveva derrate da vendere ai forestieri: produceva scarso farro, non frumento, poco vino e mediocre; non aveva miniere: aveva invece boschi antichi e magnifici; e quindi avrebbe potuto far grosso commercio di legname. Ma noi sappiamo che i suoi boschi erano quasi intatti nella seconda metà del secolo IV a. C.: segno che i secoli precedenti non avevano dilapidato quella preziosa ricchezza[1]. Se dunque, come vedremo e come è certissimo, Roma fu, nei primi suoi tempi, una città industriosa, altri popoli oltre i Latini devono aver posto mano a fondarla; e se fu nel tempo stesso un porto e un emporio, dovette essere il porto e l’emporio, non già del Lazio, che non aveva quasi nulla da vendere, ma di altre contrade dell’Italia media, già fiorenti per industria e per traffici, che di quel porto abbisognavano. Questa considerazione deve indurci a prendere in seria considerazione una ipotesi immaginata da più di uno storico moderno: se Roma non sia stata colonia etrusca[2].

L’ipotesi potrà sembrare sul principio strana, ma essa trova qualche appoggio in notizie antiche. Dionisio di Alicarnasso dice che una tradizione assai diffusa voleva Roma fondata dagli Etruschi[3]. D’accordo con questa antica tradizione, gli eruditi moderni si sono messi alla ricerca degli argomenti atti a confermarla, e ne hanno trovati in quantità. Ci sono ragioni che permettono, se non di provare, di congetturare senza temerità che etrusco possa essere addirittura il nome di Roma, derivato dalla gente dei Ruma; etrusco, secondo l’etimologia e la tradizione, quello delle tre tribù che formarono il primo popolo romano, Ramnes, Tities, Luceres; etruschi, i nomi di tutti i Re, e non soltanto quello dei Tarquinî; etrusco, il modo in cui la città fu costruita e i casolari sparsi sul Palatino ridotti ad unità urbana; etrusca, l’arte primitiva di Roma fino al III secolo[4]. Certo è poi che Roma, appena sorta, si mostrò nemica delle genti latine; che distrusse Alba e i minori borghi vicini; che nei primi secoli le grandi famiglie romane imparavano l’etrusco, come più tardi il greco[5]; che etrusche infine erano le norme della religione e — quel che ha maggior peso — del più antico commercio laziale[6]. Come indizi dunque, ce ne sono molti più che non occorrano ad uno storico moderno e modernizzante, per congetturare che in un tempo, in cui le città etrusche tenevano tanta parte dell’Italia settentrionale e centrale, nonchè la Campania, esse si sarebbero, fondando Roma, impadronite delle foci del Tevere, e della grande via fluviale, per cui l’Etruria centrale poteva sboccare nel Tirreno, avvicinando la parte meridionale dell’Impero etrusco, la Campania, alla parte settentrionale, l’Italia del nord. Onde se Roma, sempre secondo questa dottrina, fatta adulta e potente, rinnegò la sua discendenza, il popolo enigmatico degli Etruschi, che è sparito portando con sè nella tomba il proprio segreto, vivrebbe ancora ignorato nelle due grandi metropoli della civiltà italiana: Roma e Firenze.