Ipotesi senza dubbio attraente, sia per gli ingegnosi argomenti, con cui l’erudizione può sostenerla; sia perchè spiega come Roma abbia potuto sorgere in mezzo a genti rustiche e semplici, quale prospera città di commerci e di industrie, e sede di civiltà, per i suoi tempi cospicua. Gli Etruschi erano più atti dei Latini a fondare un florido emporio sulle rive del Tevere, verso la metà del secolo VIII a. C. Tuttavia è una congettura, che può apparir verisimile, ma che non può provarsi con un argomento decisivo, e contro la quale sta pur sempre la tradizione. Come spiegare, se Roma fu fondata e governata per più di due secoli dagli Etruschi, che sotto la repubblica essa abbia potuto latinizzarsi a segno, da dimenticare interamente la sua origine? D’altra parte è proprio necessario sconvolgere a questo modo la tradizione, per spiegare la storia della Roma dei Re? Non potè Roma, per essendo in origine colonia latina di Alba, mutarsi in città di commercio e di industria? Esaminiamo, per rispondere, la tradizione.


4. La Roma dei Re. — Come è impossibile decidere se Roma fa fondata dai Latini o dagli Etruschi, ancor più vanamente ci punge la bramosia di conoscere il nome del fondatore, che, secondo calcoli ingegnosi, in un giorno della primavera del 754 a. C., vide volare sul suo capo dodici augelli augurali, e, guidando un toro bianco e una bianca giovenca, diresse il solco, che avrebbe segnato il pomerio della città, e vi gittò la zolla primigenia, su cui tra non guari si sarebbero levate le mura della grande metropoli.

L’antica leggenda ci aveva narrato per secoli di Romolo e di Remo. Ma la dotta critica ha creduto di poter dimostrare che Romolo e Remo non sono che eroi immaginari, balzati fuori dal nome stesso di Roma; così come, forse, gli eruditi di qui a due mila anni sapranno insegnarci che Amerigo non fu che un immaginario eroe eponimo del nome di America; Colombo, della Columbia britannica; Bolivar, della Bolivia. E poichè non c’è modo di dimostrare che Romolo e Remo furono personaggi storici, non staremo a tentar di confutare queste moderne dottrine: ma cercheremo di riassumere in breve il poco che si può rintracciare, se non come certo, almeno come probabile, nelle confuse tradizioni tramandate dagli antichi. Tutti sanno che, secondo la tradizione, i Re di Roma furono sette e si chiamarono: Romolo, Numa Pompilio, Anco Marzio, Tullo Ostilio, Tarquinio I (Prisco), Servio Tullio e Tarquinio II (il Superbo). Qualunque sia il credito che si voglia o si possa dare alle molte notizie trasmesse dagli antichi su questi sovrani, è possibile ancora riconoscere nelle loro storie, in mezzo a molte favole, due êre: la prima, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente latina, e comprende i primi quattro Re; la seconda, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente etrusca, e abbraccia gli ultimi tre. Nel primo periodo la cittadella fondata da Alba cresce rapidamente, sotto il governo di una monarchia elettiva e vitalizia, simile a quella che resse nei primi secoli Venezia; e diviene un fiorente emporio di industrie e di commerci, nel tempo stesso in cui amplia con le armi i suoi territori. Non ci pare che sia necessario, per render ragione di questa prosperità, supporre che Roma fosse addirittura fondata dagli Etruschi. La felice posizione della città che, posta sopra un fiume, presso alla foce, ma non sul mare, era facile a difendersi e acconcia al commercio; forse anche il naturale desiderio di una città nuova di crescere, servito da provvide leggi, dovettero attrarre in grande numero, alla spicciolata o a gruppi, immigranti dai popoli vicini, che la città accoglieva, facendoli facilmente entrare a far parte delle trenta curie, in cui il territorio e la cittadinanza si dividevano. E nulla vieta di supporre, anzi tutto concorre a far credere che tra questi immigrati siano stati numerosi i Sabini, e più numerosi ancora gli Etruschi, i quali nella nuova città latina portarono lo spirito del commercio e dell’industria. Sin dai tempi remoti dei primi Re, dunque, se Roma è un’operosa officina, se il viandante ode battere frequente il martello che lavora il bronzo, il rame e il ferro, o stridere rapido il tornio del vasaio; se gli artigiani si raccolgono nelle prime associazioni di mestiere; se navi romane scendono intrepide al Tirreno, in Roma e nel Lazio vi sono anche molti piccoli, medi e grandi agricoltori, che coltivano e vendono entro assai più breve raggio i cereali, il vino, la lana, e che preferiscono la vita quieta e riposata della campagna alla operosità del porto di Ostia o al mercato di Roma. Sin da allora insomma incomincia il dissidio e l’antagonismo tra l’elemento mercantile e l’elemento agrario, che ritroveremo, ora più violento ora meno, in tutta la storia di Roma. Senonchè, in quei primi principî della città, esso non pare aver generato discordie troppo aspre. L’elemento etrusco e mercantile e l’elemento latino e agrario sembrano crescere ognuno a suo agio insieme con la città, senza troppo vivi conflitti, sotto il governo semplice, fermo, vigoroso, ma non arbitrario, dei Re. I poteri del Re sono ampi, ma non illimitati; e sono di tre ordini: militari, giudiziari e sacerdotali. I poteri militari sono, come è naturale, i più larghi. Il Re comanda l’esercito in guerra; può imporre al popolo i tributi necessari per condurre innanzi le varie imprese; ha diritto di vita e di morte sui soldati. Ma in pace e sui cittadini il Re ha poteri giudiziari molto ristretti: giudica soltanto i reati contro lo Stato e contro la religione, e le controversie in cui le parti liberamente lo scelgono ad arbitro. La giustizia è ancora in parte azione privata, in parte privilegio e ufficio dei capi delle famiglie, che giudicano i membri. Infine, in virtù dei poteri sacerdotali, il Re compie, in nome del popolo, tutte le cerimonie sacre, aiutato dai numerosi collegi di sacerdoti e sacerdotesse; dagli Augurî e dagli Aruspici, che interpretano dai segni naturali il pensiero degli Dei circa gli atti da compiersi dal potere pubblico; dalle Vestali, addette al culto della dea Vesta, protettrice della casa e dello Stato; dai Pontefici, incaricati di sorvegliare tutto il culto; dai Feziali e dai Flámini, i primi, custodi dei principi di diritto internazionale; gli altri, incaricati del culto di talune divinità particolari.

Ma se il Re aveva ampi poteri, questi poteri non erano ereditari. Il Re era nominato dal Senato, e la sua nomina doveva essere ratificata dal popolo, radunato nelle trenta curie. Che cosa era il senato e che cosa erano le curie? Il senato era un consesso, che eleggeva nel suo seno il Re e lo assisteva del suo consiglio; nel quale sedevano, a quanto sembra, parte per diritto ereditario, e parte per scelta del Re i capi delle gentes. In Roma infatti primeggiavano un certo numero di famiglie ricche e potenti, ognuna delle quali si raccoglieva intorno un certo numero di famiglie povere — contadini, piccoli possidenti, artigiani — legandole a sè con il vincolo religioso dei sacra comuni, con il proprio nomen, che essa dava loro, insieme con la sua protezione. Queste associazioni di famiglie si chiamavano gentes. Quante fossero allora non sappiamo; ma pare che tutte le famiglie, che davano il nome ad una gens e ne erano il sostegno, entrassero, dopochè il loro capo era stato assunto nel senato, nell’ordine dei patricii; in quel piccolo numero di famiglie che si consideravano ed erano considerate da più della restante popolazione per la condizione sociale e per i privilegi: tra i quali il privilegio religioso degli auspicia, di chieder cioè a Giove i segni della sua volontà secondo le regole della divinatio; e il privilegio politico di essere scelte dal Re ai principali uffici dello Stato. Sembra invece che i cittadini ricchi, i quali, pur formando una gens, non erano riusciti ad entrare in senato, appartenessero, insieme con i loro gentili e con i cittadini poveri che non facevano parte di alcuna gens, alla plebe. Le trenta curie invece erano una divisione territoriale e politica di tutti i cittadini: si radunavano nei così detti comizi curiati per ratificare l’elezione del Re, per nominare i magistrati, per approvare le leggi e per decretare la pace e la guerra; infine, per compiere taluni atti importanti della vita civile, come i testamenti e le adozioni.

Tali sembrano essere stati, nelle grandi linee, per quel che ancora se ne può sapere, gli ordini politici di Roma sotto i Re. È probabile che questi ordini non nascessero tali e quali, già adulti: ma crescessero lentamente, sebbene non si possa argomentare come e in quanto tempo e per quali vicende. Certo è invece che Roma non tardò ad ampliare con le armi il suo territorio. Il suo esercito era piccolo in origine come la città: ogni curia forniva cento fanti — una centuria — e una decuria di cavalieri: in tutto 3000 fanti e 300 cavalieri: la sola legione di cui si componeva l’esercito romano dei primi tempi; e nella quale i soldati si raccoglievano per gentes e servivano gratuitamente. Ma non è dubbio che di questo piccolo esercito Roma seppe fare un uso vigoroso sino dal principio, come se dall’ardimento etrusco e dalla tenacia latina prorompesse nella nuova città un ardito spirito di espansione, che la spinse ad ampliare nel tempo stesso i suoi traffici e i suoi territori. La tradizione crede di poter seguire passo passo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marzio nelle guerre e conquiste con cui i primi Re di Roma, ad eccezione del pacifico Numa Pompilio, ampliarono il territorio dello Stato. Sarebbe vano voler sceverare il vero dal falso in questa tradizione e assegnare ad ogni monarca la parte delle conquiste che proprio gli spetta. Certo è che Roma combattè sin dalle sue origini molto e con fortuna; e che l’evento capitale di queste prime guerre fu la distruzione di Alba, attribuita al terzo e più guerriero dei Re. Ma, opera di questo o di altro Re, la distruzione di Alba, la città più potente del Lazio dei Prisci Latini, il centro politico e religioso, della contrada, è certamente un fatto storico e la prima grande vittoria di Roma. Distrutta Alba, deportata sul Celio e incorporata la sua popolazione nella città, assunta l’egemonia della lega religiosa e politica dei Latini, Roma cominciò a essere veramente un piccolo potentato, e potè estendere il territorio sino al mare. Vuole la tradizione che il re Anco Marzio deducesse ad Ostia, alle foci del Tevere, la prima colonia di cittadini romani, che la storia ricordi. Che sotto il quarto Re Roma già tentasse di possedere un porto sul mare aperto, alle foci del Tevere, è chiara prova, non solo del prosperoso commercio, ma della forza che la città si sentiva.


5. I Tarquinî e la prevalenza dell’elemento etrusco — Roma potenza mercantile (2ª metà del sec. VII-sec. VI a. C.). — Senonchè a questo punto la storia di Roma è interrotta da un rivolgimento, che dovette esser profondo, se ha lasciato tante e così visibili tracce nelle favolose tradizioni degli antichi. Narrano costoro, che ad Anco Marzio succedè nel governo di Roma un avventuriero di Tarquinî, un ricco straniero, che avrebbe avuto nome Lucumone, e che era figliuolo di un gran mercante di Corinto discendente — vuolsi — dalla regia stirpe dei Bacchiadi, e di una nobile dama etrusca. Nelle sue vene dunque, secondo la tradizione, scorrevano commisti insieme sangue greco e sangue etrusco, sangue di mercanti e sangue di nobili. Non potendo, perchè figlio di uno straniero e di un profugo, ottenere dignità e onori in Etruria, egli avrebbe migrato a Roma e quivi, salutato novello Romolo dal favorevole augurio del cielo, sarebbe stato ricevuto ospitalmente a corte dal re Anco; e, segnalatosi così in guerra come in pace, per valore, per saggezza e per generosità sarebbe stato eletto Re alla morte di Anco. Senonchè, se sino a questo punto la tradizione concorda in Livio e in Dionigi di Alicarnasso, da questo punto in poi diverge. Tito Livio sorvola sul regno di Tarquinio, accennando appena a diverse guerre, a qualche riforma politica e a varie opere pubbliche fatte dal Re; Dionigi di Alicarnasso invece si stende in lungo e in largo a parlare sopratutto delle sue guerre, e tra queste racconta le guerre che ebbe, lunghe e accanite, con gli Etruschi, narrandoci nientemeno che alla fine le città etrusche riconobbero Tarquinio come loro Re. In altre parole, il figlio del ricco e nobile immigrato d’Etruria, salito alla suprema carica, in quella città nuova e perciò più aperta delle antiche alle ambizioni degli stranieri intraprendenti, avrebbe conquistato l’Etruria e sarebbe diventato Re di Roma e dell’Etruria. Possiamo noi accettar per vera questa, tradizione?

A noi pare si possa. Essa non è inverosimile. L’Etruria può essere stata sorpresa da Roma in un momento di debolezza e di disgregazione politica. E se non è inverosimile, la tradizione ci spiega anche quel tanto che nella storia degli ultimi Re di Roma è etrusco, senza obbligarci a fare degli Etruschi addirittura i fondatori della città eterna. Conquistata l’Etruria da un Re, nelle cui vene scorreva tanto sangue etrusco e greco; portata a Roma la capitale dell’Etruria, del suo commercio e della sua industria, l’influenza etrusca prevale sulle tradizioni latine, così come, tanti secoli dopo, l’Oriente conquistato doveva a sua volta conquistar Roma. Se noi non siamo in grado di sceverare il vero dal falso nei racconti che gli storici antichi ci hanno trasmessi sugli avvenimenti occorsi nei regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, noi possiamo intender chiaro nelle grandi linee il corso della storia di Roma sotto questi Re. Non ci meravigliamo più che Roma faccia numerose guerre con i Sabini, con gli Equi, con i Volsci, e allarghi il suo territorio, impadronendosi di tutta la costa tirrenica, dal Tevere a Terracina[7]. Noi ci spieghiamo la pompa e il cerimoniale etrusco, di cui questi sovrani si circondano; il grande commercio che Roma mantiene con la Sardegna, con la Corsica e con i Cartaginesi, con la Sicilia e con la Magna Grecia, con l’Adriatico e con l’Oriente ellenico[8]; il grande numero degli opifices e delle corporazioni che lavorano il rame, il legno, le pelli, le ceramiche, il ferro. Noi sappiamo per quale ragione la coltura ellenica è ora in favore a Roma[9]; e la città si allarga, cosicchè Servio Tullio potè chiudere entro poderose mura, lunghe sette miglia e mezzo, parte del Celio, l’Esquilino, il Viminale, il Quirinale e il Palatino, dividendo tutto il territorio in quattro regioni. Nè ci fa meraviglia più di leggere negli antichi scrittori che i Re dotano Roma di insigni monumenti e fanno grandi lavori: le mura già ricordate di Servio Tullio, il Circo Massimo, il tempio di Giove sul Campidoglio, i ponti sul Tevere, la Cloaca massima, la bonifica della parte bassa della città, fino ad allora palude selvaggia, rotta da sterpi e boscaglie e sparsa di gruppi di tombe abbandonate, sulla quale sorgerà quel Foro romano, cui tanti illustri destini si legheranno. Noi comprendiamo infine come fuori della cinta sacra, del pomoerium, gli stranieri, provenienti dal mare, i «meteci» di Roma antica, abbiano installato i loro Dei, e verso l’interno, presso l’isola Tiberina, o in quello che si disse il Vico tusco, tra il Palatino e il Campidoglio, abbiano posta la propria sede i nuovi immigrati etruschi, e i mercanti che vengono ad esporre le loro derrate e le loro manifatture, innanzi di ripigliare il viaggio alla volta della Campania. Roma è diventata la capitale dell’Etruria!