6. La costituzione di Servio Tullio. — Ma c’è di più: noi possiamo spiegare in modo soddisfacente la profonda alterazione che l’antica costituzione romana subì per opera di Servio Tullio, il quale diede allo Stato romano alcuni lineamenti rimasti indelebili per sette secoli. Il popolo aveva sino ad allora votato nei così detti comizi curiati, cioè nelle trenta curie, in cui ricchi e poveri, grandi e plebei si mescolavano; e i poveri, essendo in numero maggiore, prevalevano[10]. La tradizione racconta che Servio Tullio divise i cittadini romani in cinque classi, ascrivendoli a una di queste, via via dalla prima alla quinta, secondo che possedessero un censo, che non fosse inferiore a 100.000, a 75.000, a 25.000, a 12.500 (o, secondo altri, 11.000) assi. Ogni classe poi suddivise in centurie, facendo di ognuna di queste centurie una unità politica, militare e fiscale. Per eleggere i magistrati, per approvare le leggi e deliberare la pace o la guerra, il popolo voterebbe per centurie, in ogni centuria deliberando la maggioranza e ogni centuria contando per un voto. Allo stesso modo ogni qualvolta lo Stato avesse bisogno di soldati e di denaro, dividerebbe il contingente e l’imposta per centurie. Siccome Servio Tullio aveva divisa in 98 centurie la prima classe, in 20 la seconda, in 20 la terza e la quarta, in 30 la quinta; siccome aveva costituito, oltre queste, quattro centurie di cittadini aventi in guerra uffici particolari, che votavano con qualcuna delle classi superiori, e raccolto in una centuria quelli che non avevano il censo della quinta classe, quale dovette essere l’effetto della riforma serviana, è chiaro. Le classi ricche, essendo meno numerose e distribuite in un numero di centurie maggiori, preponderarono nella nuova assemblea elettorale e legislativa detta dei comizi centuriati; ma in compenso ebbero a servire più spesso nell’esercito e a pagare di più; mentre i poveri, esclusi dalle cinque classi, furono anche esenti dalla milizia e dal tributo.

La costituzione di Servio Tullio è dunque una costituzione censitaria; o, come dicevano gli antichi, timocratica. Il principio su cui posa è il privilegio del denaro. Le curie, invece, nelle quali ogni uomo ricco o povero contava per uno, riposavano sul principio dell’eguaglianza e della maggioranza. Ma una riforma timocratica della costituzione non si addice che ad una città, nella quale la ricchezza possa più che il numero o la tradizione. Perciò parecchi storici moderni, tedeschi i più, hanno voluto trasportarla al IV sec. a. C., la Roma dei Re essendo a loro giudizio ancora troppo povera e piccola, per una costituzione di tale natura. Ma il ragionamento si può rovesciare; e, tenendo ferma la tradizione, argomentare dalla riforma la prosperità e la ricchezza di Roma in quei tempi; dire che, se Servio Tullio potè fare quella riforma, Roma doveva esser più ricca e potente che non si supponga. E questa conclusione quadra sia con quanto siamo venuti esponendo sin qui, sia con quanto sappiamo dell’estensione e della popolazione del territorio romano nei tempi posteriori[11]. Capitale dell’Etruria e ricco emporio di commercio e d’industria, dove eran numerosi gli arricchiti di fresco e i mercanti, Roma poteva sostituire al principio egualitario delle curie il principio timocratico di Servio Tullio. A che cosa mirasse Servio Tullio con questa riforma, non è difficile congetturare: accrescere la potenza delle classi mercantili e industriose, a scapito della aristocrazia latina e del senato, che ne era l’organo.

Abbondano infatti nella tradizione i vestigi di una lotta tra il vecchio patriziato latino e la nuova monarchia etruschizzante. Quello cerca di conservare i suoi privilegi e di difendere il suo potere; questa si studia di rafforzarsi, accarezzando la plebe, la gente nova, i ricchi mercanti; introducendo nel senato, e quindi nell’ordine dei patrizi, quanti uomini nuovi può. Tito Livio, il quale è così conciso intorno a Tarquinio Prisco, ci racconta che questo Re accrebbe il senato di cento nuovi membri, «non per fare il bene dello Stato, ma per avere egli maggiore potenza». La storia è vecchia; e si è ripetuta cento volte. Dopochè Roma ebbe conquistato la supremazia sull’Etruria, l’equilibrio tra l’elemento etrusco e l’elemento latino si rompe; l’elemento etrusco, mercantile, danaroso, avventuroso, meno ligio alle tradizioni, domina; e mentre fa di Roma un sontuoso e ricco emporio, tenta di spodestare una antica aristocrazia tradizionalista con il braccio di una monarchia rivoluzionaria. Onde una lotta tra la tradizione e il denaro, tra l’elemento latino e l’etrusco, tra i Re e il senato, che alla fine mette capo alla catastrofe.


7. La caduta della monarchia (510? a. C.). — Note sono le favole che gli antichi raccontano intorno alla caduta della monarchia, tra le quali l’oltraggio arrecato a Lucrezia. Queste favole hanno indotto alcuni storici moderni a mettere in dubbio tutto il racconto antico ed a supporre che l’autorità regia non sia stata rovesciata da una rivoluzione, ma si sia spenta a poco a poco, per esautoramento progressivo. Ma è questa una congettura che non ha fondamento alcuno nei racconti degli antichi, i quali, se contengono favole, dicono chiaro e concordi che l’autorità regia cadde per una rivolta armata del patriziato. Il che non può esser cagione di meraviglia, dopo quanto abbiamo esposto, anche se non possiamo, pur troppo, narrare come e perchè la rivoluzione scoppiasse e vincesse. Dobbiamo quindi star paghi di dire — ma questo possiamo affermarlo, senza abusare del diritto di critica — che la monarchia elettiva e vitalizia, che l’aveva governata nei primi secoli, cadde in Roma, sulla fine del VI sec. a. C., per una rivolta dell’elemento latino, guidata dal patriziato, contro l’indirizzo troppo etrusco, mercantile e assoluto degli ultimi Re[12].

La monarchia era durata, secondo la tradizione e secondo verisimiglianza, poco meno di due secoli e mezzo (dal 754 o 753 al 510 o 509), ma aveva fatto grandi cose. Non era piccola la gratitudine che Roma le doveva al suo cadere. Sotto lo scettro dei Re, la città fondata da Romolo si era ingrandita, arricchita, abbellita; aveva vinto gli Etruschi e si era allargata sul mare. Ma un odio implacabile avvolgerà tanti meriti in un’ombra sinistra, imponendosi alle generazioni come un dovere civico; sebbene, o forse perchè, appena caduta la monarchia, la fortuna della giovane città improvvisamente declina e par quasi sul punto di precipitare nel nulla.

Note al Capitolo Primo.

[1]. Sui boschi del Lazio nella seconda metà del IV sec. a. C., cfr. Theophr. H. Plant. 5, 8, 1 e 3.

[2]. Cfr., fra gli altri, W. Schulze, Zu den römischen Eigennamen, in Abhandl. d. Götting. Ges. d. Wissenschaft, N. S., 5, 2; K. O. Müller, Die Etrusker, Stuttgart, 1877, I, pp. 112 sgg.; V. Gardthausen, Mastarna oder Servius Tullius?, Leipzig, 1882; K. J. Neumann, Die hellenistischen Staaten und die römischen Republik, in Weltgeschichte, Berlin, 1907, pp. 361 sgg.; W. Soltau, Anfänge d. römischen Geschichtsschreibung, Häffel, 1909, p. 145; Mythus oder literarische Erfindung in der älteren römischen Geschichte, in Preussische Jahrbücher, marzo 1914, p. 453; A. Grenier, Bologne villanovienne et etrusque, Paris, 1912, pp. 54-56 e passim; V. A. Ruiz, Le genti e la città, in Annuario della R. Università di Messina, 1913-14.

[3]. Dionys. Hal., 1, 29, 2: τήν τε Ῥώμην αὐτὴν οἱ πολλοὶ τῶν συγγραφέων Τυρρηνίδα πόλιν εἴναι ὑπέλαβον.