Il frangente era dunque critico per le due parti. Un piccolo errore o un piccolo contrattempo potevano far precipitare le sorti da una parte o dall’altra. Silla si contentò di far buona difesa sulla strada di Roma, per tenerla chiusa a Carbone; e cercò di tagliare le comunicazioni tra Carbone e Norbano. Metello sbarcò con forze considerevoli, a quanto pare a Ravenna, per marciare di là sulla Via Emilia e porsi tra i due generali. A sua volta Carbone, posto in quella difficile situazione, commise un errore, che solo un grande generale avrebbe schivato: non sentendosi la forza di annientare l’esercito di Silla, non volendo abbandonar Preneste e Roma al loro destino e volendo conservare libere le sue comunicazioni con Norbano, divise le sue forze. Mandò al soccorso di Preneste 8 legioni, spedì a Norbano altre forze per aiutarlo a fronteggiare Metello, mantenendo il grosso delle sue milizie a Chiusi. Norbano pare a sua volta aver commesso lo stesso errore: ricevuti i rinforzi di Carbone, sia che non avesse pronto ancora tutto l’esercito, sia che fosse a ciò spinto da qualche ragione a noi ignota, marciò contro Metello con questi rinforzi e con sola una parte delle sue soldatesche. Così queste forze sparpagliate soccombettero tutte, una dopo l’altra, mentre il grosso dell’esercito di Carbone oziava a Chiusi. I rinforzi, mandati al soccorso di Preneste, non giunsero; Norbano fu sconfitto da Metello a Faenza, e la sua sconfitta fece passare a Silla parecchie importanti città, tra le quali Rimini, chiave delle comunicazioni della valle del Po con Roma. Norbano perse allora la testa; abbandonò il comando; e, montato su una navicella, fuggì in Oriente: ma la sua fuga fu il segnale di una catastrofe. Tutta la valle del Po si arrese ai generali di Silla. Allora anche Carbone, sebbene avesse circa 30.000 uomini, considerò l’Italia come perduta e fuggì in Africa, dove sperava di poter continuare la lotta. Sul suo esercito, restato a Chiusi senza capo, Silla lanciò Pompeo, che lo disfece con poca fatica. Gli avanzi si dispersero; e un certo numero raggiunse l’esercito sannitico e lucano, che avanzava dall’Italia del sud verso Roma.
Anche questo era un esercito considerevole per numero, animato da un feroce spirito di distruzione e di odio. Avrebbe potuto esser funesto a Silla, se fosse arrivato più presto. Ma arrivava quando ormai la repubblica aveva perduto tutta l’Italia, e non conservava più, si può dire, ultimo e inutile baluardo, che Preneste. Tuttavia Silla aveva dovuto a sua volta, in questa singolare campagna, sparpagliar talmente le sue non numerose milizie, che il grande esercito degli Italici, rinforzato dalle reliquie superstiti delle legioni democratiche, riuscì con un’abile marcia notturna a eludere la vigilanza nemica e arrivò improvvisamente sotto le mura di Roma, difesa da milizie insufficienti. È difficile dire quel che avrebbe potuto succedere, se l’energia di un oscuro pretore, Appio Claudio, non avesse salvato Roma da queste orde ardenti di un odio fanatico. Invece di cedere al numero, nuovo Leonida, Claudio oppose un’accanita resistenza, trovando egli stesso la morte nella battaglia; e die’ tempo a Silla, che campeggiava nelle vicinanze di Preneste, di accorrere. Il 1º novembre dell’82[96] i due eserciti si scontrarono alla Porta Collina, non lungi dall’odierna Porta Pia. La battaglia fu accanita, e non in ogni sua fase fortunata per i Sillani. Il merito maggiore della vittoria va dato a un legato di Silla, e proprio a Marco Licinio Crasso, che arrivò a tempo con dei rinforzi. I Sanniti e i Lucani furono sconfitti, e gran parte tratti prigionieri.
Poco dopo anche Preneste capitolava, il giovane Mario si uccideva, e Silla era padrone dell’Italia e della repubblica. Ma l’impero era ben lungi dall’essere pacificato. L’Etruria era ancora in fiamme, la Sardegna, la Sicilia, l’Africa, la Spagna in potere dei Mariani. E allora l’uomo, che aveva meravigliato il mondo per la sua moderazione, si tramutò in un carnefice. Mentre nelle province i suoi legati continuavano a sconfiggere, uno dopo l’altro, i superstiti generali della democrazia, egli si dava ad estirpare in Roma e in Italia, con il ferro e con il fuoco, quella ch’egli credeva la radice d’ogni male. Tutti coloro che avevano favorito il partito democratico, furono perseguitati con l’esilio, la confisca, la morte. La vendetta ricadde sui loro figliuoli, sui loro consanguinei, sui più remoti congiunti; poichè Silla fece decretare che i figli e i nipoti dei proscritti non potrebbero mai più esercitare alcuna magistratura. Intere città furono multate di enormi ammende, ebbero demolite le fortificazioni, incamerata una parte del territorio pubblico e privato. I beni dei condannati e degli esuli, le terre confiscate alle città italiane, furono spartite tra i soldati e gli amici del vincitore. Quanti furono i proscritti e le vittime non si potè mai accertare; i Sanniti furono nella massima parte distrutti insieme con le loro, un tempo fiorenti, città — Boviano, Esernia, Telesia — che furono ridotte a squallidi abituri. Circa 150.000 soldati ottennero terre nel Sannio, nella Campania, nell’Etruria; degli schiavi, dei liberti, dei plebei, dei patrizi impoveriti fecero o rifecero, tra il sangue e le rapine, delle grandi fortune; molti dei proscritti fuggirono tra i barbari, in Spagna, in Mauritania, presso Mitridate, o si dettero alla pirateria.
86. La restaurazione sillana (82-79 a. C.). — Ma confiscare, trucidare, dar di piglio nel sangue e nella roba dei vinti non bastava. Silla era troppo grande uomo di Stato. Nell’82 si fece conferire una magistratura che, antica di nome, era nuova per la forza e l’ufficio: una dittatura legibus scribundis reipublicae constituendae; e compilò da solo una nuova costituzione, senza l’assistenza e l’impaccio dei comizi, centuriati e tributi.
Il suo pensiero era ancora quello di Catone: sradicare da Roma e dall’Italia la tanto temuta e detestata «corruzione», restaurando le istituzioni dei bei tempi in cui Roma e l’Italia erano una gerarchia perfetta di classi; in cima una nobiltà poco istruita, ma disciplinata, in basso una popolazione rurale sottomessa, paziente, agiata e paga della sua sorte. Si sforzò di annullare ad una ad una tutte le conquiste plebee e democratiche degli anni precedenti. Restituì le quaestiones ai senatori; restrinse il potere dei tribuni, togliendo loro il diritto di intercessione contro i decreti del senato e contro le proposte di legge, e ammettendolo solo nei casi personali; escluse coloro, i quali fossero stati tribuni, dalle magistrature maggiori; assoggettò di nuovo i comizi tributi alla tutela preventiva del senato, e fors’anco li privò d’ogni potere legislativo, deferendo questo ai comizi centuriati, che forse furono riformati secondo l’antico ordinamento di Servio Tullio[97]; soppresse le distribuzioni frumentarie; abolì o rese vana la censura, rifacendo per tal guisa inamovibile e onnipotente l’ordine senatorio; abolì la legge Domizia del 103, che aveva affidato ai comizi l’elezione dei collegi sacerdotali; fiaccò l’ordine equestre. Dopo averlo decimato con le persecuzioni e impoverito con le confische, gli tolse il posto d’onore nei pubblici spettacoli, l’appalto delle imposte asiatiche, il potere giudiziario; e quando volle riempire i vuoti fatti nel senato dalla guerra, dalla morte e dalla persecuzione, preferì ai cavalieri gli uomini più oscuri del terzo stato, magari dei suoi veterani[98].
A queste grandi riforme politiche si aggiunsero altre minori riforme amministrative. Per accrescere il personale del governo senza aumentane troppo il numero dei magistrati, Silla creò le così dette promagistrature per cui, mentre nel primo anno di ufficio, consoli e pretori avrebbero risieduto in Roma, in un secondo anno si sarebbero recati, come proconsoli e propretori, a governare le province. Fissò l’ordine e la successione delle magistrature e ristabilì l’antico intervallo biennale tra l’una e l’altra, imponendo anzi un minimo di dieci anni fra due richieste di consolato. Per impedire brighe e favori, volle che le province fossero anticipatamente assegnate per sorteggio; accrebbe a 600 il numero dei senatori; istituì parecchie nuove quaestiones perpetuae, affinchè la giustizia penale fosse più pronta ed estesa; e portò a otto il numero dei pretori, per migliorare la giustizia civile.
L’antica costituzione era restaurata quasi alla perfezione. Mancava solo l’abrogazione della legge Plautia-Papiria, che aveva concesso agli Italici la cittadinanza. Ma Silla si fermò a questo punto. Nessun grande generale romano, a qualunque fazione politica appartenesse, aveva osato mai oppugnare le richieste degli Italici. Dai soli generali, anzi, gli Italici avevano ottenuto quel po’ di vantaggio, di cui ora godevano. Ma se Silla non abrogò la legge Plautia-Papiria, tolse a molti municipi, che l’avevano combattuto, il diritto di cittadinanza. Nel 79 egli poteva contemplare con orgoglio l’opera di archeologo, che aveva inalzata. L’opera pareva perfetta e indistruttibile. Una sola cosa le mancava: l’anima antica, che Silla non poteva resuscitare; onde l’opera era contraddittoria e sarebbe per le sue contradizioni, stata caduca. Silla aveva voluto restaurare lo stato patrizio del V e del IV secolo; ma non aveva potuto rifare — anima e corpo — l’aristocrazia, che era stata il sostegno di quella costituzione. Aveva ridotto tutto lo stato, i comizi, il senato, le magistrature, i comandi, i tribunali in potere, più che di una vera aristocrazia, di una consorteria composta di amici, sgherri e carnefici suoi arricchitisi con le confische; di transfughi del partito mariano; di quasi tutta la vecchia aristocrazia, ormai devota a lui per gratitudine, per interesse o per paura. Questa consorteria, le cui parti eran legate insieme soltanto dal prestigio del capo e dal comune interesse di conservare il potere, era troppo divisa da interessi, ambizioni ed idee diverse per poter tentare di ricondurre in Roma l’ordine che aveva regnato sotto il vero regime aristocratico dei secoli precedenti, massime dopo il grande disordine generato dalla rivoluzione. Anche questa, come tutte le rivoluzioni, aveva indebolito le tradizioni. Se Silla pensava di far retrocedere l’Italia di tre secoli nel cammino della vita e di persuaderla a fuggire l’industria ed il commercio, le sue campagne in Oriente avevano invece portato in Italia un gran numero di schiavi e di liberti, che diventerebbero maestri di nuovi bisogni e di nuovi costumi. Non è quindi da meravigliare se, prima ancora di abbandonare la dittatura e di coronare la grande opera di restaurazione, ritirandosi, novello Cincinnato, a vita privata, egli assistette al primo screpolarsi del suo edifizio. Già nelle elezioni consolari dell’80, che fu l’ultimo anno della dittatura di Silla, vinsero due uomini, di cui l’uno era un assai tepido Sillano, l’altro, M. Emilio Lepido, un avversario dichiarato del dittatore. Pochi mesi dopo, a soli sessant’anni, nella sua villa di Pozzuoli, dopo aver dettato le Memorie della sua grande vita, Silla moriva, lasciando un’opera della quale, in pochi anni, non sarebbero rimasti più che alcuni sapienti ritocchi amministrativi.
Note al Capitolo Quindicesimo.
[92]. Su Cheronea, cfr. J. Kromayer, Antike Schlachtfelder, II, 353 sgg.