Cheronea era la prima grande vittoria delle armi romane su Mitridate; e incominciò a sollevare le cadenti fortune di Roma in tutto l’Oriente. Da qualche tempo le classi ricche dell’Asia, sopraffatte al tempo della prima invasione, si riavevano, e intrigavano a favore di Roma, approfittando della mobilità delle plebi e del malcontento, di cui eran cagione le continue leve fatte da Mitridate. Alla fine dell’87 Efeso, l’opulento emporio, era già insorta contro Mitridate in favore di Roma. La vittoria di Cheronea infuse nuovo coraggio in tutta l’Asia al partito romanofilo, che a poco a poco risollevava il capo. Nel tempo stesso — e non fu minore fortuna — rese possibile una specie di tacita pace tra Silla e il partito democratico[93]. Così almeno pare si possa congetturare, per spiegare in modo soddisfacente uno dei punti più oscuri di questa tenebrosissima guerra. Par che Flacco fosse un uomo assennato; e che, sbarcato in Epiro, capisse quel che del resto era chiaro per se stesso: essere una pazzia lanciare due eserciti romani l’uno contro l’altro, quando Mitridate si preparava a mandare in Grecia un nuovo esercito per vendicare Cheronea. Silla, a sua volta, sapeva troppo bene che Mitridate era già da solo un nemico temibilissimo. Nè è temerario il supporre che i due eserciti romani, anzichè avventarsi l’uno contro l’altro, preferissero essere condotti insieme al saccheggio della Grecia e dell’Asia. Sembra dunque che, non osando Flacco, per la proscrizione che aveva colpito Silla, unir il suo all’altro esercito, i due generali siano venuti ad un accordo segreto. Flacco che, essendo console, poteva chiedere ai Bizantini la flotta, tenterebbe di invadere l’Asia; Silla aspetterebbe in Grecia Dorilao, che si avvicinava, dopo aver imbarcato nell’Eubea lo scampo dì Cheronea: diecimila nomini. Questo savio accordo fece dell’86 un anno felice per le armi romane. Silla attaccò e distrusse l’esercito di Dorilao a Orcomeno, e poi si ritirò in Tessaglia ai quartieri d’inverno; Flacco invase la Macedonia, respinse in Asia gli ultimi resti dell’esercito pontico, passò il Bosforo sulle navi dei Bizantini. Alla fine dell’86 Mitridate aveva perduto la Grecia e le altre conquiste in Europa.
83. Il trattato di Dardano (85). — Se il partito democratico fosse stato disposto a seguire in Italia il saggio esempio che Flacco gli aveva dato in Asia e a revocare la proscrizione di Silla, forse la guerra d’Oriente sarebbe finita presto e bene per Roma. Ma il partito della vecchia nobiltà pareva ormai distrutto: uccisi gli uni, fuggiti gli altri, impotenti per la paura i pochi rimasti. Il partito popolare era dunque arbitro e padrone della repubblica: delle cariche, dei comandi, dell’erario, degli eserciti, delle province. Poteva esso darsi pensiero di questo ultimo capo del partito vinto, che ancora si trovava in Grecia alla testa d’un piccolo esercito? Nessuno sognava allora che questo terribile uomo potesse trovare la via di tornare in Italia, e con tutto il suo esercito. La politica di Flacco era così poco gradita al suo partito, che l’accordo era stato tenuto segreto: anzi, durante l’inverno dall’86 all’85 uno dei suoi legati, un certo Fimbria, un violento democratico, riuscì a sobillare il soldati, a far uccidere Flacco e a farsi riconoscere generale. L’accordo conchiuso con Flacco era distrutto e Silla si ritrovò nel pericolo di prima, anzi peggio. Non poteva attaccar Fimbria, avendo sopra un fianco la minaccia di Mitridate; non poteva attaccar Mitridate avendo sull’altro fianco la minaccia di Fimbria; non poteva attaccar Fimbria e Mitridate insieme.
Che fare? Un’altra volta ancora Silla prese un partito arditissimo, che doveva decidere non solo del suo destino, ma essere il principio di molti e gravissimi eventi nella storia di Roma. Non potendo combattere insieme Fimbria e Mitridate, non potendo intendersi con Fimbria, cercò d’intendersi con Mitridate. Par che Silla riuscisse a corrompere Archelao, a farsi consegnare la flotta e a persuaderlo a proporre la pace a Mitridate a queste condizioni: si ritornerebbe allo statu quo dell’anno 89; Mitridate conserverebbe l’antico regno del Ponto, riceverebbe il titolo di amico e di alleato del popolo romano, pagherebbe una indennità di 2000 talenti; consegnerebbe un certo numeri di navi da guerra. A sua volta Silla largirebbe una amnistia alle città ribelli dell’Asia. Concedere tali condizioni a un sovrano che aveva mosso a Roma tanta guerra e trucidato persino migliaia e migliaia di cittadini romani, era poco meno che un alto tradimento, come si direbbe adesso, alla stregua delle tradizioni politiche della repubblica. Avevano fatto molto meno di ciò che Mitridate si era permesso, Antioco III, che aveva perduto metà del regno; Perseo, che era stato condotto a Roma in catene; e Cartagine, che era stata rasa dalle fondamenta. Ma Silla non esitò per salvarsi a far buon mercato della majestas del popolo romano, come, nell’88, del principio che Roma non potesse esser violata da forza armata. A sua volta Mitridate aveva bisogno di pace: la sua autorità vacillava in Oriente; l’Asia Minore gli sfuggiva; Fimbria invadeva, nella primavera dell’85, l’Asia e s’impadroniva di Pergamo; Lucullo, che era riuscito finalmente a raccogliere una flotta potente, compariva sulle coste dell’Asia, incitando le città alla rivolta. Conoscendo le difficoltà in cui Silla si dibatteva, Mitridate cercò ancora di mercanteggiare; e minacciò perfino di allearsi con Fimbria.... Ma alla fine accettava la pace così vantaggiosa; e questa era sottoscritta a Dardano, nella Troade, in seguito a un colloquio tra il proconsole romano e il monarca del Ponto (85)[94].
84. Silla in Asia e in Grecia (85-83). — Fimbria era finalmente isolato. Silla subito gli si volse contro, e lo circondò col suo esercito, presso Tiatira, in Lidia. Una buona parte dei soldati e degli ufficiali, i più devoti a Flacco, defezionarono spontaneamente; gli altri furono o persuasi dalla corruzione o costretti dalla violenza; Fimbria stesso, piuttosto che sopravvivere allo sfacelo dell’esercito, preferì uccidersi. Silla restava così padrone dell’Asia riconquistata, a capo di un esercito e di una flotta potente, e con il tesoro ricolmo dalla indennità di Mitridate.
Era giusto, del resto: chè Silla e non altri aveva riconquistato le perdute province di Oriente, vincendo le battaglie di Cheronea e di Orcomeno. Ma questa gloria era offuscata da una macchia: il trattato di Dardano. Silla non l’ignorava; tanto è vero che, fatta la pace con Mitridate, non ebbe più che un pensiero: riconciliarsi con il partito che governava in Italia e ottenere l’approvazione di tutto quanto aveva fatto in Oriente. Presso lui avevano cercato rifugio molti esuli e proscritti, i quali pretendevano di rappresentare al suo fianco una specie di Consiglio senatorio, e lo sollecitavano a ripigliar subito la via dell’Italia allo scopo di perpetrarvi le bramate vendette. Egli invece preferì rimanere in Asia ed in Grecia e passar quel che rimaneva dell’anno 85, tutto l’84, e parte dell’83, a trattare con il governo di Roma, al quale, da Efeso, appena morto Fimbria, ostentando quasi di ignorare la sua qualità di hostis reipublicae, aveva spedito un’elaborata relazione dell’opera compiuta in Oriente. Nè chiedeva cose indiscrete: l’approvazione di quel che aveva fatto in Oriente e il rimpatrio di tutti i proscritti che si erano rifugiati presso di lui. Ma all’arrendevolezza di Silla rispose dall’Italia una irremovibile intransigenza. Il partito popolare era ormai insediato fortemente al governo; e non voleva, accogliendo le domande di Silla, nè veder ritornare a Roma il partito della nobiltà, nè assumersi la responsabilità del trattato di Dardano, che l’opinione pubblica disapprovava pur essendo disposto a goderne i benefici. È vero che nel senato un partito forte propendeva per il richiamo degli espulsi; è vero che, quando alle proposte concilianti di Silla fu risposto con preparativi di guerra, le truppe si ammutinarono; e Cinna stesso, rieletto console, fu trucidato: serio ammonimento di non prendere troppo alla leggera la nuova guerra civile che minacciava. Ma quando mai un partito che si crede sicuro al potere crederà ad un pericolo, che non minaccia proprio di ora in ora? A guastar per sempre l’accordo si aggiunsero i cavalieri. Appena ricuperata l’Asia, Silla aveva imposto alle città della provincia il pagamento delle cinque annualità arretrate e per giunta una grossa indennità di guerra: ma aveva pure abolito gli antichi appalti e dichiarato di volere riscuotere i tributi direttamente, per mezzo di funzionari, dividendo a tale scopo la provincia, in 44 circoscrizioni. Non voleva, che l’erario spartisse il bottino della conquista con i pubblicani; e i cavalieri, che già gli erano avversi, gli giurarono un odio mortale.
Silla intanto ritornava dall’Asia in Grecia, ove passava tutto l’84 e i primi mesi dell’83, sempre trattando per un accordo col partito democratico, ma nel tempo stesso rinforzando l’esercito decimato dalla guerra, reclutando soldati nel Peloponneso, in Macedonia, in Tessaglia. Senonchè nella primavera dell’83 egli dovette convincersi che era necessario ancora una volta sfoderare la spada. Il partito al potere non voleva nè riammettere gli espulsi nè approvare il trattato di Dardano; e aveva fatto ordinare dal senato che tutti gli eserciti fossero congedati, ossia che egli si arrendesse a discrezione. Anche a questa nuova guerra Silla si accinse con la consueta risolutezza. Non era certamente neppure questa una guerra facile. Il nemico aveva innanzi tutto l’immenso vantaggio di aver dalla sua le finzioni della legalità. Disponeva dell’erario dello Stato, dei tributi di tutte le province d’occidente; poteva reclutare soldati in tutta l’Italia, specialmente dopochè, sotto le minacce della nuova guerra, aveva finalmente risolta la questione italica, facendo distribuire i nuovi cittadini in tutte le 35 tribù; poteva infine contare sull’appoggio di molte famiglie della nobiltà, che riconoscevano il suo governo come il governo legale. Tali erano, tra i capi, i due consoli dell’anno, Caio Norbano e L. Cornelio Scipione Asiatico, bisnipote del vincitore di Antioco; tale il figlio di Mario; tale Gneo Papirio Carbone, console nell’85 e nell’84; e Gneo Domizio Enobarbo. A questi si aggiungevano alcuni uomini di natali più oscuri, ma segnalatisi per forza di ingegno e di volontà nelle guerre dei decenni precedenti: tra i quali il più insigne era Q. Sertorio. Silla invece non poteva giustificare l’autorità sua con alcun titolo chiaro e preciso; e alle forze degli avversari opponeva i tesori dell’Asia, circa 40.000 soldati e quella parte della nobiltà storica che aveva cercato scampo presso di lui. È vero però che l’Italia desiderava la pace e un accordo ragionevole con Silla, essendo stanca di guerre civili e non potendo disconoscere che, se Silla aveva fatto il trattato di Dardano, aveva anche inflitto a Mitridate due memorande disfatte. Questo desiderio dell’Italia era per il governo democratico cagione di grande debolezza; perchè la repubblica potrebbe armare in Italia solo delle accozzaglie poco disciplinate, male istruite, tra le quali l’oro avrebbe operato devastazioni non minori del ferro. Il piccolo esercito di Silla invece era un blocco d’acciaio, devoto fino alla morte al duce, che lo aveva arricchito, e maggiori beni prometteva dopo la sicura vittoria.
85. La prima guerra civile (83-82)[95]. — Il primo anno di guerra mostrò subito che le probabilità di vittoria non si potevano misurare dal numero di soldati, di cui ciascun partito disponeva. Sbarcato nella primavera dell’83 a Brindisi, Silla subito sconfisse presso Capua l’esercito del console Norbano; indi procedè contro l’esercito del console Scipione, che trovò non lungi da Teano. Sapendo che Scipione era incline all’accordo, sapendo che i suoi soldati desideravan la pace, Silla iniziò trattative. Scipione acconsentì a trattare; i due generali si videro, discussero insieme lo stato della repubblica, i rimedi che erano necessarî per ricondurre la pace; e fu conchiuso infine un armistizio per aspettar la risposta dell’altro console. Quando, all’ultimo momento, per ragioni che sono oscure a noi e che non dovettero esser chiare neppure allora, Scipione ruppe le trattative, rimandando gli ostaggi a Silla. I suoi soldati allora, accusandolo di aver voluto respingere una pace giusta e ragionevole, gli si ribellarono e passarono a Silla; Scipione fu fatto prigioniero e, liberato da Silla, depose il consolato e si ritirò a Marsiglia. Silla era già padrone dell’Italia meridionale! Questi successi condussero a lui molti nobili sino allora esitanti: tra gli altri M. Licinio Crasso e Gneo Pompeo Strabone, figlio di G. Pompeo Strabone, che era stato console nell’89, giovane ricchissimo, che aveva grandi proprietà nel Piceno, dove egli si mise a reclutar soldati di sua iniziativa e fu da Silla riconosciuto comandante delle forze che aveva levate. Ma gli insuccessi esasperarono invece il governo della repubblica. Il console Norbano non rispose alle aperture di pace fattegli da Silla; i senatori, che avevano raggiunto il nemico, furono dichiarati hostes publici; il figlio di Mario, che aveva solo 27 anni, fu eletto console per l’82 con Gneo Papirio Carbone, per attirare al governo i veterani del padre; armi ed armati furono approntati dalle due parti: dal governo, nell’Italia centrale e settentrionale; da Silla, nell’Italia meridionale. La guerra ricominciò nella primavera dell’82. Carbone, che raccoglieva in Etruria i contingenti mandati da ogni parte dell’Italia settentrionale, spedì un suo legato, Carrinate, nel Piceno, a distruggere le forze che nel Piceno raccoglievano per Silla Metello Pio e Gneo Pompeo. Ma fu sconfitto da Metello; e il legato Carbone già accorreva dall’Etruria al suo soccorso, quando fu fermato e ricondotto indietro da una notizia fulminea: Silla in persona aveva sconfitto tra Segni e Palestrina il giovane Mario, a cui era stato commesso di difendere Roma; lo aveva chiuso e assediato in Preneste; si era impadronito con un ardito colpo di mano di Roma; e già si disponeva a marciar contro di lui. Rapido, Carbone ritornò sui suoi passi, per accorrere al soccorso di Roma: ma in Etruria, a Chiusi, trovò l’esercito di Silla a sbarrargli la strada. Fu appiccata battaglia e fu aspra e lunga; ma nè a Silla riuscì di disfare l’esercito di Carbone; nè a Carbone di disfare l’esercito di Silla. Cosicchè Roma restava in potere di Silla e l’esercito della repubblica diviso in due, parte nel nord, parte intorno a Preneste e nell’Italia centrale e meridionale. Ma Silla, il suo esercito, il suo partito si trovavano a loro volta tra due minacce: l’esercito ancora intatto di Carbone al nord e con il quale poteva con giungersi l’esercito che Norbano reclutava nella Cisalpina; ed una vasta insurrezione che si preparava nel Sannio e nella Lucania. In queste regioni la guerra aveva risvegliato le ultime faville dell’antico sentimento nazionale; e con il consenso e gli aiuti del governo repubblicano si preparava un grosso esercito.