[87]. Cfr. C. I. L., I, 203.
[88]. Sulla guerra sociale, cfr. App., B. C., I, 39-53; Diod., 37, 2, 4-14.
[89]. Ascon., In Corn., p. 71, ed. Orelli.
[90]. Sulle due tradizioni, cfr. Vell. Pat., 2, 20; App., B. C., I, 49.
[91]. App. (Mithr., 22-23) dice 80.000; Plut. (Sylla, 24) 150.000. Sull’immigrazione italica in Asia, cfr. la descrizione di Cic., De lege Manilia, 7, 17 sgg.
CAPITOLO QUINDICESIMO LA PRIMA GUERRA CIVILE
82. La guerra mitridatica e la rivoluzione in Roma e in Italia (87-86). — Mentre questi gravi eventi si svolgevano in Roma, Mitridate, forse per tenere d’occhio in tutta la Grecia il partito avverso, aveva spezzettato l’esercito in numerose guarnigioni. Ma quando Silla invase la Grecia, i generali Archelao ed Aristione raccolsero tutte le sparse guarnigioni in Atene, ove si rinchiusero per dar tempo ad un secondo esercito mitridatico d’invadere la Grecia, e di pigliare il nemico alle spalle. In Atene, infatti, essi contavano di mantenersi indefinitamente, come in una città aperta, non disponendo Silla di una armata, che potesse affrontare l’asiatica. Era anzi possibile agli assediati bloccare con le navi l’assediante, tagliandone le comunicazioni con l’Italia.
Il piano dei generali pontici era abile; e trovò un alleato prezioso in Roma stessa, nel partito che Silla aveva umiliato. Appena lui partito, il console Cinna aveva riproposto le leggi Sulpicie, anche quella che distribuiva gli Italici nelle 35 tribù. E di nuovo la terribile questione aveva messo a ferro e fuoco la repubblica. L’altro console, Gneo Ottavio, si era opposto; dei tribuni avevano interposto il veto; l’una e l’altra parte avevano armato bande. Cinna aveva avuto, lì per lì, la peggio ed era stato costretto a fuggire, inseguito da un decreto del senato che lo deponeva, sostituiva, e dichiarava hostis publicus. Ma Cinna aveva ritrovato fuori di Roma quell’esercito, che per due volte era mancato ai democratici. Recatosi a Capua, dove era l’esercito che sorvegliava la Campania appena domata, e nel quale militavano molti Italici, si era presentato come il console, illegalmente deposto dal senato e dal partito degli oligarchi; era riuscito ad ottenere il giuramento di fedeltà e aveva incominciato a reclutare soldati tra gli Italici. Intanto Mario ritornava in Italia; e con l’esercito di Capua accresciuto dalle nuove reclute, Mario e Cinna avevano marciato su Roma. Il senato aveva chiamato a difendere Roma Gneo Pompeo Strabone e Q. Cecilio Metello Pio con i loro eserciti, il primo dalla Gallia Subalpina, il secondo dal Sannio; e sotto le mura di Roma i due eserciti avevano impegnato una battaglia lunga, accanita, confusa, interrotta ogni tanto da trattative. Alla fine Mario e Cinna erano riusciti a forzar la città; e avevano restituito al partito oligarchico il colpo che questi aveva inferto al partito popolare nell’88. Le leggi Sulpicie erano state approvate; moltissimi senatori erano stati trucidati e i loro beni confiscati; Silla era stato dichiarato nemico pubblico e destituito; il suo patrimonio, confiscato; la sua consorte, costretta a riparare in Grecia nel campo del marito; Cinna e Mario, proclamati consoli per l’anno 86.
Il piccolo esercito, che doveva riconquistare la provincia d’Asia, era dunque abbandonato da Roma al suo destino sotto le mura di Atene. Se l’esercito che Mitridate preparava in Asia giungeva prima che Atene capitolasse, Silla e il suo esercito erano perduti. Nessun aiuto o soccorso potevano aspettare da Roma. Ma Silla non si perdè d’animo. Qualunque giudizio si voglia dare di questa strana figura, nessuno storico negherà che fosse un uomo ed un capo. Non conobbe scrupolo, riposo o paura nel pericolo. Per fabbricare macchine da guerra, fece atterrare a colpi di scure i boschetti del Lycaeum e i platani secolari dell’Accademia, all’ombra dei quali aveva filosofato Platone. Per pagare e mantenere i soldati, dissanguò la Grecia, saccheggiò i templi più venerati, convertì in monete d’oro e d’argento i tripodi, i vasi, i gioielli, le opere d’arte, offerte agli Dei da tante generazioni. Per disputare ai nemici il mare inviò un suo giovane ufficiale, L. Licinio Lucullo, a procurarsi una flotta tra gli Stati amici del Mediterraneo, sfidando la crociera delle navi mitridatiche. Per finire l’assedio, studiò tutte le malizie di guerra. Per mantenere animosi i soldati partecipò a tutte le loro fatiche, accorse in tutte le mischie, condusse in persona le colonne d’attacco, e profuse in mezzo ad essi, a piene mani, l’oro preso nei santuari degli Dei.
Ma Atene resistè tutta l’estate dell’87, resistè tutto l’autunno, aspettando i soccorsi. Per fortuna l’esercito che Mitridate mandava in Grecia, impedito dalla difficoltà degli approvvigionamenti, mal comandato, camminava lento. Caio Senzio Saturnino, governatore della Macedonia, potè con poche forze trattenerlo, farlo cogliere dall’inverno e costringerlo a svernare in Macedonia. Ma intanto, sospeso questo, un pericolo maggiore sorse alle spalle di Silla, dall’Italia. Mario era morto al principio dell’86. Il console Lucio Valerio Flacco, nominato in luogo di Mario, aveva proposta una legge, che condonava tutti i debiti per tre parti su quattro; ed era stato incaricato di recarsi con 12000 uomini a togliere il comando a Silla. Silla sarebbe stato, alla primavera, preso tra l’esercito romano e quello di Mitridate, se non prendeva Atene prima che Mitridate o Flacco giungesse. Tutto l’inverno si preparò infaticabile; e il 1º marzo, raccolte tutte le sue forze, diede un disperato assalto; prese la città prima e poi il Pireo, e costrinse Archelao a imbarcare l’esercito e a salpare. Silla era così sfuggito alla sicura rovina che lo minacciava; ma versava ancora in pericolo mortale, dovendo combattere le forze di Archelao che, quasi intatte, avevano raggiunto per mare, alle Termopili, il secondo esercito di Mitridate, in cammino dalla Grecia settentrionale, e quello del console Valerio Flacco, che giungeva dall’Italia. L’avvicinarsi dell’esercito democratico impose a Silla una decisione disperata: attaccare ad ogni costo e subito Mitridate, con la risolutezza consueta. Silla andò incontro all’esercito di Mitridate e gli diede battaglia presso Cheronea, in Beozia, riportando su Archelao, che ne aveva preso il comando, una grande vittoria (86)[92].