81. La lotta tra Mario e Silla per il comando della guerra contro Mitridate (88-87). — Mai forse il senato romano aveva avuto un compito più terribile. Tuttavia non esitò. La provincia d’Asia era parte così preziosa dell’impero che, non ostante l’incerta condizione dell’Italia, il senato deliberò di mandare uno dei consoli con un forte esercito in Asia, e per far denaro ordinò che fosse venduta la mano-morta romana, i beni che i templi possedevano in Roma. La sorte designò fra i due consoli L. Cornelio Silla, il legato di Mario del 106, il valoroso ufficiale che aveva nel 103 militato contro i Cimbri, e che si era molto distinto nella guerra sociale. Silla non era nuovo alle cose d’Asia, perchè, nel 102, come pretore, aveva restituito la Cappadocia al candidato romano, Ariobarzane, condotto per la prima volta le legioni a dissetarsi nelle acque dell’Eufrate, e ricevuto, assiso sopra un trono solenne, la prima ambasceria mandata dal Re dei Parti ai Romani. La sorte era dunque stata giudiziosa; e tanto più avrebbe dovuto Roma compiacersene, perchè le cose ormai precipitavano rovinosamente in Oriente. Nella primavera dell’88 Mitridate aveva spedito un esercito, al comando di un suo figlio, in Macedonia e una flotta nell’Egeo al comando di Archelao: della Grecia una parte erasi sollevata e in questa anche Atene, sino allora la più fedele amica di Roma in Grecia; le altre città erano state facilmente conquistate dall’esercito di Mitridate, senza che il governatore della Macedonia potesse soccorrerle, perchè Traci e Galli, a quanto pare alzati dal Re del Ponto, avevano invaso la provincia; anche Delo era stata presa da Archelao e i mercanti italici trucidati. Insomma tutto l’impero orientale — così la parte europea come la parte asiatica — vacillava; l’ellenismo tentava un supremo sforzo per ricacciare Roma in Italia, con il braccio di un sovrano semibarbaro dell’interno dell’Asia, che brandiva una spada ben temprata.

E invece, proprio in questo momento supremo, in faccia a Mitridate vittorioso, quando mezzo l’impero era invaso e in potere del nemico, scoppiò in Italia una guerra civile. Ai cavalieri non piaceva che Silla fosse stato incaricato di riconquistare l’Asia. Il fatto è certo, sebbene le ragioni si possano solo congetturare. Era chiaro che il console, incaricato di riconquistare la perduta provincia, ne sarebbe stato per parecchi anni arbitro e signore assoluto, e avrebbe in quella potuto fare e disfare a suo piacimento. Ora da parecchi anni, dal processo di Rufo in poi, tra ordine senatorio e ordine equestre c’era un odio, che l’agitazione di Livio Druso e la guerra sociale avevano inferocito. Non pochi senatori detestavano i cavalieri assai più che i demagoghi, e avrebbero fatta alleanza anche con questi pur di rovinare e toglier di mezzo quelli.... Non era dunque affare di poco momento, per i cavalieri, che la loro prediletta provincia non cascasse nelle mani di un nuovo Rutilio Rufo. Silla non aveva, sino ad allora, parteggiato a viso aperto nè per gli uni nè per gli altri; si era tenuto in disparte dalle lotte politiche, occupandosi di amministrazione e di guerra. Ma sia che, per le sue origini, fosse considerato dai cavalieri come un nemico, sia che tale fosse davvero già fin d’allora, fatto sta che i cavalieri non lo volevano al comando della guerra d’Oriente. D’altra parte c’era allora in Roma un uomo, un grande generale, nel quale l’ordine equestre, da cui era uscito, aveva sempre avuto fiducia, e che si rodeva di esser condannato all’inerzia: Mario. I tempi infine erano quanto mai turbati e torbidi: i cavalieri smaniavano di ricuperare il potere giudiziario; tra gli Italici fermentava un nuovo malcontento, per i maneggi del senato che cercava di ritoglier loro con accorti espedienti una parte di quanto avevano concesso le leggi dell’89 e dell’88; la crisi finanziaria empiva di disperazione e di furore gli animi. Un pretore era stato ucciso, nel tribunale, dagli usurai, perchè applicava con troppo rigore le leggi contro l’usura.

Da questo atroce e spietato ribollir di interessi, di ambizioni, di cupidige nacque un vasto intrigo politico, a cui tennero mano i cavalieri, Mario, gli Italici, una parte della fazione democratica; e il cui scopo era di ridare all’ordine equestre parte dell’antico potere e di togliere il comando della guerra d’Asia a Silla, che frattanto raccoglieva un esercito a Nola. L’uomo che doveva porre ad effetto questo piano era un nobile, P. Sulpicio Rufo, che la tradizione conservatrice dipingerà, al solito, come corrotto, indebitato, ambizioso. Era costui, nell’88, tribuno della plebe; e come tale presentò tre leggi, che dovevano procurare al partito appoggi e aiuti bastevoli per ottenere che fosse poi approvata la legge, con cui il comando della guerra d’Asia sarebbe trasferito da Silla a Mario. Una prima legge dava ragione agli Italici e ai liberti, disponendo che gli Italici fossero distribuiti in tutte le 35 tribù, e reintegrando nelle medesime tutti i liberti, dove non erano più sin dal 115, ossia dal consolato di Emilio Scauro. La seconda richiamava i cavalieri banditi insieme con Vario nell’89. La terza proponeva una riforma del senato, escludendo tutti i componenti indebitati per 2000 dracme. Silla, che stava allora organizzando presso Nola il suo esercito, si affrettò a tornare a Roma, per opporsi con il suo collega Q. Pompeo Rufo a queste leggi, alla prima soprattutto, che a molti pareva minacciare lo Stato di un sovvertimento totale. E una volta ancora la questione della cittadinanza minacciò di sconvolgere ogni cosa.... Silla e Pompeo commisero un errore: temendo di non riuscire a far rigettare dai comizi la legge, tentarono l’ostruzionismo liturgico, indissero delle feriae imperativae in tutti i giorni, in cui si potevano tenere i comizi, così da rendere questi impossibili. Non è dubbio che l’atto dei consoli era considerato in sè, strettamente legale: ma l’intenzione era manifesta; e tutti gli interessi, che a Sulpicio mettevano capo, non si lasciarono così facilmente disarmare da questo ingegnoso espediente. Sulpicio, in eloquenti discorsi, denunciò per illegali quelle ferie; raccolse una guardia di 600 cavalieri; armò torme di partigiani, con le quali un bel giorno invase il Foro, intimando ai consoli di disdire le ferie e di convocare i comizi. I consoli tentarono di resistere, ma quelli diedero di piglio alle armi. Spaventato, Pompeo fuggì; anche Silla allora abbandonò il campo e si ritirò a Nola presso il suo esercito.

La vecchia repubblica oligarchica crollava sulle sue fondamenta. Esautorati i due consoli dalla loro opposizione sterile e cavillosa, assente uno e sparito l’altro, Sulpicio e la sua fazione restarono padroni dello Stato. Fecero approvare prima le leggi proposte; e poi, cogliendo subito quel momento in cui i comizi erano pieni di Italici e il partito oligarchico avvilito dalla disfatta, proposero e fecero approvare dai comizi tributi la legge sul comando della guerra d’Asia. Appena la legge fu approvata, Sulpicio mandò due tribuni a Nola ad intimare a Silla di consegnare le legioni a Mario. Il piano della coalizione strettasi intorno a Sulpicio poteva dirsi riuscito a pieno.

E sarebbe riuscito del tutto, forse, se l’esercito fosse stato quello di un tempo. Ma Mario l’aveva riformato. Quelle, a cui Silla comandava, erano milizie reclutate secondo la riforma mariana del 107, tra le classi più povere della popolazione. La maggior parte, anzi, erano veterani delle guerre cimbriche e sociali, soldati di mestiere quasi tutti, che ora tornavano ad accingersi ad una nuova gesta e a correre una nuova avventura. Silla li conosceva, uno ad uno, aveva fatto loro promesse così grandi quanto ferrea era la disciplina, ch’egli esigeva da loro in faccia al nemico, sul campo di battaglia. Essi sognavano già i tesori, che avrebbero strappati al barbaro Re del Ponto e che si sarebbero spartiti dopo la vittoria; essi amavano già quel loro duce, valoroso, energico, eloquente, generoso e che aveva fatto le sue prove. Che cosa voleva dire, per questi soldati, la legge approvata a Roma, se non che le ricchezze vagheggiate sarebbero andate nelle mani di altri uomini e di altri soldati? Inoltre, se i due tribuni venivano a chiedere a Silla di deporre il comando in nome di una legge del popolo, Silla era il console, e aveva ricevuto il comando dalla sorte, secondo le leggi. Il caso legale era dubbio, come spesso succede in tempo di rivoluzione; e tanto più dubbio doveva parere a soldati, che avevano interesse a dubitare. Silla, che temeva per sè le rappresaglie del partito vittorioso, osò parlare a questi soldati; chieder loro di difendere la prima legalità contro la seconda.... I soldati ascoltarono; i due tribuni mandati come ambasciatori furono fatti a pezzi; e Silla con le sue legioni marciò su Roma.

Per la prima volta apparivano le conseguenze politiche della riforma militare compiuta da Mario, per cui le classi medie e agiate avevano acconsentito a disarmare, abbandonando la milizia alle classi povere. L’esercito diventava un’arma mercenaria nelle mani delle fazioni. Questa volta serviva, grazie alla risolutezza di Silla, al senato, alla vecchia aristocrazia conservatrice, in guerra con i cavalieri, con il partito popolare e con gli Italici; ma non sarebbe sempre così! Entrare in Roma, con le legioni, era però una audacia quasi sacrilega, di cui nessuno avrebbe mai creduto, sin allora, capace un console. Il che spiega come essa riuscisse facilmente al primo che l’osò, tra lo sbigottimento generale. Un breve ma sanguinoso combattimento per le vie bastò a purgare la capitale del partito, che poche settimane prima pareva arbitro dello Stato. Tutto il partito della vecchia aristocrazia, tranne pochi, che la religione della legalità trattenne, si raccolse intorno a Silla e al suo esercito; tentò quello che noi chiameremmo una reazione. Il senato, radunato dai consoli, annullò le leggi Sulpicie come illegali, perchè votate in giorni festivi; e dichiarò nemici pubblici (hostes publici) dodici maggiorenti del partito democratico, tra cui Rufo e Mario: quindi i consoli proposero diverse leggi, come la lex Cornelia Pompeia unciaria e la lex Cornelia Pompeia de sponsu, che cercavano di venire in aiuto ai debitori: il che oltre a sollevare un po’ i tempi dalla grave crisi finanziaria che li opprimeva, era fors’anco un colpo vibrato all’ordine dei cavalieri, nel quale figuravano i creditori. Le leggi furono approvate; Rufo fu assassinato; Mario riuscì a scampare in Africa: ma quando le nuove elezioni consolari si fecero, il partito di Silla subì un grave scacco. Parecchi tribuni e pretori, e addirittura uno dei consoli — L. Cornelio Cinna — erano ardenti democratici. Se era riuscito di sorpresa, Silla aveva però osato un’audacia quasi incredibile, una violenza che impauriva gli uni, sdegnava gli altri, turbava in moltissimi quella quasi superstiziosa venerazione della legalità, che era così forte in tutti i Romani. Le elezioni ammonivano i vincitori a non abusar troppo di una fortunata violenza, chè già la reazione alla reazione incominciava. A questo primo segno se ne aggiunse un altro: il senato, per dare un esercito anche all’altro console Q. Pompeo Rufo, gli aveva prorogato l’imperium e assegnato le legioni che il proconsole Gneo Pompeo Strabone comandava nella Gallia Cisalpina. Ma i soldati avevano assassinato il nuovo generale: per qual ragione, se di propria iniziativa o per istigazione altrui, non si potè mai sapere. Silla capì che il partito vinto poteva rifarsi presto; fece giurare ai nuovi consoli che rispetterebbero le leggi esistenti; e ritornò al suo esercito. Appena il tempo lo consentì, nella primavera dell’87, con sole 5 legioni, alcune coorti ausiliarie non intere e qualche squadrone di cavalleria, in tutto appena 30.000 uomini e poca flotta da guerra, salpò dall’Italia, andando incontro a un nemico parecchie volte più numeroso, che già aveva invaso quasi tutta la Grecia.

Note al Capitolo Quattordicesimo.

[84]. Per questo due leggi, cfr. App., B. C., I, 29.

[85]. Cfr. Svet., De clar. rhet., I.

[86]. Su Livio Druso si può consultare, C. Lanzani, Ricerche sul tribunato di M. Livio Druso il giovane, in Riv. di filologia classica, 1912, pp. 272-92.