79. La guerra sociale (90-88). — Morto Livio, il partito avverso e i cavalieri, che ne erano a capo, trionfarono. La proposta di concedere la cittadinanza agli Italici era così poco popolare, anche nella plebe, che i nemici di Livio poterono tramutare le sue intese con gli Italici in una cospirazione contro lo Stato e chiedere dei castighi esemplari. Il cadavere di Druso era ancora caldo, e già il tribuno Q. Vario, sostenuto accanitamente dai cavalieri, proponeva di nominare una commissione straordinaria, per inquisire contro gli alleati sediziosi e per giudicare i loro partigiani in Roma. Non era mai spiaciuto ai cittadini romani di far sentire ogni tanto ai Latini e agli Italici che i padroni erano essi; la proposta passò; i commissari non furon paghi di cercare in Roma i rei della pretesa cospirazione; si sparsero nelle varie prefetture e per le città alleate dall’Italia, alla caccia dei responsabili. Ma questa volta la misura era colma. I nemici di Livio avevano osato troppo. Invece della cittadinanza, a compenso dei danni, che le leggi agrarie infliggerebbero loro, Roma dava un tribunale straordinario e una persecuzione partigiana? L’Italia prese le armi ed insorse.
Le ragioni e lo spirito della rivolta appariscono chiari a chi consideri le regioni dove arse più violenta. Quella che insorgeva era l’Italia più povera, montagnosa, del centro e del mezzogiorno, i Marsi, i Peligni, i Piceni, i Sanniti; ossia le regioni che più avevano sofferto della crisi, la quale stava mutando la faccia della penisola; le regioni, in cui le confische del suolo erano state più frequenti; le regioni meno ricche di strade, più lontane dalle città e dalle grandi vie del commercio; le regioni del latifondo e della pastorizia. Invece le città greche dell’Italia meridionale, che avevano continuato a prosperare e che Roma aveva liberate dal pericolo delle invasioni bruzzie e lucane; le città latine, prossime al mare, e le loro colonie che si erano installate in Italia, sfruttando, al pari dei Romani, le popolazioni indigene; l’Umbria, che aveva saputo mutare le sue culture; l’Etruria, che aveva saputo giovarsi della tradizione, industriale e commerciale, ereditata dalla dominazione etrusca; l’Italia celtica, dove i nuovi grandi lavori, le bonifiche, le vie militari avevano portato la ricchezza, o non si mossero o parteggiarono per Roma. La conquista della cittadinanza e della libertà era dunque il disperato sforzo della vecchia Italia, che non sapeva rassegnarsi a morire.
Il pericolo per Roma fu tremendo. Mezz’Italia era insorta, nè si sapeva quale conto fare della fedeltà della restante penisola. A ogni modo, anche se questa rimaneva fedele, i ribelli disponevano di forze all’incirca pari per numero e per qualità, perchè erano tutti nelle armi discepoli di Roma; avevano stabilito un governo comune, con sede a Corfinium, nel paese dei Peligni, creato una rappresentanza delle città insorte, un senato di 500 membri[87], il quale avrebbe avuto facoltà di creare due consoli o capi militari e dodici pretori. Soli vantaggi di Roma erano le più abbondanti ricchezze, il dominio del mare e il prestigio. Sarebbero stati sufficienti? La grandezza del pericolo è provata dai preparativi di difesa. La repubblica chiese aiuto anche agli alleati fuori d’Italia[88]; arrolò schiavi e liberti; richiamò in Italia tutte le forze disponibili; e distribuì le sue milizie in due grandi zone militari: l’una al nord, tra il Piceno, gli Abruzzi e la Campania, ove mandò il console P. Rutilio Rufo; l’altra al sud, nella Campania e nel Sannio, ove si recò il collega di lui, L. Giulio Cesare. Agli ordini del primo militava, avendo chiesto egli stesso un comando qualsiasi, Caio Mario. Contro l’uno e l’altro console operavano i due maggiori generali della lega, Pompedio Silone, l’amico di Druso, e Papio Mutilo.
Il primo anno di guerra — il 90 a. C. — non fu troppo felice per i Romani, che qui vinsero e là furono vinti e che perdettero in battaglia il console Rutilio. L’incerto andamento della guerra era un primo trionfo per gli insorti. Difatti già nel corso del 90 Etruschi ed Umbri incominciarono a tentennare; proprio mentre nuovi pericoli minacciavano in Oriente. Mitridate, che da un pezzo preparava la guerra contro Roma per cacciarla dall’Asia, aveva approfittato della rivolta dell’Italia per rovesciar dal suo trono il Re di Bitinia, sostituendogli un fratellastro di questo, minore di età e per riconquistare, d’accordo con Ariobarzane, la Cappadocia. La prudenza consigliava dunque di debellare la rivolta, non con le armi sole, ma con concessioni. D’altra parte il pericolo aveva fatto rinsavire l’opinione pubblica, la quale incominciava a imprecare contro l’ordine equestre e la sua folle politica. Nelle elezioni per l’89, il partito del tribuno Vario, l’autore della persecuzione contro gl’Italici, era sconfitto; e poco dopo il console L. Giulio Cesare proponeva e faceva approvare senza difficoltà una legge, che accordava la cittadinanza agli alleati italici rimasti fedeli. Anche allora la paura aveva potuto più che la giustizia e la ragione! Ma la lex Julia circoscriveva il pericolo, non lo toglieva di mezzo: l’Italia centrale e la meridionale erano ancora in armi. Fatto senza inciampi il primo passo, Roma non tardò a prendere risolutamente la via delle concessioni. I tribuni dell’89, M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, proposero una nuova legge (lex Plautia-Papiria), la quale accordava la cittadinanza romana, non solo a tutte le città che avessero deposto subito le armi, ma a tutti gl’Italici al di qua del Po, che l’avessero chiesta entro il termine di due mesi. Anche questa legge fu approvata senza difficoltà: non solo, ma il tribuno Vario, il persecutore degli Italici, fu cacciato in esilio come reo di lesa maestà; e l’odio popolare ben presto si volse addirittura contro il potentissimo ordine dei cavalieri. Plauzio Silvano fece, dopo quella sulla cittadinanza, votare dai comizi tributi una nuova legge giudiziaria che ritoglieva i tribunali ai cavalieri, e faceva eleggere i nuovi giudici dalle tribù in numero di 15 per ciascuna, senza riguardo all’ordine sociale, cui gli eletti appartenessero[89]. Forse in questo stesso tempo il console Gneo Pompeo Strabone fece approvare la legge, che concedeva alle città della Gallia Cisalpina i diritti delle colonie latine, per sottoporle alla leva e compensare le perdite nel reclutamento, di cui era cagione la rivolta degli alleati.
80. La rottura tra Roma e Mitridate; la perdita della provincia d’Asia (88). — L’insurrezione italica aveva dunque vinto, anche se la fortuna delle armi era stata indecisa. L’effetto delle concessioni fu pronto. Non che tutta l’Italia deponesse le armi: nel Piceno, Ascoli resistè ostinata, e il console Gneo Pompeo Strabone dovette assediarla e prenderla con la forza; la Campania, il Sannio, l’Apulia combatterono ancora.... Ma molti degli Italici deposero le armi; Umbri ed Etruschi non si unirono alla lega; e insomma tutta l’Italia centrale e meridionale era ricondotta all’obbedienza, sul finire dell’89. Solo l’estremo Sannio non cedeva.
Ma l’Italia incominciava appena a riaversi da questo spavento, che un’altra calamità la sopraffece. Abbiamo visto che nel 90, essendo morto il Re di Bitinia, Mitridate aveva spodestato il legittimo successore, Nicomede III, e gli aveva sostituito un fratellastro di lui. Nel tempo stesso, d’accordo con Tigrane, Re d’Armenia, aveva riconquistato la Cappadocia, donde Roma lo aveva cacciato nel 92, e aveva posto sul trono uno dei suoi figliuoli. Ma il senato non si era lasciato intimidire: aveva mandato Manio Aquilio a capo di un’ambasceria per restituire i due Re espulsi sul trono; e Mitridate aveva ceduto, sia che non considerasse i suoi preparativi come ancora bastevoli, sia che la risolutezza di Roma lo avesse spaventato. Le cose d’Asia erano dunque state ricomposte con poca fatica; il che era, in quei tempi pieni di difficoltà, gran fortuna per Roma. Quando ad un tratto, un piccolo intrigo di pubblicani e di senatori le precipitò di nuovo a rovina. Manio Aquilio (almeno se vogliamo credere agli scrittori antichi) non era stato per nulla contento della arrendevolezza di Mitridate, perchè era venuto in Asia per fare al Ponto una guerra lucrosa. D’altra parte il Re di Bitinia, durante l’esilio, aveva contratto grossi debiti coi pubblicani di Efeso, che volevano essere rimborsati. Aquilio fece capire al Re di Bitinia che gli permetterebbe di procurarsi la somma necessaria con una razzia nel Ponto; e alla fine Nicomede, tormentato dai suoi creditori, invase, complice silenzioso e passivo il legato romano, i dominî del suo potente vicino, attizzando il grande incendio.
Con molta abilità Mitridate aveva da prima protestato e chiesto riparazione. Intanto era venuta la fine dell’89; l’Italia era in fiamme, l’Oriente disarmato; tre o quattrocento navi da guerra attendevano armate nei porti del Mar Nero, pronte ad accorrere al primo richiamo del Re del Ponto; dai paesi più barbari dell’Oriente, erano venuti gran numero di mercenari, fanti e cavalieri, armeni, cappadoci, paflagoni, sciti, sarmati, traci, bastarni, celti, e, quel ch’era peggio, anche greci. Grandi riserve di cereali erano depositate nella Tauride. Trattati e intese erano stati conclusi con tutti i maggiori potentati dell’Oriente, con i barbari della Tracia e della Macedonia. La Grecia e l’Asia ellenizzata, stanche del cupido dominio romano, non attendevano che un liberatore. Non c’era dunque più tempo da esitare. All’insolente e inconsiderata intimazione, con cui il legato romano aveva replicato alle sue legittime proteste, Mitridate rispose, nella primavera dell’88, dichiarando la guerra, riconquistando la Cappadocia, sconfiggendo le truppe romane in Bitinia, scacciando Nicomede III, catturando la flotta romana, e invadendo la provincia di Asia.
Colpo più mortale non poteva percuotere Roma. Mentre la guerra sociale aveva rovinato tanta parte dell’Italia, l’invasione dell’Asia privava ora l’erario pubblico della più fruttifera fra le province romane, e Roma e l’Italia del frutto dei capitali collocati in Oriente. La crisi che scoppiò a Roma fu terribile: i pubblicani, impotenti a mantenere i loro impegni con lo Stato; l’erario vuoto; il denaro scarso, e i prestiti difficili e quasi impossibili, chè anzi i capitalisti, atterriti, si sforzavano di ricuperare i loro crediti; gl’interessi, spensieratamente tollerati in tempi di rapido guadagno, risentiti ora come usure impossibili; tutte le vecchie ed obliate leggi sui debiti, richiamate in vigore dalle parti in contesa; il tribunale del pretore, pieno di lagni, di proteste, di minacce. E tutto questo, mentre la questione italica si riaccendeva nella capitale. Il senato, sotto lo specioso pretesto di impedire che la potenza e il numero dei nuovi cittadini ferisse troppo gravemente la sacrosanta autorità dei cittadini originari, propendeva a stabilire che i nuovi cittadini fossero inscritti non in tutte le 35 tribù, ma relegati solo o in otto fra esse o in dieci nuove tribù[90], estranee alla vecchia costituzione. Questi propositi irritavano gli Italici accorsi a Roma; onde la città era piena di agitazioni e di violenze. In quest’atmosfera di fuoco giunsero presto nuove e più terribili notizie dall’Oriente. Nella provincia d’Asia, ormai quasi tutta in potere di Mitridate, circa 100.000 Italici[91], uomini, donne, fanciulli, erano stati sgozzati, annegati, bruciati vivi in un giorno stabilito, dal popolo furibondo delle piccole e grandi città asiatiche; i loro schiavi, liberati; i loro beni, distribuiti tra il fisco regio e le città indebitate. Mitridate aveva preparato questa strage. Nè basta: da Pergamo, dove aveva posto la sua capitale, egli si volgeva ora alla Grecia, dove i vinti di Scarfea e di Leucopetra, i superstiti di Corinto, i patriotti esaltati, i democratici offesi dalle inframettenze del governo romano, i mercanti indigeni, rovinati dalla concorrenza degli Italici, la plebe disoccupata e tumultuante incominciavano a sperare in lui l’atteso liberatore. Che più? Spingendo anche al di là della Grecia i suoi disegni e le sue speranze, Mitridate tendeva la mano agl’Italici. Sanniti e Lucani, ancora in armi, mandavano ambascerie a Mitridate, proponendogli alleanza; il Re del Ponto rispondeva, promettendo la sua discesa nella penisola, tal quale come Annibale. E molti Italici accorrevano ad ingrossare l’esercito di Mitridate.