77. Il processo di Rutilio Rufo e la rottura tra il senato e l’ordine equestre. — La reazione fu violenta. Gli scandali della guerra di Giugurta e della guerra contro i Cimbri e i Teutoni furono dimenticati; la nobiltà storica ridivenne l’oggetto dell’ammirazione di tutti; pronto, il senato ne approfittò per ricuperare il potere; e come primo atto richiamò dall’esilio Metello. La maggior vittima di questo rivolgimento fu Mario, che, venuto in odio al partito popolare, senza aver riacquistato il favore del partito della nobiltà, non attese neanche il ritorno del suo antico rivale in Roma. Abbandonando volontariamente la vita politica, in cui non c’era più posto per lui, partì per un lungo viaggio in Oriente, sotto il pretesto di compiere un voto a un’oscura divinità di Pessinunte.
Il partito della nobiltà governava di nuovo l’impero; e, sotto il suo governo, i tempi, se non più felici, si fecero almeno più tranquilli. Il partito aristocratico aveva sul rivale il vantaggio di possedere l’organo di governo più stabile della repubblica, il senato, che in maggioranza era suo. Mentre il partito democratico non aveva potuto impadronirsi, anche negli anni più felici, che delle magistrature maggiori, ed era sempre stato in balìa dei comizi, mutevoli ogni anno, il partito della nobiltà era sempre stato potentissimo per via del senato, anche negli anni in cui gli elettori dei comizi gli erano avversi. Questo divario spiega come il partito della nobiltà, anche in questi anni turbolenti, potesse governare con una prudenza e ponderazione, che fa contrasto con le agitazioni dei brevi anni di egemonia democratica. Certamente neppure i dieci anni, intercessi fra il 100 e il 91, furono esenti da difficoltà e da guerre. La Spagna, sconvolta dall’invasione cimbrica, si risolleva insieme con le popolazioni alpine di recente sottomesse; le nuove province orientali sono (ahi, troppo spesso!) devastate dalle barbare tribù limitrofe; l’Asia minore è turbata replicatamente dalle mene del Re di Bitinia, Nicomede, e del Re del Ponto, Mitridate. A dispetto della commissione inviata dal senato, questi due sovrani avevano ormai occupato la Galazia; poi, mentre Nicomede intrigava in Paflagonia, Mitridate aveva approfittato della guerra cimbrica, per rompere l’alleanza con il Re di Bitinia e impadronirsi da solo della Cappadocia. Ma per nessuna di queste difficoltà il senato sconfinò dai limiti di una politica difensiva, d’interventi militari e diplomatici. Parevano ritornati i tempi di Scipione l’Africano e di Catone. La Galazia fu nel 95 ridata ai tetrarchi, che prima la governavano; la Paflagonia, dichiarata libera; la Cappadocia, posta sotto il governo di un nobile persiano, Ariobarzane cui fu dato il titolo di Re; lo stesso Mitridate fu trattato con tanto riguardo che di lì a due anni, fatta un’alleanza con Tigrane, re di Armenia, invase di nuovo la Cappadocia, scacciando Ariobarzane. Ma neppur questa provocazione strappò al senato una dichiarazione dì guerra contro il Re del Ponto. Il propretore Lucio Cornelio Silla fu mandato con un piccolo esercito a rimettere Ariobarzane sul trono; e null’altro fu fatto. Intorno allo stesso tempo il Re di Egitto, Tolomeo Apione, morì legando al popolo romano la Cirenaica, toccatagli sin dal 116. La Cirenaica era allora un paese ricco d’acqua, fertile e prospero. Ma il senato, ricusato il dono, la dichiarò indipendente.
Il partito della nobiltà cercava insomma, quanto poteva, di ristabilir l’ordine nell’impero e di governar saviamente. La dura lezione dell’ultimo quindicennio non era stata inutile. Ma non ostante la buona volontà del governo, le cose stavano in bilico per miracolo. Quel confuso processo di decomposizione e di ricomposizione, che i Romani chiamavano la corruzione dell’antico costume, e che noi avremmo definito il progresso dei tempi, non era punto cessato. La diffusione della filosofia greca, i progressi dell’istruzione e della ricchezza facevano sentire più vivamente la durezza di tanti rigori formali dell’antico diritto e l’orrore di certe superstizioni barbare ancora superstiti. L’abolizione dei sacrifici umani, di cui qualche avanzo restava ancora in Italia, stava per essere decretata; il diritto progrediva per opera dei pretori, che riconoscevano più arditamente le ragioni della equità nei loro editti. Ma nella gara per la ricchezza, la cultura, il piacere, il potere gli animi inferocivano, le classi e lo Stato si dissolvevano. Più numerosi che mai erano i nobili e i ricchi che costruivano a Roma eleganti palazzi; i signori che si dilettavano di scriver libri, storie, trattati, poesie in greco o in latino; gli oratori che, come Antonio e Licinio Crasso, avevano studiato l’eloquenza nei modelli greci come un’arte. La conoscenza e il gusto dell’arte attica e asiatica si divulgavano; scultori e pittori greci ormai avevano in gran numero lavoro dai Grandi di Roma. Ma queste spese, le etère dell’Oriente, i troppi schiavi, i bagordi rovinavano molte famiglie della nobiltà, riducendole a industriarsi con ripieghi, debiti e concussioni. Molti agricoltori studiavano gli agronomi greci, si facevano prestare un capitaletto, piantavano uliveti e vigneti, s’ingegnavano di coltivare meglio; ma l’inesperienza, la mancanza di vie, le grosse usure rovinavano spesso chi faceva queste prove. Ogni anno si aprivano a Roma, nelle città latine e alleate, nuove scuole di rettorica, a cui traevano numerosi scolari e nelle quali si preparavano una lingua, uno stile e una eloquenza nazionali; ma troppi giovani avvocati non trovavano poi protettori per salire, nè clienti da difendere; troppi si davano al commercio, e se alcuni arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto, molti fallivano. Gli spostati, i disperati, i mercanti falliti, i possidenti scacciati infestavano ogni parte d’Italia; la piccola proprietà spariva, la terra era accaparrata da pochi, l’usura prosperava; solo pochi arricchivano, tra i quali qualche avanzo delle antiche nobiltà locali dell’Italia, come quel Caio Cilnio Mecenate, che, pur discendendo da una famiglia reale di Etruria, si era acconciato a venire in Roma e a farsi pubblicano, accontentandosi di prender rango nella seconda nobiltà, l’ordine dei cavalieri. In questo disordine morale e sociale, uno Stato che posava sul principio dell’elezione popolare, come la repubblica romana, non poteva sfuggire ad una specie di dissoluzione universale. Gli avventurieri, gli ambiziosi, i violenti, i furbi, gl’imbroglioni, e i corruttori invadevano i pubblici uffici, scacciandone gli uomini onesti, ai quali non rimaneva altra consolazione che gemere sconsolatamente sulle sciagure dei tempi. Massime nelle alte classi, era opinione comune che la diffusione della coltura nel medio ceto fosse un male. «Chi studia il greco diventa un birbone» si diceva quasi in proverbio. Peggio ancora, il desiderio di acquistare la cittadinanza faceva rapidi progressi nel medio ceto impoverito dell’Italia che si illudeva di potere, acquistando la cittadinanza romana, recar sollievo al proprio disagio; tra i giovani, che avevano studiato eloquenza e che eran mal contenti di dover difendere piccole cause e concorrere alle umili magistrature municipali nella loro cittaduzza; tra tutti coloro (ed eran molti), i quali desideravano i privilegi del cittadino romano.
In simile travaglio, il nuovo governo sarebbe stato debole, anche se avesse potuto far assegnamento sulla concordia dei propri partigiani. Invece il partito della nobiltà era, sì, ritornato al potere, perchè la nobiltà e l’ordine equestre, spaventati dalla rivoluzione, si erano riconciliati; ma questa riconciliazione era assai precaria. Troppo forte e antico era l’odio generato tra i due ordini dalla legge giudiziaria di Caio Gracco prima, dai consolati di Mario poi, infine dal corso degli eventi. I cavalieri insuperbivano ogni dì più per le ricchezze, per le clientele, per il diritto di giudicare i senatori; si consideravano ormai pari o da più della nobiltà storica, mentre una grande parte di questa, disgustata dalla corruzione e dal disordine universale, furente per la sua povertà e per l’insolenza degli uomini novi, affettava di spregiare i cavalieri; rammaricava i tempi, in cui la nobiltà sola era potente; chiedeva leggi severe contro gli abusi dei pubblicani. C’era dunque nella nobiltà storica un forte partito antiplutocratico, e tra i cavalieri, un partito avverso alla nobiltà. Bastò infatti un incidente, in verità tristo assai, per rompere la concordia dei due ordini, sulla quale pure l’ordine sociale tutto quanto posava, e scatenare una delle rivoluzioni più terribili.
Publio Rutilio Rufo era un senatore integro e capace; un nobile di antico stampo, ligio alle tradizioni, per quanto assai colto, e perciò molto avverso alle due forze nuove che da un secolo minacciavano il potere della nobiltà e la grandezza di Roma: la plutocrazia e la demagogia. Aveva reso segnalati servizi alla repubblica; era stato console nel 105; e, nel 96, aveva governato la provincia d’Asia come legatus pro praetore, quando Muzio Scevola era tornato a Roma per presentare la sua candidatura al consolato. Aveva allora represso con energia gli abusi dei pubblicani d’Italia, facendo giustizia senza riguardi e facendosi benedire dai sudditi. Ma i cavalieri, che in Asia avevano ormai tanti interessi, vollero dare un esempio che togliesse ad altri la voglia d’imitare il fastidioso legatus; e quando Rutilio fu tornato a Roma, nel 93, lo fecero accusare, lui, l’incorrotto e l’incorruttibile, di concussione; e condannare dalla quaestio, che Caio Gracco aveva composta di cavalieri.
78. Il Tribunato di Druso (91 a. C.). — Rufo partì per l’esilio; ma per quanto Sallustio l’abbia dipinta con sì foschi colori, la nobiltà di Roma non era ancora così corrotta e avvilita, da subire un simile affronto. La rottura tra i due ordini fu dichiarata. Il 92 pare sia stato un anno di fermentazione tacita. L’episodio più importante di questo anno è l’editto dei due censori, Cneo Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso, che chiudeva le scuole di retorica in Roma[85]. Ma la guerra latente tra i due ordini fu dichiarata nel 91 da Marco Livio Druso, tribuno della plebe. Era egli, molto probabilmente, figliuolo di quel Druso, che era stato il più funesto artefice della rovina di C. Gracco. Ma i tempi erano mutati; e il figlio del persecutore di Caio Gracco tentava ora di stringere un’alleanza della nobiltà e del popolo contro l’ordine equestre, al modo stesso con cui Caio Gracco aveva cercato di far l’alleanza del popolo e dei cavalieri contro la nobiltà, presentando un omnibus di leggi, una di quelle leggi per saturam, che fino allora il suo partito aveva combattuto come un abuso dei popolari. Livio Druso infatti propose una lex judiciaria, che cercava di risolvere equamente e nell’interesse della giustizia il vecchio conflitto tra il senato e l’ordine equestre per i tribunali. Disponeva la legge che nel senato fossero ammessi 300 nuovi membri, tratti dall’ordine equestre; che tra i senatori, nuovi e vecchi, si sorteggiassero i giudici delle quaestiones; che si costituisse una quaestio particolare per i reati di corruzione giudiziaria. Aggiunse a questa una lex de coloniis deducendis, che fondava in Italia e in Sicilia colonie da molto tempo proposte e mai dedotte; una lex agraria della quale poco sappiamo, ma che pare fosse una rinnovazione delle leggi dei Gracchi; una lex frumentaria, che scemava il prezzo a cui il grano era venduto dallo Stato al popolo in Roma. Lo scopo di queste leggi è chiaro: comprare nei comizi con le tre ultime la maggioranza che approverebbe la prima. Tanta era l’irritazione contro i cavalieri e il desiderio di toglier loro il potere giudiziario, che una parte della nobiltà aveva messa da parte perfino l’antica avversione per le leggi frumentarie ed agrarie! Ma queste leggi eran troppo disparate e diverse, perchè non suscitassero una vigorosa opposizione; e non solo nell’ordine dei cavalieri, ma anche nella nobiltà. A molti senatori non piaceva che il senato ricevesse 300 membri nuovi. La legge delle colonie e la legge agraria spaventavano infiniti interessi. La lex frumentaria aggravava l’erario, già dissestato. Si formò dunque un’opposizione di cavalieri e senatori; incominciò nel senato, nei comizi, nelle strade una battaglia accanita di discorsi, di processi, di tranelli costituzionali e liturgici, di percosse e di violenze, che durò dei mesi; e nella quale a un certo punto irruppero anche gli Italici. Questi, come ai tempi dei Gracchi, erano in grande ansietà per le nuove leggi coloniali ed agrarie annunciate, che temevano si dovessero applicare a loro spese; ed erano accorsi a Roma in grande numero, per combattere le leggi del nuovo Gracco.
È difficile giudicare se Livio Druso fosse un grande uomo di Stato o un visionario. Certo è che invece di stringere in alleanza il popolo e la nobiltà contro l’ordine equestre, egli era riuscito a dividere la nobiltà, ad invelenire di nuovo l’antico odio tra Romani ed Italici, e a scatenar una mischia furibonda di partiti e di interessi. I tempi erano tristissimi; nessuno si raccapezzava più; degli oligarchi intransigenti erano pronti ad approvare perfino una legge agraria, pur di togliere ai cavalieri il potere giudiziario; degli amici di Rutilio Rufo combattevano la lex judiciaria, che doveva vendicarlo, per paura della legge agraria. Tuttavia in mezzo a questo caos Livio Druso non poteva non essere inquieto per la crescente agitazione degli Italici. Come Caio Gracco, e per gli stessi motivi, egli fu condotto a prometter loro, come compenso, la cittadinanza. Se le leggi passavano, egli proporrebbe una legge che concederebbe a tutti la cittadinanza. Acquistato così il favore degli Italici, egli riuscì a far passare tutte insieme le sue leggi, dopo lotte asprissime e violenze; e die’ mano a mantener la sua promessa agli Italici, con una legge di cittadinanza. Ma il senato, sotto pretesto di un vizio di forma, annullò le leggi già votate; e una triste sera di quel torbido autunno, nell’atrio della sua stessa casa, mentre Livio Druso congedava alcuni amici venuti a colloquio con lui, una mano ignota lo colpiva al fianco. L’assassino non fu mai scoperto[86].