[80]. Su questa grande figura storica ha scritto un assai bel libro Th. Reinach, Mithridate Eupator roi du Pont, Paris, 1890.

[81]. Cic., De leg. agr., 2, 7, 18 sgg; Vell. Pat., 2, 12, 3.

[82]. Sulla battaglia di Aquae Sextiae, cfr. M. Clerc, La bataille d’Aix; études critiques sur la campagne de Marius en Provence, Paris, 1906.

[83]. Plut., Mar., 25 sgg.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO MITRIDATE

76. La caduta del partito popolare (100). — Dopo Vercelli, il senato stesso aveva proclamato Mario «terzo fondatore di Roma», con Romolo e con Camillo. Nessuno degli uomini, i quali assistettero al trionfo, in cui tanti prigionieri, tanti re e principi barbari sfilarono in catene sotto gli occhi del popolo romano, poteva vedere al di là di tanta gloria, distante soltanto un passo, la rupe Tarpea. Eppure era così. Dileguato il pericolo, gli scrupoli costituzionali, la forza della tradizione, il senso della legalità ripresero il sopravvento. Ora che i barbari erano debellati, Mario non poteva più essere rieletto console. Ma la fortuna aveva acciecato i suoi favoriti. Inebriato dal trionfo cimbrico, il partito popolare, insieme con la candidatura di parecchi tra gli uomini più in vista — L. Apuleio Saturnino e C. Servilio Glaucia tra gli altri — ripropose per la sesta volta la candidatura del vincitore di Giugurta e dei Cimbri al consolato. L’aristocrazia accettò questa volta la sfida; contrappose al vincitore dei Cimbri la candidatura dell’antico generale di Mario, Q. Cecilio Metello; impegnò la battaglia su tutta la linea, disputando non solo il consolato, ma tutte le altre magistrature.

Il partito democratico vinse ancora: Mario, Saturnino e Glaucia furono eletti, console il primo, tribuno della plebe il secondo, pretore il terzo, ma a grande stento, con pochi voti di maggioranza e con grandi violenze. L’elezione di Saturnino fu funestata da grosse turbolenze; poichè il candidato del senato fu ucciso. Ma questa vittoria fu l’ultima del partito democratico, che aveva primeggiato parecchi anni, per la gloria di Mario e per il malcontento generato dagli scandali delle guerre giugurtine e dal pericolo gallico. Le due guerre erano finite; la nobiltà, non ostante i suoi errori, fortemente insediata in senato, ricominciava a rialzar la testa. Per conservare il potere il partito popolare avrebbe dovuto imitare Caio Gracco e allettare le moltitudini con promesse vistose. Ma Mario non era l’uomo che occorreva per questi maneggi: era, a dispetto dei sei consolati, un vecchio romano impacciato da troppi scrupoli costituzionali e tradizionalisti: e non sapeva dirigere quel partito, che in fondo non era mai stato il suo. A questo ufficio era tagliato meglio Saturnino. E Saturnino infatti si mise subito all’opera, presentando una lex agraria, che assegnava le terre della Gallia Transpadana devastate dai Cimbri, i cui proprietari erano spariti nell’invasione; e una lex de coloniis deducendis, che decretava la fondazione di numerose colonie nelle province, in Macedonia, in Acaia, in Sicilia, per distribuire terre ai veterani di Mario[84].

Ai veterani, fossero cittadini romani o italici. Accanto alla tradizione dei Gracchi apparisce in queste leggi qualche cosa di nuovo e che ricorda Scipione Emiliano. Anzi un certo numero dei veterani italici doveva essere onorato della cittadinanza romana; e Mario era incaricato di applicare la legge.

Le due leggi erano dunque, per quanto si può giudicare dopo tanti secoli, provvide e savie. Ma a tutte e due erano aggiunte una clausola e una legge complementare. La clausola aggiunta disponeva che i senatori e i magistrati fossero obbligati, entro cinque giorni, a giurare obbedienza alla legge, sotto pena dì ammenda e della perdita della dignità. La legge complementare era la lex de majestate. Questa rinforzava ancora più, se v’era bisogno, la potenza politica del popolo romano e dei suoi rappresentanti, dichiarando inviolabile la maestà del popolo romano e dei tribuni plebei, e minacciando gravi pene a chiunque avesse osato attentare a questa inviolabilità. La ragione della clausola e della lex de majestate, che doveva poi col tempo diventare così tristamente famosa, è chiara. Era ormai palese a tutti, per una lunga esperienza di venti anni, che al partito popolare riusciva molto più facile di far approvare delle leggi agrarie, che di farle eseguire. L’aristocrazia, fortemente insediata nel senato, nelle magistrature, nei collegi religiosi, aveva mille mezzi di insidiar queste leggi nell’applicazione, quando non riusciva a respingerle nei comizi. Per impedire questa soverchieria, Saturnino aveva rinforzato con quella clausola e con la lex de majestate le due leggi, ma infondendo loro uno spirito tirannico di violenza, che esasperava la nobiltà e inquietava i cavalieri. Costoro avevano favorito negli anni precedenti il partito popolare, quando il loro eroe, Mario, ne era il capo; ma ricchi i più, non potevano gradire leggi, che miravano a conculcare le classi denarose a vantaggio delle povere. La votazione accrebbe il disagio. La lotta fu viva, la nobiltà tentò da prima l’ostruzionismo liturgico, poi l’intercessione dei tribuni; ma i veterani di Mario erano accorsi numerosi e risposero menando le mani. Il sangue corse.

Le leggi furono approvate; ma appena si volle applicarle, apparve subito come quelle loro violente disposizioni ferivano anche il partito che le aveva fatte. Quando, approvate le leggi, il senato fu invitato a giurare, Mario stesso, il capo del partito popolare, esitò, dichiarò da prima di non poterlo fare. Troppo quella clausola gli pareva tirannica! Sollecitato dal suo partito, egli poi si disdisse; e adducendo come pretesto il pericolo di una sommossa popolare, giurò e trascinò seco a giurare tutto il senato, tranne Q. Cecilio Metello, il suo antico rivale, che preferì subire le rappresaglie della legge de majestate e andare in esilio. Ma se il partito popolare era stato lì per lì salvato dalla resipiscenza di Mario, dopo questo incidente si staccò da lui. Non si poteva più inoltre riproporlo una settima volta a console. Il partito popolare si presentò dunque alle elezioni per l’anno 99 senza aver nè Mario tra i suoi candidati, nè il suo appoggio dichiarato e operoso. Mancando Mario, anche i cavalieri abbandonarono il partito popolare; si intesero con la nobiltà e acconsentirono ad appoggiare, invece del candidato popolare Glaucia, il candidato dell’aristocrazia, che era il famoso oratore M. Antonio, purchè l’aristocrazia appoggiasse il candidato loro C. Memmio, il famoso tribuno degli scandali giugurtini. Anche molti dei veterani, mancando Mario, si disinteressarono delle elezioni. Ne seguì che nei comizi tributi, Saturnino, il quale si ripresentava candidato al tribunato, riuscì eletto; ma nei comizi centuriati Glaucia, abbandonato dai cavalieri, fu vinto. Riuscirono M. Antonio e C. Memmio. I popolari non si rassegnarono alla disfatta e al tradimento dei cavalieri; dei grandi tumulti incominciarono; C. Memmio fu assassinato dai partigiani di Glaucia. Ma questa volta neppure il senato e i cavalieri tollerarono in pace tanta violenza. Il senato decretò lo stato d’assedio, e incaricò i consoli, ossia lo stesso Mario, di procedere contro i rivoltosi e di ristabilire l’ordine. Mario avrebbe potuto, sotto la sua personale responsabilità, sottrarsi a quel tremendo uffizio. Ma il vincitore dei Cimbri non ebbe la forza di resistere all’opinione pubblica. Sotto i suoi ordini si schierarono il senato, i cavalieri, i tribuni della plebe, e una buona parte della popolazione urbana. Si combatterono nel Foro delle vere battaglie, nelle quali i veterani di Aquae Sextiae e di Vercelli si trucidarono; il partito di Saturnino e di Glaucia, disfatto, si rifugiò e si asserragliò sul Campidoglio; e Mario lo assediò. Alla fine, come ai tempi di Tiberio e di Caio Gracco, Saturnino e Glaucia furono trucidati, e, con essi, perdette la vita gran numero dei loro seguaci (dicembre 100). Ma il Nasica e l’Opimio del nuovo macello era stato C. Mario: per tanti anni l’eroe e il vanto del partito popolare!