88. Il testamento del Re di Bitinia e la nuova guerra con Mitridate (75-74 a. C.). — Insomma, sparito Silla, ogni giorno più il governo si infiacchiva e cresceva il malumore pubblico. In mezzo a questa torbida situazione, sul finire del 75 o sul principio del 74, mentre in Spagna la guerra ardeva più violenta che mai, il Re di Bitinia moriva lasciando eredi del regno i Romani. Accettare quel legato voleva dire far la guerra a Mitridate, perchè Mitridate non avrebbe lasciato i Romani insediarsi tranquillamente in Bitinia. Poteva Roma, con la rivoluzione che covava in casa, con la Spagna in rivolta, con la Macedonia minacciata, impegnarsi in una seconda guerra con il Ponto per la Bitinia? Il senato esitava, inclinando a rifiutare la pericolosa eredità. Ma un sussulto dell’opinione pubblica obbligò questa volta il senato a mettere da parte i suoi scrupoli e le sue esitanze. Quanti erano malcontenti, per una ragione o per l’altra, del governo, e lo sapevano esitante, reclamarono a gran voce la Bitinia: si disse che la Bitinia era un’altra Asia; a chi ricordava Mitridate, si rispose che, tanto, una seconda guerra con il Ponto era sicura, che occorreva cancellare l’onta del trattato di Dardano.... Il senato non ebbe forza di resistere alla spinta della pubblica opinione; e annettè la Bitinia.... Ma quelli che temevano Mitridate non avevano torto. Mitridate da un pezzo si apparecchiava a un nuovo scontro con Roma; e non solo faceva tutti quegli apparecchi, di cui lo sospettavano a Roma; ma aveva anche conchiuso un’alleanza con Sertorio. La morte e il testamento di Nicomede indussero perciò il sovrano a romper gli indugi. Inopinatamente, nella primavera del 74, quando a Roma si discuteva ancora comodamente chi comanderebbe la guerra di là da venire, Mitridate mosse il suo esercito di 120.000 uomini e 16.000 cavalli; una parte ne mandò, forse al comando di Tassilo ed Ermocrate, a invadere la Bitinia; con l’altra invase l’Asia, ma non più in proprio nome e quale conquistatore, bensì come alleato e al seguito di un rappresentante di Sertorio. Era costui un certo Marco Mario, che entrava nelle città con le insegne di proconsole e in nome di Sertorio le liberava, condonando parte dei debiti. Mentre Pompeo chiedeva invano dalla Spagna denari e rinforzi per combattere Sertorio; mentre a Roma cresceva il malcontento e il disordine; mentre il senato esitava impotente innanzi alle più piccole difficoltà, Roma si impegnava di nuovo in una guerra con il Ponto! Fortuna volle che allora apparisse un grande uomo e un grande generale: quel Lucio Licinio Lucullo, che abbiamo visto militare in Asia, durante la prima guerra mitridatica, agli ordini di Silla.
Lucullo discendeva da una famiglia antica nobile e povera, che durante la rivoluzione era stata perseguitata dalle accuse e dagli odî dei democratici. Al pari di Catone, aveva vissuto semplicemente; e, benchè ellenista appassionato, apparteneva al partito tradizionalista. Nell’87 si era recato con Silla in Asia; e aveva reso al suo generale servigi segnalati come ambasciatore, generale, ammiraglio, senza approfittare dell’occasione per arricchire, come avrebbe facilmente potuto: era tornato in Italia con Silla e aveva preso parte alla guerra civile, ma non aveva messo le mani sui beni dei vinti. Pretore in Africa, avea trattato i provinciali con dolcezza e onestamente. Dispregiatore degli avventurieri del suo stesso partito, era giunto alla maturità, mantenendo fedeltà alla più pura tradizione aristocratica dei bei tempi antichi, e perciò senza conquistare nè grandissimi onori nè ingenti ricchezze.
89. Le prime campagne di Lucullo in Oriente; la conquista della Bitinia e l’invasione del Ponto (74-72 a. C.). — Nel 74 Lucullo era console. Nessuno era meglio preparato di lui, che già aveva tanto guerreggiato in Oriente, a prendere il comando della guerra contro Mitridate; ma ci furono intrighi, lotte, esitazioni in quantità, perchè altri ambivano quel comando e perchè Lucullo aveva in Roma più nemici che amici. Solo quando giunse la notizia che Mitridate aveva invaso l’Asia, tutti gli indugi e le esitazioni vennero meno: Lucullo ricevette il proconsolato di Cilicia e il comando della guerra; ma dovette anche promettere che le spese della guerra graverebbero sull’erario meno che si potesse e contentarsi quanto a mezzi del minimo: 5 legioni. Il senato non voleva spedire in Asia un generale così esigente come quello che aveva spedito in Spagna e metteva per tempo le mani avanti. Ma Lucullo era un grande generale davvero[100]; e seppe fare prodigi con poco. Appena sbarcato in Asia non volle rischiar subito una battaglia contro le forze preponderanti di Mitridate: ma, raccolto quanto più grano potè, prese a seguire passo passo il nemico, senza accettare mai battaglia; chiudendosi ogni sera nell’accampamento e cercando con subite irruzioni di cavalleria di rendergli difficili gli approvvigionamenti, che giungevano al nemico dalla Tauride. All’esercito di Mitridate, che per il suo grande numero aveva in territorio nemico grosse difficoltà di vettovaglie, queste molestie continue e implacabili divennero alla fine insopportabili. Per non ripiegare sui porti del Ponto, da cui si riforniva, Mitridate tentò di conquistare un vasto porto vicino; piombò su Cizico e la cinse d’assedio. Lucullo lo seguì; e a sua volta assediò l’assediante: sinchè, Cizico resistendo, Mitridate dovè tentare di sciogliersi dalla stretta romana. Divise perciò l’esercito in due; e avviò una parte, la minore, verso la Bitinia, con la speranza dì trarre il nemico sopra una falsa pista, mentre egli con il grosso dell’esercito si metterebbe in salvo per un’altra.... Lucullo fece a tempo a distrugger la prima sul Rindaco, la seconda sull’Edepo. L’Asia era libera, la Bitinia conquistata al principio del 73.
Queste prime vittorie di Lucullo furono cagione di grandissima gioia a Roma. Anche in Spagna le cose incominciarono a volgere meglio, meno per la bravura di Pompeo, che per l’errore, commesso da Sertorio, alleandosi con Mitridate. Quest’alleanza aveva spento le ancor vive, e punto sterili, simpatie che covavano per Sertorio a Roma nel partito di Mario; e che forse non erano estranee al ritardo dei rinforzi spediti a Pompeo. Il partito di Mario si atteggiava a difensore dell’integrità e grandezza dell’impero più risoluto e inflessibile del partito di Silla: quindi non poteva approvar quella alleanza. Prova ne sia il contegno di un giovane, il quale pure sino a quel momento non aveva rischiato poco per il partito di Mario: colui che sarà Giulio Cesare. Cesare era nato nel 100 da un’antica famiglia patrizia impoverita; era nipote di Mario, che aveva sposato una sorella di suo padre, e genero di Cinna; era dunque legato per una doppia parentela al partito di Sertorio e gli aveva tenuto fede, anche quando Silla onnipotente gli aveva ingiunto di ripudiare la figliuola di Cinna, perchè aveva rifiutato di obbedire. Morto Silla, aveva incominciato il suo tirocinio politico nel partito dello zio, accusando due potenti personaggi della consorteria sillana, Cornelio Dolabella e C. Antonio Ibrida: indi era tornato in Oriente a continuare i suoi studi a Rodi. Ma saputo che le vicine città della Caria si ribellavano al governo romano, nel nome di Mitridate e di Sertorio, il nipote di Mario aveva volto le spalle alla politica antiromana dei Mariani di Spagna; e, raccolta un’esigua milizia, aveva fatto di sua propria iniziativa quel che poteva per frenare la ribellione che dilagava. Come il giovane Cesare, molti altri membri del partito di Mario si separarono da Sertorio; nel campo stesso di Sertorio nacquero delle discordie; incominciarono delle defezioni; spuntò un’opposizione, che trovò per capo un certo Perpenna, un ufficiale di Lepido, che gli aveva condotto gli avanzi dell’esercito di costui.
Ma la gioia per le vittorie di Lucullo non fu di lunga durata. Mitridate, sconfitto in terra, aveva ripigliato la guerra sul mare, mettendo a profitto le amicizie e le alleanze con i pirati e con le popolazioni e le città della Tracia. Lo spavento in Italia fu grande: certo la flotta pontica dell’Egeo intendeva minacciare l’Italia; una armata per difenderla mancava! Il senato deliberò che Marco Lucullo, fratello di Lucio, console in quell’anno, facesse come proconsole una grande spedizione in Tracia per distruggere gli alleati di Mitridate; votò precipitosamente 3000 talenti perchè Lucullo costruisse una armata navale; gli prolungò il comando di un anno; forse anche gli diede il governo della Bitinia. Ma Lucullo non aveva aspettato per agire in Asia, che il senato deliberasse a Roma: aveva in fretta raccolto una armata tra gli alleati, e con quella già dava la caccia alla flotta pontica nell’Egeo, assalendo e distruggendo una dopo l’altra le varie squadre, mentre i suoi luogotenenti procedevano a ridurre le città bitiniche ancora in armi, facendo un gran bottino di schiavi e di oggetti. Verso la metà del 73, Lucullo aveva ridotto in suo potere, tranne Eraclea, tutte le città bitiniche; e costretto Mitridate a tornar nel suo regno per mare con gli avanzi dell’esercito condotto l’anno innanzi alla conquista della Bitinia. La missione, che il senato gli aveva affidata, era compiuta; molti generali opinavano si dovesse dar riposo ai soldati e aspettare che Roma deliberasse quel che in seguito occorresse fare. Ma Lucullo era di un altro parere: invadere subito il regno di Mitridate e conquistare il Ponto, cancellando finalmente la vergogna del trattato di Dardano. Era chiaro ormai che Roma non poteva posseder sicuramente l’ambita provincia d’Asia e il nuovo acquisto della Bitinia, se non distruggendo il regno del Ponto. Già infatti Mitridate si ritirava nell’interno montuoso del Ponto, per preparare un nuovo esercito nel triangolo formato da Cabira, Amasia, Eupatoria; chiedeva aiuti a suo genero Tigrane, Re di Armenia, a suo figlio Macare, vicerè della Tauride, e agli Sciti. Se dunque era necessario incrociare ancora una volta la spada con il Re del Ponto, meglio valeva assalirlo subito, debole ancora per i colpi ricevuti in Asia e in Bitinia, prima che avesse avuto il tempo di ricuperare le forze. Difatti, senza aspettar gli ordini di Roma, attraversate la Bitinia e la Galazia, Lucullo entrò nel Ponto indifeso e condusse rapido le legioni sin sotto Amiso e Temiscira, che con una resistenza vigorosa, obbligarono l’esercito romano a passar l’inverno del 73-72 nelle trincee.
90. Spartaco e la rivolta degli schiavi (73-71 a. C.)[101]. — Le cose volgevano dunque bene in Oriente; ma non in Italia, dove nel 73 era scoppiata una rivolta di schiavi, la maggiore forse di quelle che Roma avea fin allora dovuto combattere, e alla cui testa era un uomo potente di ingegno, un trace, Spartaco. Fuggito nel 73 dalla scuola dei gladiatori di Capua, egli era riuscito a comporre di schiavi e di disperati un esercito di una certa forza, anche se non così grande come dissero quelli che faticarono tanto a vincerlo: aveva sconfitto un pretore, che si era illuso di catturarlo facilmente, e si era gettato nell’Italia meridionale; dove i consoli del 72, che tentarono affrontarlo, furono, l’uno dopo l’altro, disfatti. L’Italia correva dunque il pericolo di cadere in potere di schiavi ribelli, mentre in Asia stava conquistando il Ponto, per merito di un generale capace, che si era finalmente scoperto? Il malcontento contro il senato, contro il partito al potere, la costituzione di Silla, era esasperato da questo scandalo. Quasi a compenso, l’anno 72, i due Luculli e Pompeo combattevano felicemente in Asia ed in Europa. Lucullo, lasciata una parte del suo esercito a continuar l’assedio di Amiso e Temiscira, affrontava con l’altra il nuovo esercito di Mitridate e gli infliggeva una disfatta decisiva. Nel tempo stesso suo fratello Marco, proconsole in Macedonia, conquistava la Tracia, al di là dei Balcani, sino al Danubio; e Pompeo in Spagna riusciva alla fine ad avviare la guerra al suo termine, non tanto per merito suo, quanto per opera di Perpenna, che aveva ucciso Sertorio, e incominciava una guerra di devastazione e di sterminio contro le città, che avevano parteggiato per Sertorio o che avevano accolto i senatori suoi partigiani. In Italia invece, quando si indissero le elezioni per il 71, i candidati scarseggiarono, tanto il terribile condottiero di schiavi faceva paura a tutti! Non si era mai vista a Roma vergogna simile. Per finirla, il senato affidò il comando al pretore dell’anno in corso, M. Licinio Crasso, un uomo che s’era segnalato nella guerra civile, salvando Silla alla battaglia di Porta Collina, e che era forse il più ricco dei senatori. La scelta non fu cattiva. Mentre Lucullo conquistava ad una ad una le grandi città greche del Ponto — Amasia, Amiso, Sinope — Crasso riusciva a debellare Spartaco; e faceva crocifiggere 6000 prigionieri, lungo la via Appia, tra Capua e Roma. Dell’esercito di Spartaco scamparono cinque mila uomini, che tentarono la fuga attraverso le Alpi: ma nell’Italia superiore li raggiunse Pompeo, reduce dalle Spagne, e li sterminò. Insieme, i due generali Crasso e Pompeo, giungevano poco dopo alle porte di Roma.