91. La fine della costituzione Sillana: il consolato di Pompeo e di Crasso (70 a. C.); la nuova politica orientale di Lucullo. — L’aver goduto di un privilegio è spesso un impegno d’onore o almeno un puntiglio per chiederne altri. Unico tra tutti i Romani da quando Roma esisteva, Pompeo, a 36 anni, senza aver esercitato nessuna carica, senza essere nemmeno senatore, aveva comandato guerre con autorità di proconsole e ricevuto il titolo di imperator. Non è quindi meraviglia se, avendo vinto Sertorio e ridato a Roma la Spagna, Pompeo tornasse deliberato a concorrere di primo acchito alla massima tra tutte le magistrature: il consolato. Dopo aver comandato come proconsole, Pompeo non poteva acconciarsi a ricominciare, come questore o edile, il curricolo delle magistrature. Ma quando Crasso seppe che Pompeo voleva esser console, volle anch’egli essere console, sebbene non fossero passati i due anni dalla pretura, che la legge imponeva. Il senato si trovò dunque sulle braccia due candidature illegali, messe innanzi, in dispregio delle sue leggi, da due amici e luogotenenti di Silla. Era troppo: i senatori mostrarono chiara e ferma l’intenzione di opporsi. Ma allora Pompeo e Crasso si intesero tra di loro e — quel che più monta — si intesero con il partito popolare, che da tanti anni aspettava il momento di una riscossa. Se essi fossero stati eletti consoli, avrebbero dato soddisfazione al malcontento pubblico, proponendo che fossero abolite le parti della costituzione di Silla maggiormente invise al pubblico. L’uno e l’altro mantenevano intanto l’esercito in armi sotto le mura di Roma, il che metteva in una certa soggezione il senato: questa soggezione, l’intesa fra i due candidati, l’accordo con il partito popolare, il malcontento dell’opinione pubblica, la stanchezza del partito sillano, che dieci anni di potere avevano esausto, vinsero le opposizioni. Il senato ammise le candidature; Pompeo e Crasso furono eletti consoli per l’anno 70.
Mentre queste cose avvenivano in Italia, Lucullo era andato a passar l’inverno del 71-70 nella provincia di Asia, e cercava di frenare con diversi provvedimenti la cupidigia dei pubblicani, senza badare alla potenza dei nemici che irritava. Cose troppo maggiori volgeva nel pensiero il conquistatore del Ponto! Mitridate era fuggito in Armenia. Questo paese, abitato da genti affini per razza e per lingua a quelle che popolavano la Media, la Persia, l’Asia Minore, era stato un tempo una satrapia dell’impero persiano. Poi era passato ad Alessandro Magno. Mai durante le guerre dei Diadochi aveva rivendicato la sua libertà, e invano i Seleucidi di Siria avevano tentato di riconquistarlo: chè il colpo, che Roma aveva inflitto ad Antioco III, gli aveva indirettamente giovato. Negli ultimi quindici anni, per via di matrimoni, di conquiste, di trattati, Tigrane ne aveva ampliato i confini a settentrione fino al Caucaso, dove i barbari d’Albania (Schirwan) e d’Iberia (Georgia) l’avevano riconosciuto come sovrano; e a mezzogiorno, a levante, a ponente, conquistando quasi tutto l’impero dei Seleucidi, la Cilicia, la Siria propriamente detta, la Fenicia; invadendo persino alcune province del regno dei Parti. Orbene, Lucullo pensava nientemeno che di invadere e occupare l’Armenia; e per questo, mentre attendeva a compiere la conquista del Ponto, mandava a intimare a Tigrane di consegnargli Mitridate. Lucullo aveva già interpretato con molta larghezza le istruzioni del senato, allorchè, liberata la Bitinia, aveva invaso e conquistato il Ponto. Ma il Ponto almeno era la patria dell’implacabile nemico di Roma! Ora si trattava di ben altro. Egli voleva affrontare un grande Stato amico, senza un motivo o una ragione qualsiasi, per propria iniziativa. Quella che egli faceva, se ne rendesse conto o no, era una vera rivoluzione politica, che annullava una parte capitale della restaurazione di Silla. Egli sostituiva sè medesimo, ossia l’iniziativa di un proconsole, alla autorità del senato nelle cose di guerra; e alla politica del senato, per lunga tradizione prudente, astuta, versata nell’arte di aggirare gli ostacoli e di tirare in lungo, proclive a intrigare e temporeggiare, prudente nella prospera fortuna e paurosa di ogni sforzo decisivo, sovrapponeva un imperialismo, per usare la parola moderna, aggressivo, una audacia politica di espansione che affrontasse deliberatamente i pericoli e le difficoltà.
Era destino che l’opera di Silla fosse distrutta dai suoi amici e discepoli prediletti. Mentre Lucullo la demoliva nel vasto campo della guerra e dei trattati, Pompeo e Crasso ne battevano in breccia gli ordini interni. I due consoli dell’anno 70 avevano mantenuto le promesse, sebbene tra di loro regnasse poco buon sangue. Leggi proposte da diversi magistrati e sostenute con vigore dai due consoli, restituirono ai tribuni i poteri tolti da Silla, compresa la facoltà di proporre leggi senza sottoporle prima al senato; concessero un’amnistia a tutti i superstiti della guerra civile, non esclusi i seguaci di Lepido e di Sertorio; riformarono i tribunali; disposero che i giudici delle quaestiones fossero estratti a sorte non più fra i soli senatori, ma promiscuamente, fra i senatori, i cavalieri, e i tribuni aerarii. Chi fossero questi ultimi, non sappiamo dire con precisione[102]. Inoltre la censura, sospesa da 17 anni, fu ristabilita; e i censori Lucio Gellio e Gneo Cornelio Lentulo, indetto il censo in aprile o in maggio, ripulirono con soddisfazione universale il senato di molti amici di Silla. Molte richieste del partito popolare erano dunque state esaudite; e molte più sarebbero state, se Crasso e Pompeo non si fossero sulla fine del consolato guastati: per qual ragione, è poco noto. Pare che già sin da allora Pompeo volesse essere mandato come proconsole a sostituire Lucullo, a cui il senato veniva ogni anno prorogando il comando; e che Crasso si opponesse[103]. Così tutti e due ritornarono, dopo il consolato, a vita privata e nemici, nessuno dei due avendo voluto accettare una delle solite e troppo modeste province.
92. La conquista dell’Armenia e gli intrighi di Pompeo contro Lucullo (69 a. C.). — Lucullo invece invadeva nella primavera dell’anno 69 l’Armenia con due legioni appena e poche migliaia di coorti ausiliarie indigene: in tutto 20.000 uomini. Passato l’Eufrate, marciò direttamente su Tigranocerta, respinse per via l’esercito del generale Mitrobarzane, che era accorso a sbarrargli la strada, e cinse di assedio la città, dove il Re nascondeva i tesori e l’harem. Poi, quando Tigrane sopraggiunse con un esercito di soccorso, distaccò dalle milizie assedianti 14.000 soldati; mosse decisamente contro il nuovo nemico: e allorchè i due eserciti si trovarono di fronte sulle rive del Tigri, una mattina, ordinato ai soldati di passare a guado il fiume dalle correnti vorticose, lanciò il suo piccolo esercito sul nemico cinque volte più numeroso, e lo disfece. A stento il Re riuscì a salvarsi con una fuga precipitosa. Poco dopo anche Tigranocerta capitolava. Padrone delle province nemiche a sud del Tigri, Lucullo ridava ad Antioco l’Asiatico la Siria. Ma non era pago: ricondotti i suoi uomini a svernare nella dolce Gordiana, vagheggiava disegni anche più grandiosi: lanciarsi, nuovo Alessandro, sulla Persia e distruggere in una volta sola l’impero di quei Parti, che Roma non avrebbe mai distrutti. Senonchè a Roma l’astuto e potentissimo Pompeo già intrigava per togliergli il comando e riuscire nel disegno, che nel 70 aveva dovuto abbandonare, a quanto pare, per l’opposizione di Crasso, Pompeo aveva trovato chi l’aiutava nei suoi intrighi non solo nel partito democratico, ma anche tra i cavalieri, malcontenti della giustizia e onestà con cui Lucullo amministrava la provincia d’Asia. Si cominciò ad aizzare il popolo e il senato contro Lucullo, accusandolo di fare una guerra illegale per lucro personale. Presto il senato si impaurì; e per dare una soddisfazione all’opinione pubblica, tolse per l’anno 68 a Lucullo il governo della provincia d’Asia e l’affidò a un propretore. Ma Pompeo e i suoi amici trovarono ben presto un insperato e anche più prezioso aiuto nell’esercito stesso di Lucullo. Se Lucullo era un generale non meno grande di Silla e di Mario, egli trattava i soldati come fossero ancora i legionari delle guerre puniche. Il rigore della sua disciplina, la parsimonia delle sue ricompense, apparivano veramente intollerabili a gente guasta dalle troppe larghezze delle guerre precedenti. Soprattutto si rimproverava a Lucullo di dar troppa poca parte del bottino alle legioni. Alcuni ufficiali di Lucullo, amici di Pompeo, tra gli altri Publio Clodio, uomo nato a clamorosi destini, incominciarono a sobillare i soldati contro il generale, assicurandoli che avevano diritto di esser trattati meglio e più lautamente ricompensati per le loro fatiche; che Pompeo li farebbe contenti. Nel 68, quando Lucullo raggiunse gli eserciti di Tigrane e di Mitridate sui pianori del lago Van, per terminare la guerra, potè ancora sconfiggere Tigrane all’Arsaniade, ma non potè prendere Artaxata, la capitale del regno, perchè i suoi ufficiali e la maggior parte de’ suoi soldati si ammutinarono. Poco prima, a Roma, il partito democratico era riuscito a farlo privare del governo della Cilicia, e a inviare in Asia una commissione con l’incarico di ordinare la nuova provincia del Ponto. La rivolta delle legioni era una nuova spinta alla autorità già vacillante di Lucullo, che Mitridate rovesciò a terra con un ultimo urto: chè, non appena seppe le legioni ribellate, entrò con 8000 soldati nel Ponto, sollevò i contadini, riuscì a chiudere il legato, lasciato da Lucullo nel regno con poche forze, in Cabira; e, quando Lucullo si levò per accorrere in suo aiuto, le legioni rifiutarono di muoversi, avanti la primavera del 67. Per fortuna l’ammiraglio di Lucullo, Triario, potè sbarcare rinforzi nel Ponto e sbloccare il legato da Cabira: ma non scacciare Mitridate dal Ponto. Dovè quindi svernare in faccia all’esercito nemico a Gaziura, nel cuore del Ponto, mandando invano a domandare rinforzi a Lucullo.
93. La destituzione di Lucullo e la «Lex Manilia» (68-66 a. C.). — Anche gli amici più devoti di Lucullo disperavano ormai della sua causa. Si potevano biasimare acerbamente gli intrighi di Pompeo e l’indisciplina dei soldati: ma chi poteva ancora sperare che Lucullo riuscirebbe a riconquistare il Ponto? Un inaspettato accidente piegò definitivamente le bilance del destino dalla parte di Pompeo. Nell’inverno dal 68 al 67, Roma e l’Italia furono afflitte da una grande carestia: per colpa dei pirati — si disse — che intercettavano sul mare i carichi di grano. Ma dell’onnipotenza dei pirati non erano forse colpevoli l’inerzia del senato e l’incuria di Lucullo, che era stato sino a poco prima il proconsole della Cilicia? Pronto, un tribuno, amico di Pompeo, Aulo Gabinio, riuscì a far votare una legge, la lex Gabinia, la quale senza nominare nessuna persona incaricava di far la guerra ai pirati un uomo di rango consolare, assegnandogli una flotta di 200 navi, un grosso esercito, e 6000 talenti, e conferendogli l’autorità proconsolare assoluta per tre anni su tutto il Mediterraneo e sulle coste sino a 50 miglia dalla costa, insieme con la facoltà di scegliersi 15 legati, di reclutare soldati e rematori e di raccoglier denari in tutte le province. La legge istituiva insomma per tre anni una vera dittatura dei mari, quale Roma non aveva ancora conosciuta. Il senato oppugnò accanitamente la legge, ma il popolo, affamato e furioso, minacciò di rivoltarsi; la legge fu approvata con poteri anche più larghi di quelli proposti da Gabinio, e del comando fu incaricato Pompeo(67).
Questi si mise subito all’opera, la quale era assai più facile che in Roma non si credesse. La potenza dei corsari nasceva dall’incuria del governo romano. Con poche operazioni e con pochi esempi severissimi, seguiti da opportuni atti di clemenza, Pompeo scardinò in poche settimane le fondamenta dell’impero di quel singolari dominatori del Mediterraneo; e ripulì, almeno per qualche tempo, i mari. Ma questa dittatura dell’acqua non doveva essere per lui che un mezzo. Nella primavera del 67, quando i suoi soldati glielo avevano permesso, Lucullo si era incamminato con le legioni al soccorso di Triario, ma troppo tardi, chè Triario già aveva dato battaglia a Mitridate ed era stato disfatto. Appena si seppe a Roma la disfatta di Triario, i tribuni della plebe insorsero; Gabinio, d’accordo con Pompeo, propose una nuova legge con cui si toglieva a Lucullo il comando della guerra contro Mitridate e la provincia del Ponto; e dava questa e la Cilicia al console Manio Acilio Glabrione. Il senato dovè questa volta abbandonare Lucullo e lasciar approvare la legge. Lucullo tentò ancora di imporsi ai soldati e di continuar la guerra a dispetto della legge; ma i soldati rifiutarono di obbedire. Roma aveva ormai in Oriente un generale senza esercito ed un esercito senza generale! La situazione era troppo pericolosa perchè potesse durare. Difatti, sul finir del 67, incominciarono a giungere a Roma lettere dall’Asia, che descrivevano paurosamente le condizioni della provincia: Lucullo senza comando; Mitridate di nuovo signore del Ponto; la Cappadocia devastata da Tigrane; colonne volanti già apparse in Bitinia ad abbruciare i villaggi di frontiera.... Roma di nuovo si spaventò; e dello spavento approfittò un altro tribuno, Caio Manilio, per proporre una nuova legge di eccezione, che concedeva al debellatore dei pirati, oltre i poteri già concessigli con la legge Gabinia, il governo dell’Asia, della Bitinia e della Cilicia, il comando della guerra contro Mitridate e Tigrane, e la facoltà di dichiarare la guerra e di concludere alleanze a nome del popolo(66). Questa legge in fin dei conti non faceva che autorizzare quella politica personale e indipendente dalla volontà del senato, che il partito popolare aveva rimproverata a Lucullo, e per cui questi era richiamato. Ma Pompeo non era, come Lucullo, un superstite solitario del detestato partito di Silla: era ormai il capo del partito popolare, il favorito dei cavalieri, il più autorevole dei senatori. Inoltre la nuova legge straordinaria fu raccomandata al popolo dall’eloquenza impareggiabile dei due maggiori oratori del tempo: C. Giulio Cesare, e un giovane avvocato già salito in molta fama: M. Tullio Cicerone. La legge dunque fu approvata[104].
La disgrazia di Lucullo era la fortuna di Pompeo.