94. Pompeo in Oriente: la conquista del Ponto, dell’Armenia, della Siria e della Giudea (66-63 a. C.)[105]. — Pompeo moveva baldanzoso a finire un regno, che sei anni di guerra avevano già stremato. Nel 66 invase il Ponto e con una breve e fortunata campagna riuscì a scacciare Mitridate, obbligandolo a rifugiarsi nella Colchide: quindi si volse a conquistare l’Armenia, pensando che avrebbe preso alla primavera Mitridate nel suo rifugio. Ma la fatica di conquistare l’Armenia gli fu risparmiata dalla dedizione spontanea di Tigrane, che venne solo, a piedi, in atto e vestimento umile, nel campo romano. Pompeo lo ricevè gentilmente, lo confortò, gli restituì tutti i dominî ereditari della famiglia, lo chiamò amico e alleato del popolo romano a condizione che pagasse 6000 talenti, cinquanta dramme a ogni soldato, mille a ogni centurione, diecimila a ogni tribuno militare. Poi portò le milizie a svernare sulle rive del Cyrus (il Kur), sull’estrema frontiera settentrionale dell’Armenia; e preparò, per l’anno dopo, l’invasione della Colchide, avviando trattative con gli Albani e con gli Iberi.

Al principio della primavera del 65, Pompeo invase il paese degli Iberi e li sottomise; passò nella valle del Rioni (l’antico Phasys) e scese nella Colchide, tutta piena dei ricordi di Medea, di Giasone, degli Argonauti, per catturar Mitridate.... Ma troppo tardi: l’indomabile vecchio aveva fatto quel che tutti credevano impossibile: aveva sforzato, con il suo piccolo esercito, il passaggio fino in Tauride, lungo le pendici del Caucaso dirupanti nel mare e infestate dai barbari, e riconquistato un altro Stato. Pompeo non volle invadere dal mare la Tauride; ma, ordinatone il blocco, tornò nella valle del Cyrus, e fece una spedizione nel paese degli Albani, che pare sorprendesse a tradimento; poi si ricondusse nella piccola Armenia; e tutto quell’anno attese a conquistare gli ultimi castelli e a confiscare gli immensi tesori di Mitridate. L’anno seguente, nella primavera del 64, raccolse ad Amiso una corte di Re orientali; distribuì, ingrandì, permutò regni; diede due nuovi re alla Paflagonia e alla Colchide; accrebbe i dominî dei tetrarchi galati; nominò Archelao, figlio del generale che aveva combattuto contro Silla, gran sacerdote di Comana; divise il territorio del Ponto in undici città e ricostituì in queste, sotto la sorveglianza del governatore romano, le istituzioni repubblicane della polis greca. Indi volse la mente ad una nuova grande impresa, che avrebbe donato a Roma una ricca provincia e gloria eterna al suo autore: la conquista della Siria. Il momento buono era quello. Il paese, che Lucullo aveva liberato dalla dominazione armena, era di nuovo in piena anarchia: i pretendenti e gli usurpatori pullulavano a dozzine; le città greche invocavano ardentemente un liberatore. Pompeo si avviò verso Antiochia; mandò in Fenicia e in Celesiria i suoi luogotenenti, Aulo Gabinio e M. Emilio Scauro; e mentre le legioni occupavano a poco a poco tutta la Siria, la dichiarò provincia romana. Quindi discese verso il mezzogiorno. Nel 63 egli si trovava a Damasco, intento a decidere una grossa controversia interna della vicina Giudea.

Da circa cento anni la Giudea era riuscita a riconquistare la sua indipendenza dall’impero siriaco dei Seleucidi, dopochè Roma, con la guerra contro Antioco III, aveva indebolito il regno di Siria e incoraggiato tutti i moti, nazionali e locali, che tendevano a disgregarne l’unità. Nel tempo a cui noi siamo pervenuti, la Giudea era di nuovo uno Stato prospero: ma era anche lacerata da una contesa dinastica, che era nel tempo stesso una lotta religiosa e nazionale; da una guerra civile tra i pretendenti Ircano ed Aristobulo, l’uno spalleggiato dalla fazione dei Farisei, l’altro, dai Sadducei. I partiti in contrasto avevano già chiamato aiuti dal di fuori; e, allorchè Pompeo arrivò, fu invitato dalle due parti a decidere. Uno dei tanti casi, che fanno assai spesso traboccare la bilancia dell’umano giudizio, lo indusse a sentenziare in favore di Ircano e dei Farisei. Ma Aristobulo e i Sadducei, che tenevano allora il governo, non credettero di dover piegare alla parola dell’invitto generale romano; onde questi fu costretto ad assediare la stessa Gerusalemme. Gerusalemme si arrese tosto. Solo il tempio, cinto da formidabili fortificazioni, resistette lungamente, e per prenderlo fu necessario un lungo assedio. Alla fine anche i suoi difensori capitolarono; e l’antico regno di Saul e di Salomone fu annesso alla nuova provincia di Siria. Ma mentre Pompeo indugiava in Siria e in Palestina, lo raggiunse la notizia della morte di Mitridate. Nel suo nuovo e piccolo regno di Tauride il vecchio sovrano aveva concepito un disegno audace: mettersi a capo dei barbari della moderna Russia meridionale e della valle del Danubio, e piombare, come Annibale o come i Cimbri, dalle Alpi centrali od orientali sull’Italia. Ma a eseguir questo piano occorrevano ben altre forze che quelle di un sovrano spodestato del Ponto; il blocco rovinava il commercio del paese; i sudditi, salassati dalle imposte, mormoravano minacciosi. Alla fine un suo figliuolo, Farnace, si mise a capo di una rivolta; e il vecchio Re fu costretto a darsi la morte col veleno (63). Così la fortuna toglieva di mezzo facilmente quel nemico implacabile di Roma. Pompeo potè tranquillamente fermarsi in Oriente quell’anno e tutto il seguente, visitandone molte parti e riordinando in vario modo i vasti territori conquistati; fuse il Ponto e la Bitinia in una provincia unica, che però avrebbe il nome di quello che un tempo era stato il regno di Mitridate; al figlio di costui diede la piccola Tauride, dove erano sepolte le ceneri invendicate del padre; il Re di Cappadocia, Ariobarzane, ottenne qualche aumento territoriale; la Paflagonia fu ricostituita; la Galazia, divisa in tre principati: l’Armenia, lasciata indipendente, ma privata di buona parte delle sue antiche conquiste. Dopo di che Pompeo ripigliava lentamente la via dell’Italia, salutato ovunque da onori divini. Nè a torto: chè in dieci anni erano maturate tutte le conseguenze di quel primo passo fatto da Roma accettando l’eredità del Re di Pergamo. Diventata potenza asiatica, per questo testamento, Roma era ormai la maggiore delle potenze dell’Oriente, e tale era diventata per merito di due uomini, Lucullo e Pompeo, secondati a Roma da piccoli, ma attivi gruppi politici. Il senato invece, come corpo, era stato passivo spettatore di questo grande rivolgimento, che aveva così rapidamente alterato l’assetto del Mediterraneo e che tanto influsso doveva avere sulla storia di Roma e del mondo.

Note al Capitolo Sedicesimo.

[99]. Cfr. Cic., Pro lege Man., 11, 31 sgg.; Plut., Pomp., 24.

[100]. Le fonti principali della nuova ed ultima guerra mitridatica, per la parte che riguarda le campagne di Lucullo, sono App., Mithr., 72 sgg.; Plut., Lucull., 6-35. La monografia contemporanea più interessante è quella di Th. Reinach, Mithridate Eupator roi du Pont, Paris, 1890, pp. 320-372. Su Lucullo, la sua figura, la importanza storica e la cronologia delle sue guerre, cfr. G. Ferrero, Grandezza e decadenza di Roma, vol. I, cap. VII e VIII; vol. II, Appendice B.

[101]. Sulla guerra così detta di Spartaco, cfr. specialmente App., B. Civ., I, 116-20.

[102]. Sui tribuni ærarii, cfr. Daremberg et Saglio, Dictionnaire d’antiquités classiques, a Iudiciariæ leges, e a Tribus.

[103]. Si tratta di un’ipotesi, ma assai verisimile: cfr. G. Ferrero, Grandezza e decadenza di Roma, vol. I, p. 271 sgg.

[104]. App., Mithr., I, 97. — Cicerone la sostenne eloquentemente con la storica orazione Pro lege Manilia.