Catilina questa volta non si era ingannato. In un baleno egli fu l’idolo in tutta Italia, di quanti gemevano sotto il peso dei debiti: ed erano tanti! Ma a Roma, quando si vide che Catilina era in tanto favore, le classi alte si spaventarono. Nessuno volle prestare più denaro; i debitori fallirono a torme; da ogni parte si gridò che l’elezione di Catilina sarebbe il segnale di una nuova guerra civile; l’ordine dei cavalieri uscì dalla riserva, in cui si teneva dopo la dittatura di Silla, si agitò, offrì spontaneamente di unirsi al senato per la difesa dell’ordine. Lo spavento fu tale, che tutti gli odî e le discordie dei grandi parvero per un istante venir meno. Anche Crasso e Cesare sospesero gli intrighi. A sua volta Catilina, accerchiato o minacciato dalla coalizione dei ricchi e dei potenti, fece venire dall’Etruria, una regione dove molti possidenti indebitati e rovinati erano antichi soldati di Silla, bande di partigiani, tutte armate, naturalmente.

La lotta fu ardentissima, e fu, per il partito che non voleva rivolgimenti, diretta da Cicerone; ma i cavalieri e l’ordine senatorio, uniti, trionfarono del partito dei debiti. Cesare fu eletto pretore, ma Catilina non fu, neppur questa volta, eletto console. Fu allora che Catilina, esasperato, pensò di macchinare una rivoluzione: ma con quali mezzi insufficienti e meschini! Incaricando i suoi amici in Etruria di reclutare tra i veterani di Silla, ridotti alla miseria, un esercito! Chi poteva sperar sul serio di conquistare Roma e di abbattere il governo legale — di ripetere l’impresa, che Silla aveva compiuta in tanti anni e con tante legioni — raccogliendo la canaglia di una tra le tante regioni d’Italia? Il pazzo disegno non tardò a trapelare; Catilina fu costretto, ai primi di novembre, a fuggire da Roma; e i suoi amici, rimasti a Roma, precipitarono la rovina propria e del capo con un’ultima imprudenza. Erano allora in Roma certi ambasciatori degli Allobrogi, venuti per trattare certi interessi del loro popolo. I partigiani di Catilina pensarono di farsene degli alleati, e s’illusero di potere per mezzo loro sollevare, nella Gallia Transalpina, un incendio pari a quello che Sertorio, molti anni prima, aveva acceso nella Spagna. Ma gli Allobrogi denunziarono gl’inconsulti mestatori, che, imprigionati per ordine di Cicerone, furono tratti innanzi al senato, per essere giudicati, il 5 dicembre 63. Catilina aveva avuto amici e aderenti in tutte le classi; tra gli accusati c’erano dunque anche senatori e magistrati, uomini appartenenti alla nobiltà e a famiglie cospicue. Ma l’opinione pubblica era stata, in tutti i ceti, così irritata da quelle trame con i barbari, reclamava con tanto furore un castigo esemplare, che i primi discorsi e le prime sentenze furono tutte per la pena più severa: la morte. Crasso non osò parlare. Cesare invece — e fu il solo — con un discorso veramente di polso, cercò dimostrare che una condanna di morte, inflitta dal senato, e senza appello al popolo, sarebbe un atto contrario alla costituzione; che non conveniva sentenziare ab irato; che, in ogni modo, era saggezza di buona politica una pena più mite: la detenzione a vita e la confisca dei beni[3]. Cicerone infine parlò ambiguamente[4], lasciando intendere che inclinava al parere di Cesare. Quantunque il discorso di Cesare scotesse la parte più moderata del senato, prevalse il proposito estremo, precipuamente per il discorso di un uomo, che da qualche tempo acquistava molta autorità in senato: Marco Porcio Catone, un discendente del Censore. Fu votata la pena di morte, e i Catilinari, condotti al carcere Mamertino, furono strangolati. Il popolo, la maggioranza dei senatori, i cavalieri si sparsero per Roma, prodigando in ogni parte le manifestazioni di giubilo per il pericolo scampato, le ovazioni al console, salvatore della patria, e le dimostrazioni ostili agli amici dei Catilinari. Lo stesso Cesare, uscendo dalla Curia, fu minacciato a mano armata da un gruppo di cavalieri. Pochi mesi dopo, in Etruria, presso Fiesole, Catilina era vinto e la turba male armata dei suoi seguaci dispersa.

Il temporale si era dileguato. L’attenzione del pubblico si rivolgeva di nuovo ansiosa a Pompeo, assente da cinque anni, che tornava d’oltre mare.


3. I partiti in Roma e il ritorno di Pompeo (62-60 a. C.). — La congiura di Catilina aveva turbato in Roma profondamente gruppi e partiti. La parte estrema e intransigente del partito oligarchico prevalse, condotta da Catone, uomo integro ma di spirito ostinato ed angusto, che da questo momento primeggia tra i personaggi eminenti della repubblica. A sua volta, e per reazione, l’opposizione popolare si inasprisce. Innanzi alla minaccia della rivoluzione, i cavalieri si erano distaccati dal partito popolare. La riconciliazione dei cavalieri e del senato era stata il capolavoro politico, di cui Cicerone non cesserà mai di gloriarsi[5]. Il partito popolare si componeva ormai quasi soltanto di quegli humiles, di quella popolazione minuta, che era cresciuta di numero negli ultimi anni e si raccoglieva in numerose associazioni (collegia e sodalicia): elemento molto rozzo, o indifferente o violento, che non sentiva altra spinta, fuorchè un qualche interesse immediato o una veemente passione. Lo Stato insomma rimaneva in balìa di due partiti estremi, esasperati da un odio furente e che adoperavano armi avvelenate.

L’anno 62, aspettandosi Pompeo e mentre Cesare esercitava la pretura, fu un continuo succedersi di ripicchi, di scaramucce, di scandali e di dispetti tra i due partiti. Gli amici e seguaci di Catone accusavano tutti i popolari di essere stati complici di Catilina; i popolari incominciavano ad accusare il senato di avere, non giustiziato, ma assassinato illegalmente i congiurati. In questo stato Pompeo trovò la repubblica sullo scorcio del 62, sbarcando a Brindisi. Il suo arrivo non fu scevro di ansietà; perchè molti predicevano che Pompeo non avrebbe congedato l’esercito e avrebbe imposto con quello chi sa quali sue volontà al senato. Ma era una favola. Pompeo aveva tranquillamente congedato l’esercito e s’avviava a Roma per preparare il trionfo. Quand’ecco, nei primi giorni di dicembre, mentre si aspettava Pompeo, scoppia a Roma uno scandalo singolare. Nelle cerimonie della Dea Bona — che si celebravano in casa del pretore e alle quali non potevano assistere che donne — fu scoperto, travestito da schiava, Publio Clodio, quell’amico di Pompeo, che aveva fatto ribellare le legioni di Lucullo, e che, tra i giovani delle grandi famiglie, faceva parlare anche troppo di sè. Si spiegò quel sacrilegio dicendo — vero o falso che fosse — che egli era l’amante della moglie di Cesare. Ma Catone e il suo partito presero la cosa sul tragico: gridarono che bisognava dar un nuovo esempio, poichè quello di Catilina non era bastato, alla gioventù che cresceva ancor più riottosa, dissoluta, cinica della generazione matura. Senonchè l’atto commesso da Clodio era un sacrilegio; avrebbe dunque dovuto esser giudicato dal collegio dei pontefici. Catone e i suoi amici non se ne fidavano; e perciò chiesero che per giudicar Clodio si costituisse un tribunale speciale. Ma questa proposta scatenò una tempesta che per parecchi mesi agitò la repubblica. Il partito popolare, per ripicco, prese Clodio sotto la sua protezione; il partito oligarchico, per rappresaglia, si ostinò; da ogni parte si intrigò; tutti i personaggi in vista dovettero pronunciarsi per Clodio o contro Clodio; anche Cesare, che sospese la sua partenza per la provincia di Spagna toccatagli come propretura; anche Cicerone, che si dichiarò apertamente contro Clodio. Alla fine il processo si fece; e Clodio fu assolto, con grande rabbia del partito oligarchico e grande gioia del partito popolare, che vantò questa assoluzione quasi come una rivincita della condanna dei complici di Catilina: ma gli odî, che questo comico scandalo lasciò come strascico, non tarderanno a mostrarsi e con quali funesti effetti!


4. Il trionfo di Pompeo e le sue difficoltà con il senato (61-60 a. C.). — Finito il processo di Clodio, Cesare potè partire per la Spagna, e Pompeo celebrare, il 29 e il 30 settembre dell’anno 61, il suo trionfo. Fu questo il più grandioso che sino ad allora si fosse visto. Ma celebrato il trionfo e le feste, allorchè Pompeo, ritornato a vita privata, chiese la conferma dei suoi atti in Oriente, nonchè ricompense per i suoi veterani, ecco levarsi una opposizione accanita, di cui neppure la sua autorità, la sua potenza, la sua gloria riuscivano ad aver ragione. Il senato esitava a riconoscere l’immenso rivolgimento avvenuto in Oriente, per il quale Roma era ormai arbitra dell’Asia minore. Invano egli cercò, negli ultimi mesi del 61 e nei primi del 60, di arrivare a un accordo; invano chiese perfino a Catone che desse in moglie a lui e a suo figlio, chi dice due sue figlie e chi due nipoti. Si sfogavano certo in questa opposizione antichi rancori: Lucullo, che non aveva mai perdonato a Pompeo la sua deposizione; Crasso, che non gli perdonava di essere stato più fortunato di lui; il senato tutto quanto, come corpo, che non poteva aver dimenticato la legge Manilia, con cui Pompeo l’aveva ridotto a spettatore delle sue imprese. A rafforzare la opposizione concorrevano i cavalieri e tutti gli interessati — erano tanti! — nella compagnia appaltatrice delle imposte dell’Asia, la quale chiedeva che, poichè i redditi della repubblica erano tanto cresciuti per le conquiste di Pompeo, fosse loro ridotto il canone d’affitto; mentre Pompeo proponeva di spendere la maggior parte di questo reddito per i soldati. Ma tutte queste opposizioni non avrebbero potuto resistere alla potenza di Pompeo e alla necessità di dare un assetto alle cose d’Oriente, se non fossero state rinforzate da una considerazione di ben altro rilievo. Annettendo il Ponto e la Siria Roma diventava una immensa Potenza asiatica, anzi quasi solo una Potenza asiatica, poichè i dominî d’Europa rimpicciolivano di molto al confronto: il che non poteva non inquietare quanti per spirito di tradizione o per considerazioni desunte dallo stato presente delle cose temevano sia gli ampliamenti soverchi dell’impero, sia la troppo grande influenza dell’Oriente.


5. Il consolato di Cesare (59 a. C.). — Comunque sia, il vincitore di Mitridate, il conquistatore della Siria era posto da questa ostinata opposizione del senato, all’indomani del suo vertiginoso trionfo, in un impiccio increscioso e ridicolo. Nel tempo stesso il senato si screditava ancora più; poichè a molti non sembrava tollerabile che, per un ripicco, esso sembrasse voler rifiutare dei territori, la cui conquista aveva tanto accresciuto la potenza, la gloria e i redditi della repubblica! In quella giunse a Roma, dalla Spagna, verso la metà dell’anno 60, Cesare, per concorrere al consolato; e subito si accorse che il partito di Catone, ormai dominante in senato, non era più conciliante con lui che con Pompeo. Questo partito lo combattè con ogni mezzo e, dopochè Cesare fu eletto, certo approfittando del malcontento pubblico per la politica del senato riguardo alle nuove province, subito decretò, come per rispondere ai comizi, che il proconsolato del 59 non avesse che un assai meschino raggio di competenza, una missione amministrativa d’importanza affatto secondaria: la sorveglianza delle foreste e delle pubbliche strade. L’avvertimento era chiaro. Il senato, dominato da Catone e dai suoi amici, diceva anticipatamente che, come cercava di annullare quel che Pompeo aveva fatto, così si preparava a impedir quel che Cesare contava di fare; in altre parole, non volendo essere spettatore e non potendo essere il motore della nuova politica di ingrandimenti, cercava di impedirla.