Occorreva dunque apparecchiarsi a un conflitto aspro e ricercare appoggi nuovi od antichi. Cesare, che era uomo di larghe vedute, pensò addirittura di opporre al senato e alla sua tenace ostruzione, nientemeno che la coalizione di Pompeo, di Crasso, di Cicerone e di lui stesso, tutti riconciliati per governare la repubblica, con più ardimento e vigore che non facesse il senato. L’idea era audace, ma il momento era propizio: perchè il partito oligarchico, guidato da Catone, si andava urtando con tutti; Pompeo, pur di uscir dall’impiccio in cui il senato l’aveva messo e di ottener che la sua amministrazione orientale fosse approvata, doveva esser pronto ad ogni concessione; Crasso aveva da soddisfare le sue antiche ambizioni; e Cicerone, da far dimenticare ai popolari la repressione della congiura di Catilina. A stringere questa intesa Cesare lavorò alacremente e in segreto, nei mesi che passò a Roma, tra l’elezione a console e l’entrata in carica. Ma i passi presso Cicerone fallirono. Accettarono invece Crasso e Pompeo e fecero con Cesare un accordo segreto (fine del 60 a. C.)[6].
Il rifiuto di Cicerone toglieva al governo di Cesare un savio moderatore e un abile bilanciatore: ma Cesare, ciò non ostante, iniziò il suo consolato con discorsi ed atti concilianti. Egli voleva acquistare la popolarità e l’autorità necessarie a ottenere per Pompeo l’approvazione di quello che aveva fatto in Oriente, e per sè una buona provincia, e con il procedimento già adoperato dai Gracchi e dai loro imitatori: favorendo gli interessi dei ceti sociali, sottoposti all’aristocrazia, e incominciando, come al solito, con una legge agraria. Propose infatti una legge per cui venti commissari sarebbero stati incaricati di distribuire ai veterani e ai poveri quanto demanio pubblico rimaneva in Italia, salva, come al tempo dei Gracchi, la Campania, oltre a nuove terre da acquistare con le prede di Pompeo. Cesare però sperava di poter presentare e far approvare la legge, d’accordo con la maggioranza del senato; e perciò prima di presentarla ai comizi, chiese al senato la necessaria autorizzazione. Ma si ingannava. La maggioranza del senato andò sulle furie e si rivoltò. Era uno scandalo che un console presentasse una legge agraria, rubando il triste mestiere ai tribuni: l’unico console, che avesse osato tanta infamia, era stato, quattro secoli prima, proprio Spurio Cassio; la legge agraria di Cesare somigliava alla legge Servilia di pochi anni prima! Il senato riuscì dapprima ad aggiornare la legge, e da ultimo dichiarò di non ritenere opportuna alcuna novità. Cesare allora replicò. A sua volta il collega di Cesare, Bibulo, uomo ligio al partito di Catone, incominciò un’accanita ostruzione liturgica; Cesare agitò il popolo; sinchè dopo aver cercato in tutti i modi di smuovere Bibulo, tentò un espediente supremo: chiamò apertamente in aiuto Crasso e Pompeo; i quali vennero nel Foro e dichiararono che l’ostruzione di Bibulo doveva essere vinta anche colla forza, se la persuasione non bastava.
Allora — e allora soltanto — fu manifesto a tutti, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano stretto quell’accordo, di cui tutti sussurravano, che un letterato del tempo chiamerà il mostro a tre teste, e a cui gli storici moderni danno il nome arbitrario di «primo triumvirato». Lo stupore fu immenso, e insieme la paura. Se Crasso, Pompeo e Cesare si erano messi d’accordo, chi potrebbe resistere loro? Pompeo aveva per sè i veterani e una parte dell’aristocrazia; Crasso, una parte dell’aristocrazia e i cavalieri; Cesare, le classi medie e la plebe di Roma: tutto lo Stato insomma era nelle loro mani. Difficile sarebbe ormai ottenere una magistratura, un comando, una legazione libera, senza il consenso di questa vera triarchia che, unita, dominerebbe la repubblica. La opposizione alla legge venne rapidamente meno; molti senatori, se non passarono senz’altro alla fazione dei tre capi, mutarono atteggiamento; il credito di Catone e dei suoi scemò in un batter d’occhio; e la legge, approvata dal popolo nei comizi tributi, fu giurata dal senato, anche da Catone e dai suoi amici.
6. Le complicazioni galliche e la «lex Vatinia» (59 a. C.). — Era la prima vittoria della coalizione. Ancora una volta la fortuna aiutava gli audaci. Ma verso la fine del febbraio del 59, mentre Roma era piena di tante agitazioni, veniva a morte il governatore della Gallia cisalpina, Q. Metello Celere. Quanti eventi dovevan nascere da questo accidente! Cesare pensò fosse giunto il momento di abolire il decreto del senato, che lo mandava a sorvegliare come proconsole le foreste della repubblica. La Gallia transalpina era da tempo agitata da guerre, che ogni tanto offrivano occasione ad interventi stranieri. Nel 61 quegli Allobrogi, che avevano salvato Roma dalla congiura catilinaria, erano insorti. Più a settentrione, a occidente e a oriente della Saona (l’antico Arar) Edui e Sequani si contendevano la supremazia della Gallia centrale e i ricchi pedaggi di quel fiume. Ma i Sequani erano stati vinti, e, poichè i loro avversari erano da un pezzo alleati dei Romani, si erano rivolti agli Svevi, una popolazione germanica che abitava al di là del Reno, e al loro re Ariovisto, insieme coi quali avevano sconfitto gli Edui. Ma entrato nel nuovo territorio, Ariovisto c’era rimasto, con una parte dei suoi Svevi; aveva assoggettato gli Edui a un regolare tributo, e tolta buona parte del territorio agli antichi alleati, i Sequani[7]. Liberarsene era ormai un impegno nazionale, ma il modo era nuovo argomento di discordie. Un partito sperava nell’aiuto di Roma: un altro invece aveva posto gli occhi sugli antichi alleati dei Cimbri, gli Elvezi, che, dopo la catastrofe della grande invasione germanica, erano discesi ad abitare la porzione occidentale della Svizzera, tra i due laghi di Costanza e di Ginevra, il Giura e le Alpi. Da qualche tempo gli Edui, presso i quali dominava il partito amico di Roma, avevano mandato ambasciatori a Roma ad annunciare, esagerandolo, il pericolo: gli Elvezi, cresciuti di numero e bisognosi di terre, stavano per muoversi e invadere la Gallia; Roma non li lasciasse insediarsi in Gallia, chè minaccerebbero di nuovo, come ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni, l’Italia. Metello era quindi morto proprio sul punto in cui stava per partire e muovere guerra agli Elvezi.
La Gallia era dunque un campo in cui si potevano mietere gloria ed allori. Cesare la volle per sè. Ma chiedere al senato che revocasse il suo decreto era inutile. Ormai, dopo la legge agraria, Cesare era in rotta con la maggioranza del senato; e non poteva più sperar di governare d’accordo con il grande consesso. Non c’era quindi altro scampo: governare per il momento senza il senato, con i comizi; compire quell’esautoramento dell’assemblea, che Lucullo e Pompeo avevano iniziato. Egli non esitò. Voci inquietanti sulla minacciata invasione dei nuovi Cimbri furono diffuse; indi il tribuno Vatinio propose una legge, che concedeva a Cesare il governo della Gallia Cisalpina e dell’Illirico con tre legioni per cinque anni, dal giorno in cui la legge sarebbe promulgata, affinchè, se la guerra scoppiasse prima della fine dell’anno, egli potesse, come aveva fatto Lucullo, accorrere a prenderne il comando. La legge fu promulgata il 1º marzo. Indi, poichè dei comizi era padrone, Cesare procedè rapido, con leggi, a risolvere tutte le questioni che da tanto tempo pendevano. Una legge risolvè la questione dell’Egitto, dichiarando Tolomeo Aulete amico e alleato del popolo romano; e togliendo così questa vecchia causa di discordie tra Pompeo e Crasso.
Una legge concesse la riduzione del canone d’appalto dell’imposta d’Asia, che Crasso e i pubblicani chiedevano invano da due anni al senato. Una legge approvò finalmente tutti gli atti compiuti da Pompeo in Oriente. Cesare presentò infine una seconda legge agraria, con la quale intaccava l’ultimo resto di agro pubblico superstite in Italia, quello che anche i Gracchi e le leggi successive avevano rispettato, la Campania, ordinando fosse ripartita tra i cittadini poveri, padri di parecchi figliuoli. Infine, per stringere più fortemente l’unione con Pompeo, gli dette in moglie la figlia.
7. Cesare e Clodio. — Il senato non era mai stato esautorato a questo punto; il principio della collegialità del consolato non era mai stato ridotto a una finzione, come in questo anno. Bibulo, che dapprima aveva tentato di fare ostruzione a forza di aruspicina, aveva alla fine dovuto astenersi dall’intervenire ai comizi. I motteggiatori dell’epoca ripetevano che quello era il consolato, non già di Cesare e di Bibulo, ma di Giulio e di Cesare. Cosa ancor più funesta per Catone e per i suoi amici, Cesare intendeva prolungare questa sua potenza oltre l’anno del consolato, negli anni in cui sarebbe proconsole in Gallia. Cercò innanzi tutto di far nominare alle cariche per l’anno seguente tutti amici suoi; e in gran parte ci riuscì. Se gli avversari ebbero qualche successo nelle elezioni dei pretori, i due consoli per il 58 erano partigiani sicuri di Cesare, di Crasso e di Pompeo; e fra i tribuni della plebe, l’eroe famigerato dello scandalo della Dea Bona, P. Clodio Pulcro, doveva essere, più che un artigiano, uno strumento. Clodio era un patrizio, di quella famiglia dei Claudii, che contava tra le più antiche e celebri di Roma. Non è quindi da stupire se, fino allo scandalo del 62, fosse stato più incline agli oligarchi che ai popolari, e insomma non si fosse condotto in modo molto diverso da Pompeo, di cui era amico. Ma dopo lo scandalo, respinto dalla sua casta e dal suo partito, non restava a Clodio altro scampo che o ritirarsi per sempre nell’oscurità o buttarsi nelle braccia dei popolari. Cesare capì che avrebbe potuto sfruttare il nome e il vario ingegno di questo reietto della nobiltà; gli fece ottenere con una legge il passaggio dal patriziato alla plebe; lo aiutò ad essere eletto tribuno della plebe pel 58, e si intese con lui per organizzare il popolino di Roma, in modo da poter sicuramente padroneggiare i comizi, l’organo legislativo con cui egli aveva umiliato ed esautorato il senato; e sul quale faceva assegnamento, come principale strumento della potenza sua, di Pompeo e di Crasso, per domare le future resistenze del Senato. Da gran tempo, da prima della restaurazione sillana, i collegia o associazioni d’artigiani, numerosi in Roma, s’erano buttati nella politica e nelle elezioni, e di solito avevano favorito il partito popolare. Ma abbandonati a sè medesimi, erano stati sempre in balìa del caso; e spesso assenti per indifferenza o volubili per ignoranza. Cesare pensò di dare a questo popolino, che, essendo numeroso e sempre presente a Roma, poteva essere maggioranza nei comizi quando volesse, una solida organizzazione; e incaricò Clodio di compire quest’opera, irreggimentando bande numerose di elettori e guadagnandone il favore con leggi e beneficî.
Nel senato veniva meno, del resto, perfino la voglia di opporsi a Cesare, a Crasso e a Pompeo. Catone e i suoi amici erano ormai un piccolo gruppo solitario e impotente: tanta paura incuteva la coalizione dei tre potenti personaggi, dopo le umiliazioni inflitte al senato per mezzo dei comizi. Cesare solo non avrebbe spadroneggiato a quel modo: ma chi poteva presumere di opporsi a Cesare, a Crasso e a Pompeo uniti? Le elezioni per il 58, così favorevoli ai tre potenti cittadini, disanimarono interamente l’opposizione; cosicchè subito dopo le elezioni il senato, su proposta di Crasso e di Pompeo, arrotondò, ancora più che non fosse saggio, i poteri proconsolari di Cesare, e gli conferì anche quella parte della Transalpina che era provincia romana, col comando di una legione. E non appena fu entrato in carica, il 10 dicembre, Clodio si accinse a compier l’opera di Cesare, lanciando le nuove proposte con le quali Cesare, Crasso e Pompeo pensavano di padroneggiare i comizi, e farne lo strumento sicuro del loro governo: una lex frumentaria, per la quale i cittadini poveri di Roma avrebbero diritto di avere il grano, non più a prezzi di favore, ma gratuitamente; una lex de jure et tempore legum rogandarum, che liberava i comizi tributi da ogni osservanza liturgica e che permetteva di tener le assemblee politiche in tutti i dies fasti, anche nei festivi, e quindi facilitava ai campagnoli l’intervento nei comizi: una lex de collegiis, che toglieva di mezzo diverse limitazioni poste dal senato alle associazioni degli artigiani; infine una lex censoria, che scemava ai censori la facoltà di non ammettere in senato quanti avevano rivestito le necessarie magistrature. Queste leggi furono approvate quasi senza opposizione, pochi giorni dopo che il consolato di Cesare era finito; e quasi come una postuma vittoria di questo.