8. Importanza storica e carattere politico del consolato di Cesare. — Il quale aveva operato — o almeno tentato — nello Stato romano un mutamento assai più profondo, che i contemporanei forse non credessero. Se si badi solo alle leggi proposte da lui e da Clodio, Cesare è il continuatore di Caio Gracco e dei suoi successori. Ritroviamo le stesse leggi agrarie e frumentarie, le stesse leggi favorevoli ai cavalieri, le stesse leggi, che cercano di restringere l’autorità del senato. Ma tra queste leggi non ce ne è più nessuna, come la legge agraria e la legge della cittadinanza per Caio Gracco, che sia il fine, per raggiungere il quale le altre servono di mezzo: per Cesare queste leggi sono mezzi e preparazioni di una rivoluzione politica, nella quale deve ricercarsi la vera opera sua. In che consiste questa rivoluzione? Non in viste o ambizioni monarchiche, quali troppi e troppo ingenui storici gli hanno attribuite; ma nell’aver incominciato a sostituire — in fatto se non in diritto — al governo aristocratico del senato un governo sul modello della τυραννίς la tirannide greca; una triarchia — potremmo dire — il governo personale di tre cittadini più potenti degli altri, che, ciascuno a capo non di un partito politico ma di una clientela di interessi, dominerebbero uniti i comizi e il senato disporrebbero delle cariche, e potrebbero dirigere tutta la politica dell’impero, senza però mutare la costituzione e solo facendola agire a proprio vantaggio. Arbitri dei comizi, questi tre cittadini potrebbero disporre delle cariche; e potendo disporre delle cariche, dominerebbero la maggioranza del senato e tutto lo Stato. È chiaro che per simile rivolgimento il governo di Roma, che era stato sino allora in potere di una aristocrazia, divisa in larghe consorterie di famiglie, veniva ad alterarsi profondamente. Senonchè non bisogna credere che Cesare fosse spinto a cambiar così la costituzione politica di Roma da una smodata ambizione. I tempi e la situazione potevano più che le sue ambizioni. Egli tentava di sostituire questo governo di clientele all’aristocratico governo del senato, perchè la riforma di Silla era fallita; e l’aristocrazia non era più capace di far operare la costituzione romana e di governare nel senato l’Impero. Non era anzi neppur più una aristocrazia nel senso vero della parola; una aristocrazia compatta, omogenea, abbastanza concorde, attiva e forte; ma una accozzaglia di antiche famiglie e di nuove, di guerrieri, di diplomatici, di uomini d’affari, d’avvocati, di letterati, di gaudenti, diversi per origine, per tradizione, per gusti, per idee, gelosi e invidiosi gli uni degli altri; che risentiva in se medesima tutte le confusioni e oscillazioni e discordie della vita circostante. La cresciuta potenza e ricchezza, la cultura greca, le guerre civili e i diuturni conflitti politici avevano portato a compimento questa dissoluzione, il cui segno più manifesto era il fiacco, incoerente, slegato governo che aveva retto l’impero dalla morte di Silla in poi. In quei venti anni nessuno aveva più governato Roma, nè il senato, nè i comizi, nè la vecchia nobiltà, nè i cavalieri, nè il partito democratico; ma l’impressione del momento, la tradizione, la violenza fugace dei partiti. Onde le finanze erano in disordine; le elezioni dipendevano ogni anno da un capriccio dell’opinione pubblica o da una sorpresa preparata dagli interessi; la pirateria e il brigantaggio infestavano i mari e le terre; perfino l’esercito era disorganizzato: gli effettivi delle legioni, dimezzati; nessuna o quasi nessuna istruzione militare per le nuove reclute volontarie; i generali e gli ufficiali superiori, improvvisati tra i politicanti; solo i centurioni, questi oscuri ufficiali di carriera, conoscevano per esperienza il mestiere delle armi, e formavano il sostegno dell’esercito in dissoluzione. Nè più vigorosa e illuminata era la politica estera, nella quale, quando non capitava un Lucullo o un Pompeo a decidere a suo rischio e pericolo, l’azione del senato si riduceva a tirare in lungo tutte le questioni, senza risolverle. Non aveva il senato esitato lungamente perfino ad accettare il Ponto e la Siria, che Pompeo gli offriva, già domati e fruttuosi? Ma quando un potere indebolisce invecchiando, sempre accade che presto o tardi un altro, più vigoroso cerca di togliergli di mano scettro e spada. Questo appunto aveva fatto Cesare, approfittando delle debolezze, degli errori, delle discordie, dei conflitti di interesse da cui era diviso l’ordine sociale, a cui secondo la costituzione spettava di governare l’impero. Il tentativo, grazie alla sorpresa e alla sua maestria, era lì per lì riuscito: ma il nuovo governo, fondato in un baleno, resisterebbe o no, secondo che riuscisse a reggersi e a far cose utili e grandi, in quella vecchia repubblica, troppo aristocratica per tradizione, perchè un tentativo di quella natura non dovesse, passata la sorpresa, scontentare, irritare e spaventare. Difatti da ora in poi non si può più dire che ci siano, nel senato e in Roma, un partito oligarchico e un partito popolare; c’è piuttosto un partito che potremmo chiamare senatorio, il quale mira a difendere l’autorità del senato contro le usurpazioni del potere personale e della triarchia, sfruttando l’avversione di molti per ogni forma di potere personale, e attribuendogli tutte le sventure della repubblica. La rivendicazione dei diritti e dell’autorità del senato sarà sottintesa in tutte le agitazioni che turberanno la repubblica. Il nerbo di questo «partito del senato» sarà formato dal piccolo e fiero gruppo capeggiato da Catone.
Note al Capitolo Primo.
[1]. Su questa ambizione di Crasso, cfr. Plut., Crass., 13, 2, 7, e G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. I, cap. XIII; vol. II, Appendice C.
[2]. Per il programma dei Catilinari si veda il documento, che il maggiore, eppur tanto ostile, storico di quella congiura — C. Sallustio Crispo — riferisce: una loro lettera al senato (Sall., Cat., 33).
[3]. Per la discussione in senato, come per il discorso di Cesare, cfr. Sall., Cat., 50-54.
[4]. Fu questa la così detta IVª Catilinaria.
[5]. Cic., ad Att., I, 18, 3: Exagitatus senatus, alienati equites romani. Sic ille annus duo firmamenta rei publicae, per me unum constituta, evertit.
[6]. Che le pratiche e gli accordi pel primo triumvirato siano stati conclusi dopo l’elezione consolare di Cesare non è soltanto affermato da Suet., (Caes., 19 contro Dio Cass., 37, 54 e Plut., Caes., 13; Pomp., 47; Crass., 14; App. B. Civ., 2, 9), ma è confermato dalla precisa testimonianza di Cicerone, ad Att., 2, 3, 3. Cfr. G. Ferrero, vol. I, pag. 435.
[7]. Cfr. Caes., B. G., I, 31, 4 sgg. Tutta la prima parte della campagna gallica di Cesare è raccontata in modo molto diverso dalla tradizione: le ragioni di questi mutamenti sono state esposte lungamente nell’Appendice D, pubblicata nel vol. II della traduzione francese di G. Ferrero, Grandeur et Décadence de Rome, Paris, 1915. Questa appendice manca nell’edizione italiana, nella quale il racconto segue ancora la tradizione.