CAPITOLO SECONDO L’ANNESSIONE DELLA GALLIA
9. L’esilio di Cicerone (58 a. C.). — Nei primi mesi del 58 Clodio adempiè al suo impegno, anche oltre il desiderio dei triumviri. Non solo fece approvare le leggi proposte; ma riuscì a mandare via di Roma i due maggiori uomini che potevano dar ombra a Crasso, a Pompeo e a Cesare: Catone e Cicerone. Al primo una sua legge impose di recarsi ad occupare Cipro, sebbene godesse di un governo indipendente. E Catone dovette, per quanto a malincuore, obbedire al comando del popolo. A Cicerone toccò di peggio. Clodio voleva vendicarsi della deposizione che Cicerone aveva fatta contro di lui nel famoso processo: propose dunque sui primi del 58 una legge, con la quale si minacciava l’interdictio aqua et igni a chiunque condannasse o avesse condannato a morte un cittadino romano senza appello al popolo. Era precisamente il caso dei Catilinari e di Cicerone. Il grande oratore e i suoi amici dapprima tentarono di commuovere il popolo, e sollecitarono Cesare, Crasso e Pompeo ad intervenire. Ma il popolo non si mosse; Clodio era popolarissimo; i tre capi del governo avevan troppo bisogno di lui; onde colui che i senatori e Pompeo avevano chiamato Padre della Patria, non aspettò nemmeno che la legge fosse approvata e ai primi di marzo prese la via dell’esilio, salpando alla volta della Macedonia. Appena Cicerone fu partito, Clodio si affrettò a far approvare la sua legge e a far confermare con un’altra legge l’esilio del suo nemico, relegandolo a 400 miglia da Roma, confiscandone i beni, distruggendone le case e le ville.
10. La campagna di Cesare contro gli Elvezi (58 a. C.). — Frattanto Cesare indugiava a Roma, invece di recarsi nella sua provincia, dove pure parecchi mesi prima s’era detto che una grande guerra stava per scoppiare; e non partì che a primavera, quando, sul finire di marzo, anche gli Elvezi finalmente si mossero alla loro migrazione[8]. Se veramente Cesare era persuaso che quelli fossero i nuovi Cimbri e i nuovi Teutoni, occorre dire che egli fu di una singolare imprudenza; perchè si lasciò sorprendere dal movimento elvetico con una sola legione nella Provincia, mentre altre tre si trovavano acquartierate ad Aquileia. Per fortuna, giunto che fu in gran fretta a Ginevra, non ci trovò che un’ambasceria, la quale chiedeva umilmente di poter attraversare la Provincia, per andare a stabilirsi nella Gallia. La orda era così remissiva, che accondiscese senza difficoltà ad aspettare alcuni giorni la risposta, quando Cesare di ciò la richiese; e mentre Cesare faceva venire le altre tre legioni e fortificava i punti in cui il Rodano era facile a passare tra il lago e il Giura, non cercò, in quel non breve intervallo, di forzare il passo, come avrebbe potuto senza soverchia difficoltà. Cosicchè il 13 di aprile, Cesare, ormai sicuro di poter respingere un attacco, rifiutò loro il passaggio: e allora i nuovi Cimbri e Teutoni non insistettero; e chiesero invece ai Sequani il permesso di transitare pel loro territorio.
Roma non voleva che gli Elvezi si stabilissero in Gallia, temendo un nuovo pericolo cimbrico; e il senato aveva ordinato al governatore della Narbonese di difendere gli Edui, i quali avevano implorato l’aiuto di Roma contro la nuova invasione. Cesare poteva dunque considerarsi in obbligo di inseguire gli Elvezi nell’interno della Gallia. Ritornò nella Cisalpina, arrolò due nuove legioni, passò il Monginevra, scese a Grenoble e, volgendosi a settentrione, marciò verso le frontiere della Provincia. La lentezza del supposto nemico, che conduceva seco donne, fanciulli, masserizie e viveri per tre mesi, aveva concesso al generale romano il tempo di compiere operazioni così complicate. Per un momento, anzi, Cesare, oltrepassata verso il principio di giugno la frontiera della Provincia, con circa 25.000 uomini, sperò di raggiungere gli Elvezi, mentre stavano passando la Saona, sul punto di entrare, attraversato il territorio sequano, nel territorio degli Edui. Ma per quanto egli si affrettasse, non riuscì che ad annientare una piccola retroguardia, rimasta di qua dal fiume. Passò allora con l’esercito il fiume, e si diede ad inseguire il nemico: quand’ecco presentarglisi un’ambasceria di Elvezi, alla cui testa era lo stesso loro capo, Divicone, una vecchia conoscenza dei Romani, perchè tanti anni prima, giovanissimo, aveva preso parte all’invasione dei Cimbri e dei Teutoni. Questa ambasceria dichiarò che gli Elvezi non avevano alcuna intenzione di far la guerra a Roma; che volevano solo stabilirsi in Gallia e con il consenso dei Romani.... Le richieste non avrebbero potuto essere più discrete: ma chi le faceva era un antico capo dell’orda cimbrica e Cesare non si fidò. Respinse le proposte e ricominciò a seguire a qualche distanza gli Elvezi, che avevano ripresa la marcia, senza tuttavia subito attaccarli, parte perchè aspettava una buona occasione, parte perchè i suoi movimenti erano di continuo intralciati dalla mancanza di vettovaglie. A queste si erano incaricati di provvedere gli Edui: ma troppo spesso al loro impegno mancavano, allegando ora un pretesto ora un altro. Cesare volle alla fine mettere le cose in chiaro; fece un’inchiesta; e allora, per la prima volta, si accorse che inseguendo gli Elvezi era venuto a cacciarsi nel tremendo ginepraio delle discordie galliche. Se il governo eduo gli aveva chiesto aiuto contro gli Elvezi, c’era tra gli Edui un partito — e potentissimo — che considerava gli Elvezi come amici. Anche tra gli Edui, come presso quasi tutti i popoli gallici, la vecchia nobiltà, che fin allora aveva tenuto il potere, impoveriva e si indebitava; arricchiva invece e predominava una piccola plutocrazia, che accaparrava terre e capitali, monopolizzava la riscossione delle imposte, esercitava con grande profitto l’usura, e, appoggiandosi sulla plebe, ch’essa si studiava di favorire e accarezzare, lottava per spodestare la vecchia aristocrazia, instaurando dei governi personali, non dissimili da quello, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano costituito in Roma. Questo partito aveva sollecitato gli Elvezi a venire in Gallia, perchè sperava di servirsene come di una milizia, sia per scacciare Ariovisto, sia per consolidare il suo potere; ed ora cercava di favorirli, tagliando i viveri ai Romani.
Entrato in Gallia come un liberatore, Cesare s’accorgeva ad un tratto che una parte di coloro che egli voleva liberare, erano amici del nemico e se la intendevano segretamente con lui ai danni del presunto salvatore. Egli fu così preoccupato di questa strana posizione, che deliberò di ritornare indietro, per provvedere meglio al proprio vettovagliamento. Ma allora gli Elvezi attaccarono d’improvviso i Romani. Lo scontro fu lungo e difficile; e Cesare potè disimpegnare il grosso delle sue legioni solo a costo di perdite gravi. Cosicchè, mentre il tanto inseguito nemico poteva tranquillamente proseguire verso il nord, egli era obbligato a restare tre giorni sul posto per seppellire i morti e rimediare a tutto lo scompiglio arrecato da quell’attacco improvviso. Quel che sarebbe successo se Divicone lo avesse assalito di nuovo il giorno dopo, è difficile dire: ma gli Elvezi non volevano la guerra a oltranza con Roma; e stanchi della lunga marcia, impressionati dalle difficoltà dell’emigrazione e dalla ostilità dei paesi che attraversavano, forse anche atterriti dalle loro stesse vittorie e dalle prevedute vendette di Roma, offersero novamente pace. E l’ottennero a condizioni che mostrano quanto poco Cesare sentisse d’averli vinti. Quelli che vollero tornarono nel loro antico territorio, ma ottenendo da Cesare il titolo di alleati del popolo romano: quelli che vollero restare in Gallia, ebbero territori dagli Edui (58 a. C.).
11. La guerra contro Ariovisto (58 a. C.). — La prima impresa di Cesare in Gallia era finita senza una grande vittoria e per di più aveva alienato da Roma il partito nazionale e le moltitudini. Il solo a cui la guerra di Roma contro gli Elvezi giovava era appunto Ariovisto. Cesare non tardò ad accorgersene nell’assemblea generale dei Galli, che venne spontaneamente a radunarsi dopo la pace con gli Elvezi; e nella quale le città galliche gli domandarono di liberare la Gallia da Ariovisto. Egli era venuto come un liberatore: quello, non gli Elvezi, era il nemico della Gallia[9]. Cesare capì che il prestigio suo e di Roma era finito, se egli non faceva e subito la guerra contro Ariovisto e non liberava la Gallia dal pericolo germanico. Ma il re degli Svevi, non era solo un nemico forte; era anche stato dichiarato dal senato, l’anno prima, «amico ed alleato del popolo romano». Mancava dunque la ragione legale della guerra: il che accresceva per Cesare il pericolo di farla, nel caso che fosse vinto. Tuttavia l’impegno era tale, che Cesare non esitò; e subito prese a cercare un casus belli. Intimò dunque ad Ariovisto di non condurre altri Germani in Gallia, di restituire agli Edui gli ostaggi, di smettere da ogni molestia o atto di guerra contro questo popolo ed i suoi alleati: cercò insomma di trovare il pretesto di un litigio con Ariovisto nell’incarico di difendere gli Edui, che il senato gli aveva commesso. Ma Ariovisto rispose — e non senza acutezza — che il senato, dichiarandolo amico e alleato, aveva riconosciuto tutte le conquiste da lui fatte in Gallia. Cesare allora dichiarò la guerra e marciò alla volta del Reno. La battaglia fra le legioni e le schiere di Ariovisto ebbe luogo nell’Alsazia superiore, forse non lungi da Mülhouse. Ma questa volta, l’esercito romano ebbe interamente ragione di un nemico, che la voce pubblica diceva feroce e crudele. I Germani furono gettati al di là del Reno, e lo stesso Ariovisto potè a mala pena scampare alla morte con la fuga (settembre 58).
12. Il richiamo di Cicerone e la prima crisi della triarchia. — La dominazione germanica in Gallia era caduta per secoli; la Gallia era restituita a se stessa. Cesare aveva questa volta riportato una vera e grande vittoria, i cui effetti durerebbero nei secoli. Ma il giudizio dei contemporanei sugli eventi è spesso fallace; e Roma si accorse appena di questa vittoria, che apriva alla lingua e allo spirito latino una delle terre privilegiate dell’Europa. Roma era tutta intenta a ben altra faccenda: l’ingiusto bando di Cicerone. Esiliando Cicerone per la condanna dei congiurati, Clodio aveva abusato della sua potenza. Passato il primo spavento, la pubblica opinione si era riavuta. Quanti non erano contenti, specie in senato, del governo della triarchia, avevano visto subito nella prepotenza di Clodio un’arma per nuocere a Crasso, a Pompeo e a Cesare; e quindi non avevano risparmiato fatiche per commuovere il pubblico a favore di Cicerone: il pubblico, che amava e ammirava Cicerone, si era a poco a poco appassionato: persin dei collegia di artigiani e dei municipi d’Italia avevano chiesto il richiamo. In breve, mentre Cesare combatteva Ariovisto, Roma dimenticava ogni altra cosa, non pensava che a Cicerone e al modo di rendergli giustizia. Pompeo stesso che, come Cesare del resto, aveva subìto, più che voluto, questa vendetta del tribuno, non aveva tardato, per non contrariare troppo il pubblico, a dichiararsi favorevole al ritorno del grande uomo. Senonchè Clodio, che dell’esilio di Cicerone aveva fatto un impegno personale, non aveva esitato a rivoltarsi perfino contro Pompeo, attaccando la sua politica in Oriente, andando alla testa di bande armate a disturbare i comizi pubblici, agitando Roma con continue dimostrazioni e tumulti, e cercando di imporsi alla viltà universale con il terrore. Gli avversari, esasperati, si intestarono ancor di più a volere a Roma a tutti i costi Cicerone; le elezioni, fatte sulla disputata questione, furono favorevoli alla nobiltà, anche perchè Pompeo si era accostato al partito senatorio. La causa di Cicerone procedeva dunque a gonfie vele; e già i consoli e i tribuni si preparavano a presentare una legge per il suo richiamo. Ma Clodio non era uomo da dichiararsi vinto così facilmente e, anche scaduto da tribuno, tentò impedire con la forza l’approvazione della legge. Roma era piena di tumulti e di risse.