13. La guerra contro i Belgi (57 a. C.). — Insomma, le cose volgevano piuttosto male a Roma per Cesare. Roma non badava a quel che Cesare faceva in Gallia, e il governo personale dei tre potenti vacillava, dopo un anno, per la discordia nata dalla questione del richiamo di Cicerone tra Pompeo e Clodio. Il congegno elettorale, con cui egli si era immaginato di dominare la repubblica, stava per spezzarsi. Era doppiamente necessario per Cesare di compiere, l’anno prossimo, in Gallia, qualche impresa anche maggiore. Avendo appreso nell’inverno dal 58 al 57 che la Gallia settentrionale, il potente paese dei Belgi e la parte occidentale della Gallia del Nord, l’Armorica, ossia tutte le popolazioni gallo-germaniche, stendentisi tra il Reno, la Schelda, l’Atlantico e la Senna, si agitavano, inquiete per la presenza delle legioni romane, svernanti in Gallia, deliberò di andare incontro nella prossima primavera al pericolo, interpretando anche egli l’incarico avuto dal senato così largamente, come aveva fatto Lucullo nell’ultima guerra mitridatica.
Era una impresa difficile quella a cui Cesare si accingeva. Cinquant’anni prima, la Belgica aveva resistito strenuamente a quei Teutoni e Cimbri, che più volte avevano sconfitto gli eserciti romani. Si diceva che potesse mettere in campo 350.000 guerrieri; ed era paese ignoto. Nè c’era da far molto assegnamento sulla fresca amicizia dei Galli del centro. Cesare arrolò due nuove legioni e molti arcieri e frombolieri in Asia, a Creta, nelle Baleari; persuase gli Edui a invadere il paese dei Bellovaci, il più forte dei popoli Belgi; ed andò ad aspettare l’orda belga che si avanzava, sull’Aisne, dove si trincerò. I Belgi arrivarono e si trincerarono alla loro volta: i due eserciti stettero parecchi giorni a guardarsi, ciascuno aspettando che l’altro l’attaccasse; ma nessuno dei due volle fare il giuoco dell’avversario, e alla fine un giorno, dopo poche scaramucce, l’esercito belga si ritirò. La meraviglia di Cesare fu così grande, che a tutta prima dubitò di un inganno. Solo più tardi egli seppe che i Bellovaci, preoccupati della invasione degli Edui, avevano voluto ritirarsi a difendere il proprio paese. Quella defezione, l’imperfetto servizio delle sussistenze, il timore della potenza romana avevano sciolto la lega. La fortuna aveva dunque mirabilmente servito Cesare; il quale comprese che quello era proprio il momento di dar addosso al nemico sparpagliato e di domare una ad una quelle tribù valorose, ma volubili. Fu questa la seconda e più fortunata fase della sua guerra belgica. Uno dopo l’altro i Suessioni, i Bellovaci, gli Ambiani, gli Aduatici, perfino i terribili Nervii, i più bellicosi fra i Belgi, furono per amore o per forza assoggettati (57 a. C.).
14. L’annessione della Gallia (56 a. C.). — Senonchè mentre Cesare combatteva con fortuna in Gallia, le cose precipitavano a Roma. Cicerone era finalmente ritornato, accolto in tutta l’Italia da entusiastiche dimostrazioni; ma solo dopo che Pompeo aveva trovato un tribuno della plebe, Tito Annio Milone, il quale aveva raccolto una banda di gladiatori e di bravi, e con quella, tra tumulti, zuffe e sangue, fatta approvare, il 4 agosto del 57, la legge che lo richiamava. Ma Clodio non si era dato per vinto: aveva annunziato la sua candidatura alla edilità per l’anno prossimo; aveva tentato di sollevare il popolo contro Pompeo, spargendo la voce che questi faceva la carestia per essere creato re di Roma; cercava d’impedire, per mezzo di tribuni amici, che si ripagasse a Cicerone la casa distruttagli; e infine nelle elezioni per il 56 aveva portato l’inatteso soccorso delle sue bande elettorali ai candidati del partito senatorio, avversi alla triarchia, facendo loro conquistare tutti i posti di pretore e i due consolati. Come se tanti guai non bastassero, la questione dell’Egitto era inopinatamente risorta. Tolomeo Aulete, che Cesare aveva ufficialmente fatto riconoscere re d’Egitto, era stato scacciato da una rivoluzione ed era in quel tempo tornato a richiedere la protezione della repubblica. Ma troppi erano quelli che ambivano l’incarico di restituirlo sul trono: primo fra essi Pompeo. Invece il senato, al solito, non ne voleva sapere, e la sua opposizione era apertamente o nascostamente aiutata da Clodio, e, pare, anche da Crasso. Insomma quel governo personale e di clientela, che doveva sostituire il senato invecchiato e impotente, si sfasciava appena formato; e verso la metà del 57, potè sembrare ormai spacciato. Clodio, per vendetta, era passato interamente al partito senatorio e già aveva tentato di far abrogare le leggi del 59. Fu allora che la mente vasta e ardita di Cesare concepì un’idea grandiosa, che doveva aver nella storia effetti immensi, oggi ancora vivi e profondi. Le vittorie sui Belgi avevano commosso Roma profondamente. Secondo dirà poco di poi Cicerone, fino a quel momento i generali della repubblica, Mario compreso, erano stati paghi di respingere i Galli: Cesare invece era entrato nel loro paese. Che cosa dunque si sarebbe pensato se Cesare ora, d’un colpo, avesse annunziato a Roma che la Gallia Transalpina poteva considerarsi soggetta a Roma tal quale come le Spagne, la Macedonia, la Siria?
Fu questa l’idea che egli venne maturando dopo le vittorie sui Belgi. Per porla ad effetto, spedì il suo luogotenente P. Crasso, con una legione, nella Gallia occidentale a ricevere pro forma l’atto di sommissione delle tribù sparse tra le foci della Loira e della Senna; e un altro suo luogotenente, Sulpicio Galba, con una legione, nell’alto Vallese, presso il Gran San Bernardo. Dopo di che tornò rapidamente nella Cisalpina, annunziando al senato ch’esso poteva deliberare l’annessione della Transalpina ed inviare, come di regola, i dieci commissari, che avrebbero dovuto organizzare, insieme con il proconsole, la nuova provincia. Era questa un’audacia quale nessun altro generale romano aveva ancora osato: affermare che due guerre e due anni erano bastati a conquistare un paese così vasto e del quale tante parti non avevano ancora visto l’elmo d’un legionario o la toga di un magistrato romano. La temeraria affermazione scatenerebbe nella Gallia un uragano di guerre, assai più tremende di quelle che Cesare aveva fin allora sostenute: ma l’impegno solenne, al quale Cesare incatenava la Repubblica, costringerebbe questa, e il suo audace generale, a compiere una conquista, che distraendo Roma dai facili successi orientali, avrebbe spostato l’asse della civiltà verso Occidente.
15. Il convegno di Lucca e il consolato di Crasso e di Pompeo (56-55 a. C.). — All’annunzio l’Italia tutta andò in delirio per la gioia. Roma aveva avuto per tanti secoli tanta paura dei Galli, che nessuna conquista poteva sembrargli più meravigliosa di questa o rallegrarla maggiormente. Il popolo deliberò di inviare a Cesare una deputazione di senatori per felicitarlo della vittoria; il senato, cedendo all’opinione pubblica, decretò una supplicazione di quindici giorni, la più lunga ordinata fino ad allora; molti avversari dell’anno innanzi si convertivano all’ammirazione. Cesare diventò l’idolo del pubblico; e di questo fugace favore approfittò per ricostituire il governo del 59: urgente bisogno, perchè dopo Cicerone anche Catone ritornava da Cipro. Convocò dunque Crasso e Pompeo a Lucca, dove i suoi amici giunsero, seguiti da una vera corte di senatori, ed espose loro un vasto piano, con il quale avrebbero salvato la comune potenza, ormai pericolante sotto i colpi della ringagliardita opposizione. Crasso riconcilierebbe Clodio con Pompeo; ed ambedue si proporrebbero candidati al consolato per l’anno 55: durante il consolato essi farebbero prolungare a lui, per altri cinque anni, il comando della Gallia e assegnargli i fondi per pagare le legioni che aveva reclutate, oltre quelle assegnategli dal senato, dopo il principio della guerra: egli conquisterebbe in quei cinque anni la Britannia e porterebbe le legioni oltre il Reno; Crasso, dopo il consolato, avrebbe avuto la provincia della Siria e compiuto la conquista della Persia; quanto all’Egitto, ambedue ne deporrebbero l’idea, ma si incaricherebbe Gabinio di ricondurre, senza autorizzazione del senato, Tolomeo nell’Egitto, a condizione che pagasse a ciascuno di loro una somma considerevole. Sembra che la somma chiesta da Cesare fosse di 17 milioni e mezzo di sesterzi. In cambio, Pompeo avrebbe, dopo il consolato, per cinque anni, le due Spagne.
Non sappiamo quali discussioni ebbero luogo tra Crasso, Pompeo e Cesare; ma sappiamo che essi si misero d’accordo e che quella specie di rivoluzione politica, adombrata da Cesare nell’anno del consolato, sembrò acquistare forma e corpo di saldo governo. Tre clientele e tre capi potentissimi governerebbero d’accordo, in luogo del senato, la repubblica; e invece di temporeggiare con prudenza, come il senato faceva, conquisterebbero tutto ciò che potevano: dopo la Gallia, la Britannia e la Persia. E per un istante la repubblica sembrò davvero, per effetto del rinnovato accordo, riordinarsi ed agire. Nessuno pensò più ad abrogare la legge agraria di Cesare; Cicerone rispose trionfalmente, in senato, con la sua storica orazione de provinciis consularibus, a coloro che, poichè la Gallia era conquistata, avrebbero voluto scorciare e ridurre i poteri proconsolari di Cesare; la proposta di ordinare la Gallia Transalpina in provincia e di inviare all’uopo i dieci legati senatorî fu approvata[10]. I popoli della Gallia con cui Roma aveva trattato di alleanza, come gli Edui e i Sequani, i popoli più ricchi e civili del centro, conservarono la indipendenza con il titolo di alleati; mentre le barbare popolazioni del settentrione e dell’occidente furono sottomesse al dominio romano. Per impedire infine che i consoli in carica si valessero dei loro poteri per fare ostruzione alle candidature di Pompeo e di Crasso, si trovò modo di rimandare le elezioni sino ai primi giorni del 55, e di farle sotto la presidenza di un interrex amico. Crasso e Pompeo furono eletti; e, appena eletti, brigarono affinchè anche la maggioranza delle restanti magistrature fosse occupata dai loro amici. Così M. Porcio Catone non fu eletto pretore e riuscì in suo luogo P. Vatinio, l’autore della legge che nel 59 aveva conferito a Cesare il governo delle Gallie. A tenore delle leggi vigenti, il senato aveva già in anticipazione decretato che ai consoli dell’anno toccassero, per il 54, rispettivamente, la Siria e la Spagna ulteriore. Ma i due consoli provvidero subito anche a questo: un tribuno, C. Trebonio, propose che il duplice proconsolato fosse invece quinquennale, e che non solo la Spagna ulteriore, ma le due Spagne, ulteriore e citeriore, fossero affidate a Pompeo. Approvata questa, i due consoli fecero approvare un’altra legge che prorogava di cinque anni a Cesare il comando delle Gallie e dell’Illiria. Restavano le difficoltà egizie.... Se non che ad un tratto si apprese a Roma che Tolomeo era stato ricondotto in Egitto; che sua figlia Berenice, la quale aveva in sua assenza usurpato il trono, era stata uccisa; che il nodo egiziano era stato tagliato, e tutto ciò per opera del governatore della Siria, A. Gabinio. Gabinio aveva agito, senza aspettare gli ordini del senato, per incarico di Pompeo.