63. Apogeo e caduta di Seiano (31). — Ma una tempesta ancora più terribile si preparava. Condannata Agrippina, Seiano fu il padrone di Roma. Gli onori piovvero sul suo capo, da Tiberio e dal senato. Nel 31 Seiano sembrò toccare la più alta ricompensa che potesse sperare. L’oscuro cavaliere era assunto insieme con Tiberio al consolato; anzi di lì a poco si parlò perfino di un fidanzamento con la nipote di Tiberio, la moglie divorziata di Nerone. Che cosa poteva desiderare di più un uomo nato nell’ordine equestre?

Ma Seiano desiderava di più, voleva succedere a Tiberio nell’autorità suprema. Tiberio, invece, che era un Claudio autentico, non poteva ammettere che un cavaliere diventasse addirittura il capo della nobiltà romana. Infatti, in quello stesso anno egli sembrava volgere la sua attenzione e il suo affetto al più giovane dei figliuoli di Germanico, Caio. Sebbene Caio non fosse ancora ventenne, lo nominava pontefice, e, quel che più importava, nei rapporti ufficiali, che in quel giro di tempo l’imperatore aveva occasione di inviare al senato, manifestava per lui gli stessi sentimenti, che, nove anni prima, aveva dimostrati per i suoi fratelli maggiori. Seiano a questo punto sembra essersi detto che, continuando a servir Tiberio, vecchio, detestato e impopolare, egli non otterrebbe altro, se non di essere alla morte di costui la vittima di tutti gli odî che l’imperatore aveva accumulati su di sè, e aver pensato di intendersi con i nemici di Tiberio, così numerosi in senato, per rovesciarlo e usurparne il posto. Se questa congiura fosse seria o no noi non possiamo dire con sicurezza. Certo è che un brutto giorno, a Capri, Tiberio fu avvisato dei maneggi di Seiano, e da una delle poche persone che gli erano rimaste fedeli anche nei tempi infelici: dalla cognata, la dolce Antonia, la figliuola del triumviro, la sempre onorata vedova del grande Druso, la madre di Germanico, di colui che Tiberio avrebbe fatto avvelenare. Colpo terribile per Tiberio! Dopo aver perduto, uno dopo l’altro, i suoi più cari congiunti e collaboratori, dopo essere stato perseguitato e tormentato dalla sua stessa famiglia, stava egli per essere ingannato dall’amico suo più fido, da colui del quale mai sino ad ora aveva dubitato un solo istante, che tutto gli doveva, e a cui aveva — suprema prova di fiducia — commesso il comando della sua guardia personale? Era egli adesso alla mercè dei suoi pretoriani, corrotti e incitati alla ribellione?

Ma Tiberio, se era paziente, non era uomo da lasciarsi sgozzare senza difendersi. Senza perder tempo e con grande maestria, cominciò a fare il vuoto intorno a Seiano, senza però insospettirlo. Soddisfacendo parecchie ambizioni deluse, rendendo qualche favore, accrescendo le sue simpatie verso Caio, sconfessando in qualche singolo atto tra i meno lodevoli il suo prefetto del pretorio, egli incominciò a screditarlo, presso quanti lo rispettavano e temevano solo perchè era il depositario del suo favore. Ma un giorno, quando credette arrivato il momento, il 18 ottobre 31, Tiberio depose segretamente Seiano dal comando della guardia, e ne investì un certo Macrone; incaricò della difesa della Curia un corpo di vigili; poi fece leggere in senato una sua lettera, nella quale accusava di alto tradimento il suo prefetto di ieri ed alcuni altri con lui. Lo sdegno dell’assemblea fu indicibile; e, se la rapidità con cui il senato condannò Seiano può imputarsi alla servilità, le dimostrazioni popolari di quei giorni dimostrarono che una parte di Roma almeno aveva ancora fiducia nella dirittura del principe.

Alla condanna e alla esecuzione di Seiano, seguirono moltissime altre. Sarebbe temerario, alla stregua dei documenti che gli antichi conobbero, affermare che il principe assente vi avesse una parte maggiore di responsabilità di quel senato, che pure, col suo atteggiamento, tanto aveva concorso ad incoraggiare l’ambizione di Seiano[58]. In processi, i più sommarî e indiziarî, tra l’orgia delle delazioni, è impossibile stabilire quante volte la giustizia e la verità furono osservate e quante altre offese. Ma Tiberio non dovette, ed era umano, avere pietà. Il suo cuore infatti subì in quei giorni un colpo più terribile al paragone di ogni altro. La prima moglie, da cui Seiano aveva fatto divorzio, per imparentarsi con la famiglia imperiale, si uccideva, ma rivelando che la morte del figlio dell’imperatore, Druso, si doveva a veleno che Seiano stesso e l’amante di lui, l’infedele consorte di Druso, Livilla, figliuola di Antonia, gli avevano propinato! È molto probabile, quasi certo anzi, che quella era un’atroce calunnia di una donna gelosa, che voleva vendicarsi. Ma tutti la credettero; ne nacque un nuovo scandalo e più terribile; e seguì una nuova tragedia. Innocente o colpevole, Livilla, per sfuggire ad un’accusa che essa non avrebbe mai potuto confutare, si lasciò morire di fame.


64. Gli ultimi anni di Tiberio (31-37). — Furono quelli mesi di un cupo terrore. L’aristocrazia romana subì un nuovo salasso, e più tardi se ne vendicò, come se ne vendicano i deboli, avvolgendo di calunnie atroci la solitaria esistenza di quel vecchio più che settantenne e dolorante. A giudicare queste atroci favole, basta chiedersi se siano verisimili in un uomo di quella età, e come abbiano potuto gli storici saper tutti i particolari che raccontano con tanta sicurezza. Ancora una volta Tiberio intervenne per frenare quel delirio universale di persecuzione, di servilità, di vendette, di spionaggio, di suicidî, talora eroico, più sovente disperato e colpevole. Ma tutto questo non riguardava che un piccolo angolo del mondo: Roma. Il resto dell’impero, invece, non conosceva che l’amministrazione eccellente di Tiberio, piena di fermezza e di buon senso, eguale nella buona e nella trista fortuna; l’Italia era regolarmente approvvigionata; le province erano tranquille, e vedevano invecchiare sul proprio suolo i buoni governatori, che imparavano come i proconsolati e le propreture non fossero posti di lucro o di godimento, ma uffici, che occorreva disimpegnare per il bene pubblico.

La pace regnava ovunque alle frontiere. Soltanto negli ultimi anni l’Armenia sembrò muoversi di nuovo; ma l’abilità diplomatica del principe provvide anche a questo pericolo. Senonchè Tiberio aveva ormai 78 anni; la sua intelligenza era ancor pronta ed alacre, ma il corpo deperiva. Qualche giorno prima del 16 marzo, essendosi, per mutar clima, recato a Miseno, un amico medico, venuto a salutarlo, si accorse della grande debolezza del polso dell’imperatore e ne avvisò il comandante delle guardie del pretorio, Macrone. Tiberio intese che l’ultima sua ora era arrivata e volle far onore all’amico sollecito, che più non avrebbe riveduto, ordinando una festa e restando a tavola più lungo del suo costume. Due giorni dopo, uno dei più grandi imperatori romani era morto; quasi improvvisamente, senza che nessun volto amico vegliasse al suo capezzale, solitario, come solitaria era stata la sua vita (16 marzo 37)[59].

Note al Capitolo Decimo.

[48]. Fonte principale per la storia del governo di Tiberio sono gli Annali di Tacito. Pur troppo però, per quanto bellissimi per la forma, gli Annali di Tacito, più che una storia imparziale, sono una veemente e appassionata diatriba contro i primi Cesari. Tiberio è stato anch’esso assai maltrattato da Tacito: ma la critica moderna ha ormai fatto giustizia della fosca leggenda, che egli ci ha trasmesso, come la vera storia del secondo imperatore. Uno dei primi a mettere in luce le contradizioni e le inverosimiglianze del racconto di Tacito, fu il grande storico francese V. Duruy, in una tesi latina del 1853 ripubblicata nella sua Histoire des Romains, Paris, 1882, IV, pp. 271 sg. Seguirono, con lo stesso indirizzo: Merivale, History of the Romans under the Empire, London, 1865; G. B. Sievers, Studien zur Geschichte der römischen Kaiser, Berlin, 1870; Stahr, Tiberius: Leben, Regierung, Charakter, Berlin, 1885; I. Gentile, L’imperatore Tiberio e la moderna critica storica, Milano, 1887; Ihne, Zur Ehrenrettung der Kaisers Tiberius, Strassburg, 1892. Lo storico antico che meglio ha capito e dipinto Tiberio, è Velleio Patercolo, il quale per questo è stato ingiustamente accusato di essere un adulatore. Velleio era stato ufficiale agli ordini di Tiberio; lo ha quindi conosciuto personalmente. Se la gratitudine e l’ammirazione possono avergli impedito di osservare certi difetti del suo capo, il suo giudizio è altrimenti schietto, ponderato e fondato, che quello di Tacito, il quale scriveva un secolo dopo, su documenti di seconda mano e tradizioni viziate da odî e rancori preconcetti.