Questa morte, che era un accidente della natura tutt’altro che insolito — son così numerosi i giovani che muoiono prematuramente! — doveva essere il germe di molte sventure. No: per gli amici, per i fautori, per gli ammiratori di Germanico, per Agrippina, per gli avversari di Livia e di Tiberio e della sua politica, Germanico non era morto, non poteva essere morto di morte naturale; era stato ucciso da uno di quei veleni, che l’Oriente sapeva con tanta arte preparare; e chi glielo aveva propinato era l’uomo che Livia e Tiberio avevano collocato al suo fianco. Si cominciò ad accusare apertamente, ad alta voce, Pisone; si alluse, ma sottovoce, cautamente, a Tiberio, come avesse potuto dare il mandato del delitto; e in breve tutta Roma e tutta l’Italia piansero, come una sciagura pubblica, la morte immatura di Germanico e ne reclamarono la vendetta. Anche il rimpianto di Germanico era uno sfogo del malcontento contro Tiberio e il suo governo. Tutti i repubblicani sinceri, i quali credevano che soltanto la volontà di Tiberio impedisse la restaurazione intera della antica repubblica; gli ambiziosi insoddisfatti; i nemici di Tiberio e di Augusto; gli amici sinceri di Germanico; il popolo minuto, malcontento dell’austerità del nuovo governo, avaro di spettacoli pubblici e di prodighi donativi, si abbandonarono alle più violente e clamorose manifestazioni di dolore, quando Agrippina giunse in Italia dalla Siria, portando l’urna delle sue ceneri. Le cose giunsero a un tal punto, che Tiberio, memore delle consuetudini della vecchia repubblica, credette opportuno di richiamare alla misura quella disperazione con un nobile manifesto. «Molti illustri romani sono periti per la repubblica, ma nessuno è stato rimpianto con tanto desiderio. Questo ridonda a onore suo e di tutti; ma è necessario che non si varchi la misura: ciò che può convenire a una modesta famiglia o a una piccola città può riuscire sconveniente ai grandi o ad un popolo sovrano come il popolo romano.... Occorre riprendere l’antica fortezza di spirito, come quando il divino Cesare perdette l’unica sua figliuola, e l’imperatore Augusto, i propri nipoti.... Quante volte il popolo romano non dovette sopportare con fermezza, la distruzione di interi eserciti, la morte di grandi generali, l’annientamento di nobili famiglie! I grandi sono mortali; sola la Repubblica è eterna....»[55].
Il popolo tacque; ma Agrippina, i suoi amici, gli amici dell’estinto, non disarmarono; sinchè un giorno parecchi di questi deposero formale accusa di veneficio contro Pisone. Appena avuta notizia della morte di Germanico, Pisone aveva fatto ritorno nella provincia, per ripigliarne possesso. Ma aveva dovuto smettere il pensiero, perchè i governatori, posti da Germanico, e gli amici, che questi lasciava in Oriente, glielo avevano impedito con le armi. Cosicchè c’era stato in Oriente un principio di guerra civile, che aveva ancor più inasprito gli animi dei nemici di Pisone. Imaginarsi in quali condizioni potè dunque farsi il processo, quando Pisone ritornò! Fra tutti i drammi giudiziari, di cui la storia di Roma è piena, questo è certamente il più orrendo. Il popolo era persuaso che Pisone avesse avvelenato Germanico; molti aggiungevano sotto voce che l’aveva avvelenato per ordine di Tiberio; che Pisone aveva le lettere che gli davano l’ordine e le leggerebbe nel processo, come se simili ordini, caso mai, si diano per iscritto; nel senato, davanti al quale il processo doveva discutersi, i nemici di Tiberio e tutto il partito di Germanico volevano ad ogni costo che Pisone fosse condannato; degli imparziali, i più avevano paura di passare per corrotti, giudicando secondo coscienza. L’accusa era assurda: Tacito stesso, che pure è così nemico di Tiberio, lo dice: ma che cosa poteva far Tiberio per lui e per la giustizia? Ogni passo, che egli avesse tentato in suo favore, sarebbe stato giudicato come una prova di complicità. L’opinione pubblica era così avversa, e così prevenuto il senato, che Pisone, per evitare una condanna sicura, si uccise dopo poche sedute. Tiberio e Livia poterono così salvare almeno la moglie, i figli e il patrimonio della famiglia.
61. Le conseguenze politiche del processo di Pisone. — Questo processo non fu soltanto un orribile macello giudiziario; fu una vera catastrofe politica, piena di effetti funesti per Tiberio e per l’impero. Incominciò da quello, nella famiglia dell’imperatore, una discordia insanabile: chè Agrippina, non paga della morte di Pisone, continuò implacabile ad accusare della morte di Germanico Tiberio. E incominciarono pure da quel processo a spesseggiare le accuse e le condanne per offese all’imperatore in base alla lex de majestate: quelle accuse e quelle condanne per cui Tiberio e, dopo lui, tutti i principi della casa Giulia-Claudia sono andati così tristamente famosi. Senonchè occorre ricordare che la lex de majestate non fu punto opera di Tiberio: era stata proposta, cento anni avanti l’êra volgare, da Saturnino, da un tribuno della plebe democratico acceso, amico di Mario, per difendere la repubblica contro le mene dei grandi. Occorre ricordare che le accuse per le offese fatte all’imperatore, in forza di quella legge, non furono fatte mai da Tiberio; che Tiberio — Tacito stesso lo ricorda — fece quanto potè per limitarne l’applicazione; che il senato, il quale ebbe a giudicare tanti di questi processi, non era affatto un’assemblea di servitori, anzi era forse piuttosto avverso all’imperatore, come il processo di Pisone aveva dimostrato; che quindi, se così spesso condannò, doveva avere qualche motivo più serio che la paura di Tiberio. È necessario infine rammentare che l’imperatore era ormai il sostegno dell’ordine e della pace in tutto l’impero, non fosse altro perchè la fedeltà delle legioni riposava sulla devozione dei soldati alla sua persona e sul giuramento che gli avevano prestato. Ora l’imperatore, il capo dell’esercito, era ingiustamente accusato ogni giorno, dai suoi stessi parenti, nella sua stessa casa, da tutto un partito potente in senato, di aver avvelenato per gelosia il suo nipote, un giovane generale carissimo ai soldati: di aver commesso un delitto che agli occhi di tutti i Romani avrebbe giustificato la rivolta degli eserciti! Gli italiani, che erano la parte maggiore e migliore dell’esercito non erano ancora disposti a rispettare l’autorità di un capo, che facesse assassinare i membri della sua famiglia per capriccio! Agrippina e gli amici di Germanico, con le loro stolte accuse, scalzavano sotto sotto l’autorità di Tiberio e mettevano a repentaglio l’ordine e la pace pubblica. Non è quindi meraviglia che le persone serie e zelanti del pubblico bene pensassero non potersi lasciar l’imperatore esposto a queste calunnie, tanto più che Tiberio non possedeva — e si capisce — l’autorità e il prestigio di Augusto. I processi per la legge di maestà, che ora incominciano a spesseggiare, non sono che una reazione, forse troppo violenta ma non infondata e senza ragione, contro l’opposizione imprudentissima di una parte dell’aristocrazia, del senato e della famiglia di Augusto contro il governo di Tiberio.
Questa reazione era tanto più giusta e savia, perchè, sotto il governo di Tiberio, le condizioni dell’impero miglioravano assai. Così, verso questo tempo, la politica germanica di Tiberio incominciava a dare i suoi frutti. Marcomanni e Cherusci si indebolivano a vicenda facendosi la guerra; e i Cherusci per di più, dilaniandosi con atroci guerre civili, in una delle quali era perito anche Arminio. La tempesta, da molti anni addensata sui confini settentrionali, si allontanava. Con pari fortuna, i luogotenenti di Tiberio reprimevano in Africa le pericolose scorrerie di un numida, un avventuriero, Tacfarinate, e l’insurrezione di parecchie tribù traciche (21 d. C.). Nè con minore fermezza erano sedate in Gallia certe più o meno vivaci agitazioni, che si dicevano provocate dal peso dei tributi (21 d. C.) Quanto all’amministrazione interna perfino uno storico così avverso come Tacito riconosce che sino a questo punto il governo di Tiberio era stato un modello; che tutti i più gravi affari pubblici, deferiti al senato, erano da questo discussi con piena libertà; gli onori, distribuiti secondo la nascita e il merito ai migliori; le magistrature, restituite alla prisca dignità; le leggi, applicate con senno e con giustizia; gli affari dipendenti dal principe, affidati a persone capaci; le province, messe a contributo con moderazione; al di sopra di tutto, del principe stesso, i tribunali e la legge comune[56]. Che ci fossero delle persone, le quali pensavano, poichè la vecchia legge di Saturnino c’era e poteva servire, di difendere con quella un tal principe contro le dissennate calunnie di una opposizione scriteriata, è cosa che non deve sorprendere; sarebbe anzi da meravigliarsi che non ci fosse stato nessuno.
62. Tiberio a Capri e la lotta tra Agrippina e Seiano (26-31 d. C.). — Senonchè la lex de majestate — quale era in sè e applicata in una repubblica in cui l’accusa privata era il solo organo della legge — poteva temperare, non sradicare il male di cui l’impero soffriva, tanto più che Tiberio si mostrava molto debole. Fosse la vecchiaia, fosse la stanchezza, fosse il disgusto crescente degli uomini, fossero le incertezze e le difficoltà della situazione, fatto sta che quest’uomo, il quale doveva passar nella storia come un tiranno efferato, fa prova, per chi ne segua l’azione da vicino, di una incredibile debolezza. Non solo egli lascia Agrippina e l’antico partito di Germanico, che ora si raccoglie intorno a lei, continuare a calunniarlo a piacere e a mal disporre il popolo contro di lui; ma li lascia anche mettere innanzi il figlio maggiore di Germanico, Nerone, che nel 21 aveva 14 anni, come un suo possibile antagonista e successore. Quando poi, nel 23, il figlio suo Druso, che, dopo la morte di Germanico era diventato il principale suo collaboratore, e a cui l’anno prima aveva fatto dare la potestà tribunaria, muore a 38 anni, egli si riconcilia con Agrippina; e presenta al senato Nerone e il suo fratello minore, con un nobile discorso, come le speranze future della repubblica. Tiberio dunque tendeva primo la mano alla riconciliazione! E la riconciliazione sarebbe stata possibile, se Agrippina fosse stata donna più savia, e se a invelenire la discordia non fosse intervenuto un nuovo personaggio, Elio Seiano, il prefetto del pretorio, il comandante della guardia.
Era costui un cavaliere e quel che noi chiameremmo un ufficiale di carriera; e aveva acquistato, specialmente dopo la morte di Germanico e di Druso, la piena fiducia dell’imperatore. Egli era il collaboratore quotidiano del suo difficile ministero; l’unico uomo d’esperienza, col quale Tiberio potesse discutere i grandi e i piccoli affari dello Stato. Seiano, che temeva di esser soppiantato nel favore di Tiberio dai figli di Germanico, approfittò di tutte le imprudenze di Agrippina e del suo partito, per inasprire la discordia che divideva la casa imperiale; e in breve Roma e il senato furono turbate da una feroce lotta tra il partito di Seiano e il partito di Agrippina e del giovine Nerone. Intrighi, scandali, processi, calunnie furono le armi consuete di questa lotta. E come al solito Tiberio assistè alla lotta, spettatore quasi inerte; finchè nel 26 coronò la sua debole resistenza con un atto di debolezza suprema. Disgustato di tutte queste discordie, che non gli riesciva di domare, Tiberio lasciò Roma ed il Lazio; e si ritirò per sempre, in un secondo irrevocabile esilio, nella più aspra delle isole partenopee, nella selvaggia Capri, a conversare con la natura, giacchè gli uomini, sembrava, non l’avevano mai compreso.
Non per questo Tiberio lasciò il governo dell’impero. Il solitario di Capri era ancora uno scrupoloso imperatore. Ma d’ora innanzi egli non potrà comunicare con l’impero che per mezzo del suo fido prefetto del pretorio, la cui autorità e il cui potere rapidamente crescono in Roma. Tiberio assente, Seiano diventò a poco a poco l’imperatore di fatto, poichè ormai dal suo consiglio e dal suo parere dipendevano in grande parte le decisioni che da Capri governavano l’impero. E Seiano seppe fare quel che Tiberio non aveva voluto o saputo: sbarazzare Roma di Agrippina e del figlio suo. La catastrofe non avvenne che nel 29 d. C., dopochè Livia fu morta, all’età di 86 anni. Sinchè Livia visse, Seiano non aveva osato di assalire il figlio e la vedova di Germanico: ma, appena quest’ultima protettrice venne meno, Agrippina e Nerone furono accusati di cospirazione contro Tiberio e condannati all’esilio. Nerone si uccise di lì a poco. Sarebbe impossibile giudicare in qual misura l’accusa fosse fondata e la condanna giusta. Che Agrippina abbia tramato proprio una congiura, sotto gli occhi di Seiano, pare difficile; più probabile è che l’accusa abbia approfittato abilmente delle imprudenze e degli inconsiderati discorsi a cui Agrippina in particolar modo era avvezza. Roma antica, repubblicana e imperiale, soffrì di due mali irrimediabili: lo spionaggio e la delazione. Non conoscendosi ancora quell’istituto, che è oggi, nella giustizia penale, il pubblico ministero, la delazione e l’accusa privata erano considerate come meritorie e largamente remunerate quando riescivano, perchè ai delatori passavano in parte le ricchezze dei condannati. Non è quindi difficile spiegare come, morta Livia, uscito di Roma Tiberio, fatto potentissimo Seiano, che voleva scacciar di Roma Agrippina, i delatori siano accorsi d’ogni parte a fornire le notizie e le prove, necessarie per far cadere l’imprudente donna sotto i colpi della lex de majestate.
Ad ogni modo, anche se, come è probabile, il castigo che colpiva Agrippina era più severo che la sua vera colpa non meritasse, quella sentenza mandava in esilio una donna bizzarra, la quale non aveva fatto che intralciare e impacciare un governo serio e seriamente occupato del pubblico bene. Che il governo di Tiberio continuasse a curare con zelo il pubblico bene, ce lo dice un contemporaneo. «La buona fede è stata richiamata nel Foro, la sedizione n’è stata bandita, così come la briga e il favoritismo dal Campo di Marte e la discordia dalle sedute del senato. Si sono viste rinascere in Roma la giustizia, l’equità, l’operosità, che sembravano estinte e sepolte per sempre. I magistrati han riacquistato il rispetto loro dovuto, il senato l’antica maestà, i giudizî la loro solennità. Non più sedizioni a teatro, tutti i cittadini sono stati ricondotti al desiderio o alla necessità di bene operare. La virtù è onorata, il vizio punito, i piccoli rispettano i grandi, ma non li temono, il superiore precede l’inferiore, ma non lo disprezza. Il costo della vita è moderato; la pace piena di impareggiabile letizia. Diffusa da un capo all’altro del mondo, dall’occidente all’oriente, dal settentrione al mezzogiorno, questa pace augusta garantisce ovunque la maggiore sicurezza.... Delle città sono restaurate in Asia, le province sono liberate dal dispotismo dei loro magistrati, gli onori sono assegnati al merito, le pene sono rare ma pronte e opportune, l’equità ha scacciato il favoritismo, la virtù, la briga, giacchè un ottimo principe insegna ai suoi concittadini a fare il bene praticandolo, e, più ancora che per autorità, primeggia su tutti per l’esempio»[57].