58. La politica germanica di Tiberio. — Germanico aveva compiuto una delle più belle campagne della storia militare di Roma. La spedizione del 16, per il numero dei soldati, la grandezza dei preparativi, le difficoltà logistiche, la vastità del paese percorso, le vittorie, è certamente una delle maggiori imprese di guerra della storia antica. Essa prova che l’impero era ancora forte per anni. Teutoburgo era vendicata. Ma la Germania poteva dirsi conquistata? Per Germanico e per tutta la corte di amici e di adulatori, che si raccoglieva intorno al giovane generale, nel quale già tanti vedevano il collega e il successore, se non addirittura il rivale, di Tiberio, la cosa non pareva dubbia. Sol che si persistesse ancora un poco, Roma avrebbe conquistato in Occidente un’altra, immensa provincia. Ma Tiberio era di altra opinione. Queste spedizioni germaniche richiedevano eserciti numerosi e ingenti spese. Il nemico, valoroso, ostinato, mobile, si riaveva facilmente da ogni sconfitta; il territorio era poco popolato e povero. In tali condizioni c’era vantaggio a persistere? Non era forse più savio abbandonare quei territori a loro stessi, signoreggiarli indirettamente con l’aiuto delle discordie intestine, che la diplomazia potrebbe tenere perennemente accese? Difendere la Gallia, paese di ben altro valore, anzichè con la conquista della Germania, con dei confini rafforzati? Tiberio deliberò che, ristabilito ormai da Germanico il prestigio delle armi romane, la Germania fosse sgombrata; abbandonò quindi il proposito di aggiungere una nuova vasta provincia alle altre dell’Occidente, e ingiunse a Germanico di tornare a Roma a celebrare il trionfo. Quindi distaccò dalle province delle Gallie il comando militare della linea del Reno, i cui distretti celto-germanici distribuì in due nuovi distretti, province di nome più che di fatto, sotto i nomi di Germania superiore e di Germania inferiore; e incaricò il suo figliuolo, che portava anch’egli il nome di Druso, di sorvegliare dalla Pannonia le cose di Germania.

Anche per l’Occidente, Tiberio si appigliava a quella diplomazia cauta e paziente, che l’aristocrazia romana aveva in ogni tempo adoperata quanto e più delle armi. Ma l’aristocrazia dei suoi tempi, che delle tradizioni si ricordava solo quando servivano a soddisfare i suoi rancori, non gliene serbò riconoscenza. L’abbandono della Germania non piacque a Roma; e fu il primo pretesto per sfogare il nascosto malanimo contro Tiberio. Si sussurrò che Tiberio aveva richiamato Germanico per gelosia; e per far dispetto al princeps, tanto più si ammirò e si celebrò il nipote. Nè il modo con cui Tiberio amministrava l’impero era fatto per conciliargli le simpatie dei più, in alto come nel popolo. Tiberio voleva che le leggi fossero rispettate da tutti i cittadini romani, dal più umile plebeo come dagli amici e dai congiunti più cari del principe. L’imparzialità doveva essere regola dei giudizi e dell’amministrazione. I costumi andavano purificati e fatti più austeri. Abolite dunque tutte le rumorose festività popolari dell’ultimo periodo repubblicano, a cui lo stesso Augusto aveva usata non poca indulgenza; non più giuochi pubblici in copia, occasione e incitamento all’ozio; non più larghezze agli attori; non più indecorose familiarità tra la nobiltà senatoria e queste persone, venute di Grecia e d’Oriente; non più nemmeno neologismi greci, che avevano in così grande copia fatto irruzione nel puro eloquio latino, nè rumorose dimostrazioni a teatro, nè rappresentazioni immorali. Invece le finanze dovevano essere amministrate con fermezza e senza avarizia, massime allorchè si trattasse di bisogni veri e proprî dello Stato. L’agricoltura, specie quella che produce le cose necessarie alla vita, come il grano, è incoraggiata; Roma e l’Italia sono incitate a far quanto possono per non dipendere dalle province per il pane; il lusso delle classi alte, soprattutto l’importazione di gemme e di stoffe preziose dai paesi dell’estremo oriente (India e Cina), è scoraggiata come calamitosa per i costumi e per le finanze. Nel tempo stesso la polizia di Tiberio fa quanto può per rendere sicuri i borghi e le campagne. La sua autorità e la sua fermezza restaurano la disciplina nell’esercito, scossa al principio del suo governo. Il suo spirito di giustizia, la sua oculatezza nella scelta dei governatori, la sua austerità nel giudicarli si sforzano di proteggere anche le province. Egli ricorda senza stancarsi ai governatori che il buon pastore «può tosare, non mai scuoiare il suo gregge». Governava insomma come un nobile romano di antico stampo, dotato di intelligenza, di spirito civico, di dignità e di fermezza; ma il popolo brontolava che il principe era avaro, i nobili della nuova scuola che era aspro e tirannico; e tutti si volgevano verso Germanico, attribuendo a lui tutte le virtù opposte ai vizi, che a torto o a ragione rimproveravano a Tiberio.


59. La missione di Germanico in Oriente (17-19 d. C.). — Germanico intanto era tornato a Roma, dove nel maggio del 17 celebrò uno dei più grandi trionfi, che Roma avesse mai visti. Tanto poco Tiberio ne era, come si diceva, invidioso! Anzi di lì a poco lo mandò con una missione, nel tempo stesso importante e onorifica, in Oriente, ove nuove difficoltà erano nate. I Parti avevano scacciato Vonone, favorevole ai Romani; e gli avevano sostituito un re bellicoso, di costumi come di sentimenti più nazionali: Artabano. Il mutamento avvenuto in Parzia s’era sentito in Armenia. Qui dapprima Vonone, scacciato dalla Parzia, era riuscito a farsi proclamare re, ma da ultimo la minaccia d’Artabano l’aveva fatto fuggire anche dall’Armenia; onde l’influenza dei Parti tornava a predominare in Armenia. Inoltre la Cappadocia era stata da poco annessa all’impero, e bisognava organizzarla. In Anatolia la Cilicia indipendente e la Commagene, nuovo regno costituitosi fra la Cappadocia e la Siria, l’una e l’altra giacenti sotto l’egemonia romana, avevano perduto il re ed erano agitate da lotte intestine, alle quali Roma non poteva assistere indifferente. Infine, la Siria e la Giudea si lamentavano di essere troppo aggravate di imposte. Occorreva a Tiberio un uomo capace e fido, che si recasse in Oriente a sbrogliare l’intricata matassa. Quest’uomo Tiberio volle fosse Germanico. Un decreto del senato lo investì del governo delle province orientali, ma con autorità superiore (un imperium maius) a quella di tutti i governatori romani della contrada, senatorii e imperiali (17 d. C.).

Ma se Tiberio faceva grande caso di molte qualità di Germanico, non per questo credeva che talune altre non andassero frenate e temperate. Nè in Oriente Germanico dovrebbe combattere soltanto dei barbari come in Germania; ma anche e sopratutto maneggiare con le più fini arti della diplomazia popoli di vecchia civiltà e Corti maestre nell’arte dell’intrigo. Un uomo più vecchio e più esperto avrebbe potuto aiutare molto Germanico. Perciò egli, d’accordo col senato, — o forse su proposta di quest’ultimo — mandava in Oriente, al governo della Siria, un uomo che egli doveva supporre aiuterebbe Germanico con zelo e disinteresse, ma nel quale nessuno, in quel momento, poteva sospettare un suo favorito, un suo agente segreto, un amico personale. Cn. Calpurnio Pisone era il discendente di una delle più illustri famiglie dell’aristocrazia; era il figlio di un uomo, che sessanta anni prima aveva parteggiato per i pompeiani contro Cesare e plaudito all’eccidio del 15 marzo 44; era egli stesso orgoglioso della propria discendenza, e, qualche tempo prima, avea sollevato in senato una questione, che sovra ogni altra avrebbe dovuto ferire un princeps di inclinazioni tiranniche: aveva voluto che il senato rivendicasse il diritto di procedere alle sue ordinarie deliberazioni e al disbrigo degli affari pubblici, anche in assenza del principe presidente. Scegliendo o accettando dunque quell’uomo a consigliere e moderatore di Germanico, Tiberio non faceva certo il proprio personale interesse, ma quello dell’impero; ed in ogni caso voleva mostrare il suo rispetto e la sua deferenza per la vecchia aristocrazia, ponendo Germanico — il suo giovane nipote, il suo successore probabile, la speranza dell’impero — sotto l’alta sorveglianza di una delle più autentiche e nobili stirpi di Roma. Ma quali effetti dovevano nascere, per una disgraziata concatenazione di eventi, da un atto, che pure apparisce a una ricerca imparziale suggerito da così serie ragioni!

Germanico si recò prima in Grecia; si fermò ad Atene; indi passò nell’Eubea; di qui a Lesbo; da Lesbo in Tracia e dalla Tracia nell’Asia Minore, dove attese alacremente a riordinare le intricate faccende orientali. Collocò sul trono dell’Armenia Zenone, figlio di Polemone, re del Ponto, che prese il nome indigeno di Artaxia: un principe amico di Roma e, per parte materna, congiunto alla casa imperiale[54], ma che agli occhi degli Orientali era per inclinazione e per costumi un puro orientale. Provvide pure alla Cappadocia, alla Cilicia e alla Commagene, annettendole alla Siria. In breve, la fama del suo arrivo si sparse così rapidamente ovunque, che perfino il nuovo re dei Parti, Artabano, gli chiese un colloquio e promise di rinnovare l’alleanza, purchè Roma non gli contrastasse il potere in nome dei diritti di Vonone. Indi si recò in Egitto, ov’egli intendeva peregrinare da privato più che da luogotenente imperiale, senza guardie e liberamente vestito alla foggia dei Greci dell’Oriente.

Senonchè da questa sua molteplice alacrità nacque presto una fiera discordia con Pisone. Noi non siamo in grado di definire quali, con precisione, siano state le vere ragioni delle loro discordie e chi avesse ragione o chi torto. Forse Pisone, che era un senatore di antico orgoglio e che riteneva di dover appena cedere a Tiberio, credette di non essere obbligato a riconoscere come superiore alla sua l’autorità di quel giovane inesperto, che era soltanto un rappresentante del principe. Forse Germanico, giovane, adulato, fiero del proprio valore e della propria origine, commise qualche imprudenza, agì talora a precipizio e senza tener conto delle leggi, come fece di certo, quando andò in Egitto senza il permesso dell’imperatore, e vi distribuì al popolo, per rimediare ad una carestia, il grano dei magazzini imperiali, riservato all’Italia. Forse anche i due uomini non erano d’accordo nel giudicare gli affari dell’Oriente. Pare infatti che Pisone non volesse immolare l’antico re dei Parti, Vonone, all’amicizia di Artabano, come Germanico aveva fatto. Comunque sia, certo è che Germanico e Pisone vennero presto in rotta; e, fatto più grave, perchè nuovo, almeno con quella manifesta violenza, non essi soli, ma anche le mogli. Germanico era andato in Oriente, come in Germania, accompagnato dalla sua amata consorte, Agrippina, figlia di Giulia e di Agrippa, la quale non aveva mai potuto dimenticare che a Tiberio e a Livia si doveva almeno in parte l’esilio della madre sua. La moglie di Pisone, che anch’ella aveva accompagnato il marito in Oriente, era Plancina, amica diletta di Livia. La presenza e l’urto delle due donne allargò profondamente lo screzio fra Germanico e Pisone; e, allorchè Germanico tornò dall’Egitto, non solo trovò delle lettere di Tiberio, che, a proposito di quel suo viaggio, gli rimproveravano di aver trasgredito le prescrizioni imperiali, alle quali egli per primo doveva obbedienza; ma trovò pure molte sue disposizioni revocate da Pisone, le milizie sobillate e mal disposte a suo riguardo, e l’Oriente come scisso tra due partiti: uno favorevole a lui, l’altro a Pisone.


60. La morte di Germanico (19 d. C.) e il processo contro Pisone. — Le spiegazioni, che i due uomini si scambiarono, furono assai vivaci; così vivaci che Pisone deliberò di lasciare la provincia. Ma egli era appena partito, che Germanico improvvisamente ammalava, e dopo una vana alternativa di speranze e di ricadute, spirava nel fiore della virilità, a soli 34 anni (12 ottobre 19).