56. I primi anni del governo di Tiberio: spirito repubblicano e aristocratico che lo anima. — Tiberio era un tradizionalista, un aristocratico di vecchio stile, e quindi un repubblicano sincero, che avrebbe voluto ringiovanire la repubblica di tre secoli e operare in Roma una riforma simile a quella di Silla. I primi atti del suo governo lo provano. Gli storici antichi, anche i più avversi a lui, e quelli che più hanno accreditato la leggenda della sua tirannia, dicono che nei primi tempi non fece nulla senza consultare il senato; che rifiutò tutti gli onori e tutti i titoli insoliti; che rispettò le leggi della repubblica scrupolosamente e che in ogni atto e parola mostrò di non voler essere che il primo dei nobili romani: primus inter pares. Anzi una delle prime riforme compiute sotto il suo governo fu quella di trasferire dai comizi al senato la nomina dei magistrati. Tiberio faceva quello che Silla stesso non aveva osato: toglieva via di un colpo quel focolare di intrighi e di corruzione che erano da un pezzo le assemblee elettorali; affidava l’elezione dei magistrati a un corpo più scelto e capace: il senato. Il popolo insomma cessava quasi di esistere come organo costituzionale; il senato, ossia l’aristocrazia, diventava arbitro di tutte le cariche. Senonchè — è una strana contradizione che bisogna capire, se si vuole intendere questa singolare figura e la sua singolarissima storia — questo nobile romano di antico stampo, che voleva ricostituire l’antica potenza della aristocrazia, si trovava ad aver che fare, nel senato e fuori, con un’aristocrazia molto diversa da quella di un tempo, e molto più sollecita di conservare i suoi diritti e i suoi privilegi, che vogliosa e zelante nel compiere i doveri, i quali dovevano bilanciare quei diritti. Tiberio non aveva il prestigio che ad Augusto avevano assicurato il lungo governo, la pace ridata all’impero, il pericolo da cui aveva o sembrava aver salvato Roma. Durante il lungo governo di Augusto molte grandi famiglie avevano ricostituito la loro ricchezza; altre più recenti eran diventate illustri e potenti; il terrore era dileguato; la pace, il potere e la sicurezza avevano fomentato negli animi quei sentimenti, che sono propri di tutti i potenti e più ancora dei potenti per diritto ereditario: l’orgoglio, lo spirito critico, la gelosia reciproca, l’umore discorde e litigioso. Se la nobiltà romana aveva rispettato Augusto, pur giudicando che il suo governo era lungo assai, Tiberio non poteva sperare la stessa benevolenza: anzi, appunto perchè egli stesso diceva di non essere e di non voler essere considerato che come un nobile eguale a tutti gli altri, i suoi pari si crederebbero in diritto di sorvegliarne ogni atto e parola, di trovare a ridire su tutto quello che egli direbbe o farebbe, di vedere a ogni momento nell’esercizio della sua autorità un abuso, un eccesso di potere, delle ambizioni tenebrose, delle intenzioni oblique, degli atti contrari al bene pubblico e allo spirito della costituzione repubblicana[50]; e con maggiore acrimonia, quanto più tutti dovrebbero riconoscere che questa autorità suprema era necessaria. Dal momento in cui Augusto è morto, nasce nella nobiltà romana una specie di opposizione latente e implacabile contro la suprema autorità del princeps, ultima e disperata protesta dell’orgoglio aristocratico contro la necessità storica, che veniva riducendo a Roma la somma delle cose nelle mani di una famiglia. Ma se l’aristocrazia vedeva di mal occhio, ora che Augusto era sparito, il princeps e la sua autorità, non per questo era disposta ad aiutarlo davvero a resuscitare le antiche istituzioni repubblicane: il che sarebbe stato il miglior mezzo per rendere provvisoria davvero, come tutti la volevano e la speravano ancora, la carica suprema. La tradizione, per cui le famiglie dell’aristocrazia romana erano state per tanti secoli scuole di generali e di statisti, era troppo indebolita dall’azione del tempo, dai nuovi bisogni e costumi, ed anche dalle nuove idee. Incomincia a diffondersi nelle classi alte di Roma una scuola filosofica — lo stoicismo — la quale insegnava che non il re di Persia era beato con tutti i suoi tesori, ma l’uomo libero interiormente, nella propria coscienza; una scuola che professava l’individuo non essere soggetto a veruna potenza terrena, ma solo alla divinità; che incoraggiava gli uomini a giudicare i potenti, come qualsiasi altro mortale, e dichiarava un dovere il ribellarsi alle ingiunzioni ingiuste del principe; che affermava essere gli esilî e la morte dei mali, i quali si possono accogliere con egual sorriso degli onori e delle ricchezze, e non esistere al di sopra della condanna della propria coscienza, punizione che valga a scuotere o ad atterrire l’uomo savio e giusto. Questa dottrina, ponendo la coscienza del singolo al di sopra di qualunque altra autorità esteriore, farà, sotto il principato, degli eroi; e coprirà di un manto superbo di bellezza morale molte cose in sè più piccole; ma intralcerà nel tempo stesso così il nuovo governo imperiale, come la restaurazione della vecchia repubblica aristocratica. Dimodochè il princeps che non avesse più l’autorità di Augusto — e Tiberio doveva farne per primo l’esperienza — irriterebbe l’aristocrazia romana, sia tentando di vincere l’egoismo della nobiltà per restaurare l’antica costituzione, sia con gli atti non interamente conformi allo spirito e alla lettera della costituzione, a cui sarebbe costretto dalla decadenza delle antiche istituzioni e dalla crescente incuria della nobiltà. Peggio ancora: questo malcontento perenne non oserebbe mai manifestarsi con una opposizione aperta e risoluta, poichè a rovesciare il principato nessuno pensava più sul serio; ma con una specie di fronda continua e insidiosa, che dividerebbe il senato in piccole fazioni atrocemente nemiche. Queste cercherebbero di sfruttare le discordie della famiglia del princeps, e di opporre, nel senato, innanzi agli eserciti ed al popolo, alla persona e alla politica del princeps la persona e la politica di qualche altro membro della famiglia. «Nec totam servitutem pati possunt, nec totam libertatem», dirà di costoro Tacito, dipingendone con una pennellata mirabile l’animo in perpetua guerra con se stesso[51].
Così l’atto con cui Tiberio toglieva al popolo il diritto di nominare i magistrati della repubblica, non pare che ingraziasse al nuovo princeps il senato, dove erano tanti antichi suoi nemici degli anni di Rodi. Del resto è probabile che Tiberio avesse proposto e fatto approvare quella riforma, meno per compiacere al senato, che per provvedere al bene dello Stato; tenendo presenti le condizioni dei comizi nell’ultimo quarto di secolo, i loro disordini, i loro tumulti, le loro brighe, la loro corruzione, a mala pena infrenata dall’autorità di Augusto, con quel suo potere discrezionale di raccomandare taluni candidati[52]. Tiberio, che voleva magistrati buoni ed onesti, rimandava l’elezione ad un corpo più sicuro, ove più agevolmente potesse esercitarsi quella commendatio del principe, ch’egli per tutta la vita avrebbe adoperata con imparzialità e abnegazione. Non è improbabile invece che il popolino brontolasse per quella grave menomazione di un diritto, che tanti secoli avevano fatto sacro. Tiberio dovette annunziarla come la modesta e religiosa esecuzione di un disegno di Augusto[53]. Comunque sia, dopo questa riforma, il senato fu, nei due primi anni del principato di Tiberio, così potente come forse non era mai stato dai tempi di Silla in poi; sia perchè i suoi poteri erano stati notevolmente ampliati; sia perchè il nuovo principe, sentendosi debole al peso di responsabilità che doveva portare, non chiedeva di meglio che di essere aiutato dal grande consesso, lasciandolo agire con tutta l’autorità, che la legge e la tradizione riconoscevano. Ma a questa benevolenza del principe e a questo favore della fortuna, il senato risponderà con una lotta stupida e feroce, nella quale indebolirà se stesso, insieme con l’autorità dell’imperatore.
57. La guerra di rivincita in Germania (14-16). — Non subito però: chè i due primi anni — anni d’attesa — furono abbastanza buoni. In questi anni del resto Roma guardava inquieta ai confini ed al di là. Appena Augusto morì, le legioni di Pannonia e di Germania si ammutinarono, chiedendo un denario al giorno di paga invece di dieci assi, il servizio di sedici anni e il pagamento puntuale delle pensioni. La grave rivolta fu sedata, un po’ con le buone, un po’ con le brusche: dopo di che — dicono molti storici antichi e moderni — il generale che comandava le legioni di Germania, Germanico, figliuolo dell’infelice Druso e quindi nipote di Tiberio, le condusse oltre il Reno a vendicare la strage di Varo. Secondo questa versione, un giovane appena venticinquenne avrebbe di testa sua deciso, in seguito ad una rivolta militare, di avventurarsi di nuovo in quella Germania misteriosa, ch’era stata la tomba del padre suo e di Varo, per salvare gli eserciti dalle cattive tentazioni ormai troppo forti! Ma si può spiegare a questo modo una spedizione pericolosa, che doveva durare circa tre anni, costare ingenti somme all’erario, e necessitare nuovi arruolamenti nelle province? Non pare. Un’altra congettura sembra più verosimile. L’impresa di Germania era stata, cinque anni prima, sospesa, non abbandonata per sempre. È probabile che Augusto stesso non avesse rinunziato a riprenderla un giorno o l’altro, quando una buona occasione si offrisse. E la buona occasione pareva proprio offrirsi allora. Arminio, a capo dei bellicosi Cherusci, era in lotta col suo rivale e suocero, Segeste, che implorava l’aiuto delle legioni romane. Ed era pure naturale che Tiberio, il quale era anzitutto un uomo di guerra, desiderasse di coronare quella che era stata l’opera più cara ad Augusto. A queste considerazioni poterono aggiungersi, naturalmente, le aspirazioni e ambizioni del giovane Germanico; onde questa ripresa della campagna di Germania, sembra piuttosto iniziata e condotta per volontà comune del principe e del giovane generalissimo.
Germanico, infatti, che, in sulla fine del 14 aveva preso le armi, devastando e incendiando il paese dei Marsi (tra la Rühr e la Lippe), faceva ora, pochi mesi dopo, una nuova punta in Germania; e, passando attraverso il paese dei Catti, entrava più a nord in quello dei Cherusci, liberava Segeste, e catturava gran numero di prigionieri, tra cui — pegno prezioso — la consorte stessa di Arminio, Tusnelda, allora incinta di un fanciullo. Indi diede principio alla grande spedizione, ripigliando il piano, concepito da Agrippa ed eseguito da Druso: la Germania di nuovo fu invasa, parte per terra, parte per acqua, rimontando l’Ems, di guisa che il nemico fosse attaccato di fronte e a rovescio. Le operazioni vennero condotte felicemente; le popolazioni germaniche, che non si sottomisero, furono vinte, come accadde ai Bructeri; Germanico potè aprirsi la strada verso la foresta di Teutoburgo, ove Varo era caduto con i suoi. Furono trovate colà sconvolte le vecchie trincee dell’ultimo accampamento romano, le ossa dei caduti, uomini ed animali, sbiancate dal tempo, le armi ammucchiate alla rinfusa, teschi umani pendenti dai tronchi degli alberi. I pochi legionari e ufficiali, fatti prigionieri e sfuggiti alla morte ed alle catene, poterono illustrare ai sopraggiunti gli episodi dell’orribile carneficina. La pietà di Germanico e dei suoi soldati volle erigere un tumulo ai caduti, affinchè le loro ossa vendicate, al coperto dalla pioggia e dal vento, trovassero almeno una buona volta riposo. Ma egli fu costretto a non indugiarsi troppo a lungo. Arminio ricompariva ai suoi fianchi, sempre presente e sempre irraggiungibile, tentando ancora una volta di ripetere su Germanico la gesta di Teutoburgo; e già l’inverno avvicinava. Germanico, pur senza aver riportato un successo decisivo, decise il ritorno: egli, con quattro legioni, avrebbe ridisceso l’Ems, parte per mare e parte per terra, per non caricar troppo le navi; l’altra metà del suo esercito — altre quattro legioni — agli ordini del valoroso suo legato, Aulo Cecina, avrebbe riguadagnato il Reno per terra, lungo una via, che diciassette anni prima era stata aperta nel vasto terreno paludoso tra l’Ems e il Reno, colmandolo per un certo tratto di terrapieni e di tronchi d’albero: la così detta via dei Pontes Longi. Ma, mentre le legioni di Germanico, che camminavano sulla terra, all’imboccatura dell’Ems, erano sorprese da una terribile marea, l’esercito agli ordini di Cecina giungeva ai Castra Vetera, scampando a mala pena dalle imboscate di Arminio, e solo in grazia dell’imprudenza del nemico, dell’intrepidità del suo generale e del valore dei soldati, che il fantasma di Varo esaltava fino all’eroismo della disperazione (autunno 15).
La campagna era dunque costata più che non avesse reso. Ma nè Germanico, nè Tiberio credettero che bisognasse per questo scoraggiarsi e desistere. Occorreva uno sforzo maggiore, e questo si sarebbe compiuto l’anno successivo.
La nuova invasione germanica fu diversa dalle precedenti. I pericoli della ritirata di Cecina erano stati troppo gravi; il generale in capo non volle ritentare la sorte allo stesso modo. La invasione per via d’acqua parve più facile e sicura; onde l’inverno del 15-16 fu impiegato, oltre che a rinforzare con nuove leve le milizie che guardavano il Reno, ad accrescere la flotta. Mille vascelli e otto legioni, oltre un grande numero di ausiliari, erano pronti nella primavera del 16. Germanico, dopo avere assicurato la linea della Lippe contro sorprese nemiche, condusse il grande esercito per via di mare alle foci dell’Ems, e, sbarcato sulle rive di questo fiume, mosse alla volta del Weser contro all’esercito nemico, che questa volta non si componeva solo di milizie cherusche, ma di molte popolazioni germaniche. Pose il campo sulle sponde del Weser, varcò il fiume; e nella pianura di Idistavisus (il Prato degli Elfi), probabilmente non lungi da Minden, là dove il Weser a mezzo del suo corso forma come un brusco gomito a sinistra, trovò il nemico e gli inflisse una grave disfatta. Arminio era cascato anch’egli, dopo una prima vittoria, nell’errore di Vercingetorige e di tanti altri eserciti barbarici; aveva abbandonato la guerriglia, e affrontato il nemico in battaglia campale. Lo stesso Arminio sfuggì al disastro, mascherando le ben note sembianze col sangue delle sue proprie ferite. Invano egli ritentò di lì a poco la prova delle armi, sperando di sorprendere nel ritorno i Romani. La nuova battaglia fu per i Cherusci una seconda e maggiore disfatta.
La Germania era — o pareva — una volta ancora domata. Si poteva dunque tornare indietro. Ma questa volta, e a ragione, Germanico pensò bene di non più affidarsi interamente al capriccio delle maree, più pericolose del solito nella vicinanza dell’equinozio. Avviò dunque per terra una buona parte dell’esercito, ed egli col resto raggiunse l’armata, che lo aspettava alle foci dell’Ems. Ma gli accadde un caso anche più pericoloso che l’anno prima. Non la marea, ma la tempesta parte disperse e parte affondò le mille piccole navi di Germanico, non preparate a un così aspro cimento. Molti uomini e molte bestie andarono a sprofondare nei gorghi dell’Oceano Germanico (Mar del Nord), altri furono gettati sulle isole, vicine e lontane, della Frisia, o sulle coste dello Schleswig, o presso le selvagge popolazioni dei Cimbri e tra i feroci abitatori delle bocche dell’Ems o dell’Elba. Solo dopo molto tempo Germanico, il quale aveva riparato presso i Cauci, potè radunare i superstiti e pigliare la via del ritorno. Ma la nuova sventura aveva avuto il suo controcolpo in Germania. Il paese era nuovamente in armi.
Soltanto dopo una nuova e fulminea spedizione contro i Catti sempre indomiti, e contro i Marsi, le stanche legioni del Reno poterono finalmente pigliare i meritati e desiderati quartieri d’inverno.