Quale giudizio si deve dare dell’opera sua? Certo il suo disegno di restaurare la repubblica aristocratica, dopo averla tanto guasta e malconcia con il triumvirato, fallì. La repubblica, nella quale egli voleva infondere una nuova vita, si mummificò sotto le sue mani, in un governo equivoco, contraddittorio, debole e rigido nel tempo stesso, in cui la sua persona e il suo prestigio furono il massimo sostegno dell’autorità. Le istituzioni della repubblica, dal senato ai comizi, non erano ormai più quasi, alla fine della sua vita, che una finzione. Basti dire che, l’anno precedente alla sua morte, il senato aveva deliberato che ogni anno si sceglierebbero venti senatori, e che tutte le deliberazioni prese da Augusto, d’accordo con questi venti senatori, con Tiberio, con i consoli designati, con i suoi figli adottivi e tutti i cittadini, che Augusto giudicherebbe utile di consultare, avrebbero valore di senatus consulto! Il senato abdicava! Si deve dunque conchiudere, che l’opera di Augusto sia stata sterile e vana? No. Egli ebbe due grandi meriti. Se non riuscì a rianimarli, riuscì a salvare dalla distruzione il principio aristocratico e repubblicano secondo il quale l’impero non era, come nelle monarchie, la proprietà di una dinastia, ma la proprietà unica e indivisibile del popolo romano, che una aristocrazia di grandi famiglie, educate secondo l’antica tradizione, aveva sola il diritto di amministrare. Salvati da Augusto, il principio, la repubblica, il senato, la aristocrazia risusciteranno tra un secolo, in maniera inaspettata e singolare, compiendo nel vasto impero la fusione dell’ellenismo e del romanismo. Il secondo merito di Augusto sta nell’aver fatto fruttificare la conquista della Gallia compiuta dai Cesare e nell’aver divinato che l’avvenire dell’impero era più in Occidente che in Oriente. Fino a Cesare, Roma aveva guardato dalla parte d’Oriente, sognato di rifare l’impero di Alessandro. In questo sogno Antonio si era perduto. Augusto abbandona le grandi ambizioni orientali, e, dopo alcune esitazioni, volge risolutamente i suoi sforzi verso il Reno e il Danubio. Egli tenta anzi addirittura la conquista della Germania; e in questa impresa fallisce; ma in compenso conquista le Alpi, stabilisce solidamente il confine dell’Impero a quei due grandi fiumi, e promuove alacremente la romanizzazione e lo sviluppo della Gallia e della Spagna. Gli effetti di questa politica durano oggi ancora; perchè, se ci fu una politica che avesse in sè una grandezza mondiale, fu proprio quella. Per quella politica, anche l’Europa entra nella storia della civiltà, che sino ad allora era quasi tutta e soltanto stata occupata dall’Oriente o dalle piccole nazioni fiorite sulle estreme propaggini meridionali del continente europeo. Per quella politica, tra la civiltà decrepita dell’Oriente e la civiltà nascente dell’Occidente, l’Italia e Roma potranno conservare ancora per tre secoli la corona conquistata con tante guerre. Chè senza il vigoroso sviluppo delle province occidentali, il centro dell’Impero si sarebbe spostato verso l’Oriente. Roma e l’Italia, poste ai confini della barbarie, non avrebbero potuto per secoli essere, l’una la capitale, l’altra la nazione predominante di un impero, le cui più ricche, popolose e floride province erano in Asia ed in Africa.
Note al Capitolo Nono.
[45]. Su questa legge, cfr. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, V, p. 320.
[46]. Cfr. Pfitzner, Geschichte der römischen Kaiserlegionen von Augustus bis Hadrianus, Leipzig, 1881.
[47]. Sulla catastrofe di Varo le opere più recenti sono Gailly de Taurines, Les legions de Varus, Paris, 1911; e W. A. Oldfather and H. Vernon Canter, The defeat of Varus and the German frontier Policy of Augustus, in University of Illinois Studies, 1915.
CAPITOLO DECIMO TIBERIO[48]
(14-37 d. C.)
55. Tiberio imperatore: per quali motivi fu eletto (14 d. C.). — Morto Augusto, a capo dello Stato restava provvisoriamente il figlio adottivo e collega nell’impero, Tiberio. Provvisoriamente, ossia sinchè il senato non avesse deliberato; perchè la suprema autorità della repubblica non era punto un bene ereditario della famiglia. Se molti pensavano e reputavano necessario che Tiberio succedesse ad Augusto, altri avevano in mente nomi più graditi; altri, se non sapevano chi indicare in sua vece, avevano paura di Tiberio imperatore, ed egli stesso conosceva troppo bene sè stesso e i tempi suoi, da desiderare alla leggiera il carico dell’impero. Gli amici di Giulia, tutto il partito, che gli aveva opposto Cajo Cesare, quanti erano stati lesi dalle ultime leggi sociali e finanziarie, temevano la sua rigidezza, non lo volevano imperatore. Il governare con questa opposizione, nascosta ma tenace, non era cosa facile. Non è quindi difficile spiegare come Tiberio stesso esitasse.
Senonchè le difficoltà in cui si trovava impegnato l’impero oltre i confini dovevano sospingere il senato verso Tiberio, e Tiberio verso quello che egli chiamava il «mostro» indomabile dell’impero. La Germania, la Pannonia e l’Illiria minacciavano — o parevano ancora minacciare — di ignoti pericoli l’Italia. In Oriente, da parecchi anni la potenza romana declinava in Armenia; i re amici di Roma erano regolarmente scacciati e trucidati da quei sudditi malcontenti ed irrequieti; nè, a motivo delle controversie seguìte in Parzia per la successione regale, poteva ormai dirsi se quel potentato fosse più uno Stato amico o nemico di Roma. In Asia come in Europa la vecchiaia di Augusto si era fatta sentire: ma l’uomo, che era il miglior conoscitore degli affari germanici ed orientali, e che poteva parare tutti quei pericoli, era uno solo ed insostituibile: Tiberio. Inoltre necessitava un esercito disciplinato; e chi poteva mantenere la disciplina nell’esercito meglio di Tiberio, che era il primo generale del tempo, che portava il nome di Cesare, e a cui ormai, dopo il lungo governo di Augusto, i soldati erano affezionati?
Per queste ragioni, non ostante molte repugnanze e avversioni del senato, non ostante le riluttanze, che ci sembrano sincere, di Tiberio[49], a Tiberio furono trasmessi i poteri di Augusto. Soltanto — innovazione che, negli intendimenti dell’accettante, doveva avvicinare l’ora della liberazione e sciogliere più facilmente gli altri da un impegno che le circostanze potevano rendere al tempo stesso inutile ed intollerabile — non fu fissato più alcun termine alla durata della carica suprema. Il termine, come disse Tiberio, s’intendeva definito dalla necessità delle circostanze e, più ancora, dalla sua imminente vecchiezza. Il senato poteva revocarla quando vorrebbe, come, quando vorrebbe, era libero di ritirarsi l’imperatore. Ma l’innovazione doveva partorire un effetto contrario alle intenzioni; perchè il potere diventerà invece vitalizio.