Con grande risolutezza, Tiberio dà subito mano a due imprese: la riforma dell’esercito e la repressione della rivolta germanica. L’una era legata all’altra. Ma la riforma militare necessitava una riforma delle finanze, poichè sarebbe costata molto danaro. D’onde trarre il danaro occorrente? I due presidenti pensano di dare un nuovo giro al torchio delle leggi sociali e di ritogliere all’Italia il vecchio privilegio dell’immunità tributaria. Con una lex Julia caducaria, i coniugati senza figli — gli orbi — sono ora assimilati ai celibatarî, e incorrono nella stessa inferiorità legale. Inoltre le eredità lasciate loro contro la legge vanno devolute, non più agli altri eredi, ma al pubblico erario[45]. Infine con l’indizione di un censimento di tutti i cittadini che possedessero più di 200.000 sesterzi, si comincia a preparare l’Italia ad una nuova imposta.
Ma contemporaneamente l’esercito è rinforzato di due nuove legioni[46], e la vecchia e decadente legge militare di Augusto, riformata. Il servizio è di nuovo prolungato a venti anni per i legionari, e a quattordici per i pretoriani, come in antico. Alla fine del servizio gli uni e gli altri avrebbero ricevuto un premio in danaro ed una pensione, per provvedere alla quale si sarebbe organizzata una cassa particolare (5 d. C.).
Dopo di ciò Tiberio, che già aveva fatta una prima corsa in Germania, ci tornava, per ripetere la grande spedizione di Druso, sul vecchio piano di Agrippa. La flotta discese per il Reno e, per il canale di Druso, nel Mar del nord, costeggiò la importuosa penisola del Jutland, l’antico paese dei Cimbri; imboccò l’Elba, e rimontò il corso del fiume. Nel tempo stesso l’esercito di terra marciò dal Reno all’Elba per circa 400 miglia, ora ricevendo gli omaggi dei popoli, che attraversava, ora combattendo e domando i più restii, come avvenne dei Longobardi. Alla fine, flotta ed esercito si incontrarono, e i barbari, che si affollavano minacciosi sulla riva destra del fiume, preferirono, dinanzi a tanto spettacolo di forza, scendere a patti con gl’invasori.
Tiberio poteva tornare a Roma a cercare, con nuove imposte, il denaro, necessario per applicare la nuova legge militare. Al suo arrivo i due presidenti, dopo aver versato del proprio, nel nuovo tesoro, 170 milioni di sesterzi, riuscirono a far approvare una legge che imponeva una tassa del 5% a favore della cassa per le pensioni militari sulle eredità dei cittadini romani. La legge, che risparmiava le piccole eredità o i legati destinati ai poveri, era savia. Ma il malcontento che suscitò tra le classi ricche fu grande; e si sfogò contro Tiberio, che si sapeva essere l’autore vero della legge. Tiberio, come al solito, poco curò questi mormorii; e al principio del 6 tornava in Germania per compiere l’ultima parte del suo piano. Parecchi anni prima, fuggendo l’invasione di Druso, i Marcomanni avevano emigrato nella moderna Boemia, e qui, sotto il re Marbod, avevano creato uno Stato potente, che ancora non aveva riconosciuto il dominio romano, e che in ogni modo poteva diventare un forte appoggio per la Germania in rivolta. Tiberio voleva sottometterlo o ridurlo sotto il protettorato romano, minacciando d’invadere il regno da due lati: da occidente, attraverso il paese dei Catti, e da mezzogiorno, attraverso la Pannonia. Ma l’impresa era appena avviata, che Pannoni e Dalmati si sollevavano ancora una volta, e trucidavano i piccoli presidî romani, insieme con gli stranieri, che già, per ragioni di commercio, avevano da tempo cominciato a penetrarvi.
53. La catastrofe di Varo in Germania (9 d. C.). — L’insurrezione pannonica e dalmatica era dunque cosa grave, ma a Roma essa parve un pericolo tremendo, giacchè Pannonia e Dalmazia erano alle spalle dell’Italia. Si temè perfino una nuova irruzione di Cimbri e Teutoni nella penisola, mentre s’era detto che i veri Cimbri erano stati assoggettati da Tiberio!
Ma Tiberio non era uomo dai perdere facilmente la testa, e, senza lasciare a mezzo l’impresa incominciata, rinunziò solo all’idea di una conquista, si contentò di conchiudere un accordo con Marbod; indi tornò verso la Pannonia. Non però con l’intenzione di sterminare con un colpo solo, come in Roma gli strateghi del Foro reclamavano a gran voce, l’insurrezione; sibbene, come la natura delle milizie, di cui egli disponeva, e quella del nemico e del paese consigliavano, per opporre alla guerriglia degli indigeni, la guerriglia dei legionari romani, alimentata dall’esterno.
Alla fine dell’8, la Pannonia era pacificata. Ma lo sforzo era stato grande. Roma aveva dovuto arruolare veterani, liberti, stranieri, perfino schiavi tolti ai privati. Con questa moltitudine raccogliticcia Tiberio aveva dovuto soffocare nel suo stesso focolare l’insurrezione. Non è quindi da stupire che gli sia stato necessario un certo tempo. Ma la notizia della vittoria era appena giunta in Roma, e già si cominciavano a decretare gli onori del trionfo al generale, quando una notizia terribile sopravveniva dalle rive del Reno: la Germania, sollevatasi, aveva sorpreso e trucidato le forze romane stanziate sul suo territorio; lo stesso luogotenente di Augusto, Quintilio Varo, s’era dato la morte piuttosto che cader vivo nelle mani del nemico. La ferma volontà di romanizzare la Germania, che Tiberio, ritornando al governo, aveva manifestata, insieme con le notizie, che giungevano dalla Pannonia, avevano ridesto il paese. La Germania aveva avuto il suo Vercingetorige — Arminio — anche egli amico di Varo e cittadino romano, per giunta. Con abile mossa, i Germani avevano indotto il generale ad avanzare nel cuore del paese, e qui, nella misteriosa foresta di Teutoburgo, tra la Lippe e il Weser, ove oggi un colossale ma bruttissimo monumento si leva in onore, più che di Arminio, del germanesimo, Varo era stato sorpreso, e le sue legioni — il fiore dell’esercito romano — distrutte (settembre od ottobre 9 d. C.)[47].
54. La morte di Augusto (14 d. C.). — La rotta di Varo non era calamità irreparabile. Un così grande impero poteva perdere alcune legioni senza vacillare sulle sue fondamenta. Tiberio, infatti, accorse sul Reno, potè subito mostrare agli elementi inquieti della Gallia che, se i Germani erano in grado di distruggere per sorpresa le guarnigioni romane, non potevano presumere di varcare il Reno e di attaccare le province più floride dell’Impero. Ma la rotta di Varo, se non distrusse, infiacchì molto nel governo romano la volontà di estendere il dominio romano oltre il Reno e il Danubio. Non solo Augusto, ma anche Tiberio si persuase, dopo quella sventura, essere più saggio, per Roma, non varcare i due fiumi: onde per molti anni la politica germanica di Roma sarà consigliata da una prudenza, che traccerà definitivamente al Reno e al Danubio i confini dell’impero in Europa. E non avendo Roma avuto la forza di varcare il Reno e il Danubio per sottomettere i Germani, verrà il giorno in cui i Germani varcheranno il Reno e il Danubio per distruggere l’Impero! Ma nè Angusto nè Tiberio potevano vedere così lontano nell’avvenire; essi dovevano giudicare alla stregua delle necessità del tempo, e alla stregua di queste necessità, appariva prudente non richiedere all’Italia uno sforzo troppo grande. Comunque sia, la disfatta di Varo fu l’ultimo grande dolore della lunga vita di Augusto, che ormai volgeva alla fine. Nell’anno 13 i poteri quinquennali di Augusto e di Tiberio venendo a finire, furono ancora rinnovati, ma per l’ultima volta: l’anno dopo, il 14, vecchio di 77 anni, Augusto moriva, il 19 agosto, a Nola.