50. Il ritiro di Tiberio a Rodi (6 a. C.). — Ma a questo punto incomincia nella repubblica, una terribile difficoltà, che durerà, si può dire, sino alla morte di Nerone. Augusto governava la repubblica come princeps da venti anni. Non si può negare che il concetto così chiaro e così preciso della restaurazione del 27 a. C. si fosse in quei venti anni assai intorbidato. L’autorità del princeps che, nella primitiva riforma, doveva essere temporanea e soltanto sorvegliare e correggere le istituzioni secolari della repubblica, era ormai diventata vitalizia, e si era mutata in una alta e universale direzione dello Stato, che sostituiva il senato invecchiante e decadente. Ma nessuno se ne lagnava. Augusto si era condotto in quei venti anni con tanto tatto; aveva reso tali e tanti servizi allo Stato; era ormai diventato così necessario, aveva acquistato un tale prestigio ridando la pace all’impero, che nessuno lamentava il suo potere. Ma Augusto non sarebbe eterno; e già si avvicinava alla sessantina: che cosa accadrebbe alla sua morte? La gente incominciava a pensarci. C’era chi sognava che si sarebbe allora, finalmente e per davvero, restaurata tal quale la antica repubblica senza princeps, ma questi erano pochi. La gente sperimentata e di senno capiva che, senza un princeps capace ed energico, il senato e la repubblica non operavano più. Ma chi poteva essere il secondo princeps? Se si voleva scegliere l’uomo più attivo, più capace, più sperimentato della repubblica, non c’era, dopo la morte di Agrippa e di Druso, da esitare: Tiberio. Ma Tiberio aveva molti nemici. Non era solo un Claudio orgoglioso, ostinato e severo; ma era anche un tradizionalista intransigente, un uomo del vecchio stampo, che voleva Roma governata da una aristocrazia parsimoniosa, austera, attiva, autoritaria e zelante come quella del terzo secolo a. C. Nella, nuova generazione cresceva invece il lusso, la ricchezza, il gusto dei piaceri, l’inclinazione alle raffinatezze e ai vizi dell’Oriente, l’indifferenza per le faccende politiche e l’avversione per la milizia. C’era dunque a Roma, nella nobiltà, un partito ostile a Tiberio; e quanti non avrebbero voluto che la carica suprema di princeps diventasse proprietà di una famiglia — anche questi non erano pochi — rinforzavano l’opposizione.
Si aggiunga il matrimonio con Giulia, a cui Augusto aveva costretto Tiberio dopo la morte di Agrippa. Questo matrimonio fu uno dei grandi errori di Augusto. Giulia, e Tiberio non andavano e non potevano andar d’accordo: Giulia, elegante, mondana, amante del fasto, dei corteggiamenti, della vita libera, rappresentava la nuova generazione; Tiberio, rigido, intransigente, implacabile contro tutte le debolezze della jeunesse dorée, rappresentava la generazione antica. Il dissidio tra i due sposi non tardò a scoppiare, e si intrecciò con la lotta tra il partito della giovane nobiltà e il vecchio partito tradizionalista, che incominciava a farsi seria. Pare che Giulia alla fine tradisse il marito; e si mettesse alla testa di una vera côterie di giovani nobili, che complottavano per escludere Tiberio dalla successione eventuale di Augusto con tutti i mezzi, calunniandolo presso Augusto e fra il popolo, alienando da lui gli amici, e infine cercando di opporgli dei rivali potenti. Da Agrippa e da Giulia erano nati parecchi figli, di cui il maggiore aveva allora 14 anni. Essendo stato adottato da Augusto, si chiamava Caio Cesare. Il partito nemico di Tiberio pose gli occhi su questo giovinetto, per farne il rivale di Tiberio; e, dopo aver cercato di aizzarlo contro costui, fece da parecchi suoi membri proporre ai comizi una legge, per cui Caio Cesare potesse assumere il consolato, allorchè avrebbe toccato i venti anni. Il giovinetto, come figlio di Agrippa e figlio adottivo di Augusto, era molto amato dalla plebe, che ormai si era avvezzata a queste rapide carriere dei membri della famiglia del princeps. I nemici di Tiberio contavano su questo sentimento, per fare riuscire la loro proposta: ma Augusto da principio si oppose con tutta la sua autorità, comprendendo il pericolo insito in quella mossa dei nemici di Tiberio. Purtroppo fu facile riscaldare in favore di Caio il popolo, che amava poco i Claudî, molto i Giulî; Giulia a sua volta non stette inoperosa; e alla fine Augusto cedè; lasciò che Caio Cesare fosse nominato console con cinque anni di anticipo. Si affrettò però a dare a Tiberio un compenso, un grande compenso, facendogli attribuire per cinque anni la potestà tribunicia, ossia lo fece suo collega, come era stato Agrippa. Ma Tiberio era un Claudio, un aristocratico, un uomo tutto di un pezzo, e non tollerò l’affronto per il compenso: rifiutò l’onore, chiese ad Augusto il permesso di ritirarsi a vita privata e si recò in volontario esilio nella minuscola isola di Rodi (6 a. C.). Invano Augusto lo supplicò di restare.
51. La lotta tra i Giulî e i Claudî. — La partenza di Tiberio fu una grande disgrazia per la repubblica. Augusto rimase solo alla testa della repubblica, senza disporre più di un collega capace e sicuro; e l’amministrazione ricadde rapidamente nella confusione e nella negligenza di un tempo. Quel po’ di ordine che era stato ottenuto con tanta fatica, in venti anni, viene meno. Le finanze si dissestano di nuovo, sino al punto che l’erario non può più mantenere gli impegni presi con l’esercito, alla vigilia della grande spedizione germanica. Ma Augusto non si risolve nè a studiare, nè a far studiare una riforma delle imposte, e preferisce, stanco e sfiduciato, vivere alla giornata, addossando alla propria fortuna personale buona parte del carico delle pubbliche spese, o trascurando i servizi pubblici. Le leggi sociali sono ogni giorno meno osservate, e gli esuli, colpiti dalla legge de adulteriis, abbandonano i luoghi di relegazione, e si spargono nel festoso Oriente o nell’Occidente, vivendo ovunque allegramente. La legge de maritandis ordinibus, che colpiva con tanta durezza i celibatari impenitenti, è elusa facilmente da un grande numero di matrimoni senza figliuoli, che la legge non contemplava. Anche l’esercito, non più comandato da un imperator, che sia tale non soltanto di nome, pericola; le reclute scarseggiano in Italia; è necessario accrescere continuamente il numero dei corpi ausiliari, reclutando un numero sempre maggiore di provinciali — galli, germani, siriaci; la disciplina si allenta, l’istruzione decade.
Ma la maggior pietà dello Stato in rovina era il senato. A quanti espedienti aveva ricorso Augusto per farlo almeno rivivere alla meglio! Ora egli l’aveva rinsanguato con elementi nuovi, tratti dall’ordine dei cavalieri, minacciando di escluder questi dall’ordine equestre, se non volessero entrare in senato; ora aveva colpito di crescenti ammende i senatori che non frequentavano le sedute; ora aveva pensato di ridurre il numero delle sedute obbligatorie, e rimpicciolito, per quelle che cadevano nei mesi della villeggiatura o della vendemmia, il numero di senatori che avrebbero dovuto essere presenti. Aveva infine creato nel senato una più ristretta Commissione di senatori, estratti a sorte ad assistere, essi soli, nelle deliberazioni correnti, il presidente, salva poi la ratifica del senato convocato in adunanza plenaria. Ciò non ostante, i senatori non venivano, e di ogni affare grave si scaricavano sulle ormai deboli spalle del principe, stanco ed invecchiato.
Alle difficoltà interne si aggiungono le esterne. La Germania era abbandonata a sè stessa; nessuno pensava seriamente a darle leggi e ordinamenti durevoli. In Oriente, l’ordine ristabilito con tanta fatica nei primi anni del principato, vacillava di nuovo: in Giudea, dopo la morte del re Erode, avvenuta nel 4 a C., il partito nazionalista aveva ripreso ad agitarsi, e il governatore della Siria, Quintilio Varo, aveva dovuto accorrere con grandi forze; nell’impero dei Parti, a Fraate, morto nel 3 a. C., era successo Fraatace, il quale, all’opposto del padre, era ostile a Roma, aveva occupato l’Armenia e scacciato il re riconosciuto e protetto dalla repubblica.
È probabile che Tiberio avesse fatto assegnamento su tutte queste difficoltà, le quali costringerebbero un giorno o l’altro Augusto a richiamarlo a Roma. Ma Augusto, che sembra aver sempre stimato più che amato Tiberio, era stato molto irritato dal suo ritiro; e, dopo la sua partenza, si era accostato al partito della giovine nobiltà, avverso a Tiberio e ai tradizionalisti, cercando di governar l’impero con questo. Aveva fatto ricoprire di onori Caio Cesare, ne aveva accelerata la carriera, aveva fatto concedere gli stessi onori e privilegi al fratello suo Lucio; aveva mostrato di voler considerare questi due giovani come i due soli aiuti e collaboratori, sui quali ormai facesse assegnamento. A sua volta il partito tradizionalista, di cui Livia, la madre di Tiberio, sembra essere stato l’anima, cercava di combattere la potenza crescente del partito avverso, e di far richiamare Tiberio. Di qui intrighi, lotte, cabale, scandali. Uno di questi scandali travolse, nel 2 a. C., Giulia. Pare che il partito tradizionalista, avendo capito che Tiberio non ritornerebbe a Roma finchè Giulia non ne fosse scacciata, sia riuscito a procurarsi le prove del suo adulterio e che uno dei suoi membri l’abbia denunciato in base alla lex de adulteriis, fatta approvare da Augusto nell’anno 18. Secondo questa legge, quando il marito non voleva o non poteva, il padre doveva punire la adultera. Il marito, Tiberio, non era a Roma. Augusto dovè, in forza della sua stessa legge, colpire la figlia; e la esiliò a Pandataria. Ma non per questo si riconciliò con Tiberio: e quando finalmente nell’anno 1 dell’era volgare si risolse a mandare un esercito in Oriente, per cercar di venire ad un accordo con i Parti, ne diede il comando a Caio Cesare, che era un giovinetto inesperto, e lo fece accompagnare, perchè gli fossero guide e maestri, da acerbi nemici di Tiberio.
Così la fortuna di Tiberio pareva essere stata spezzata per sempre dall’errore commesso nell’anno 6, uscendo di Roma. Il partito avverso, avendo per sè Augusto, era così potente quanto implacabile. Solo nell’anno 2 dell’êra volgare, per l’intercessione di Livia, egli potè ottenere di ritornare a Roma, a condizione però di restare in disparte e di vivere come un privato. Ma a questo punto la fortuna, che lo aveva per otto anni perseguitato, si volse di nuovo in suo favore. In quello stesso anno Lucio Cesare moriva di malattia; e sedici mesi più tardi, al principio dell’anno 4, moriva in Oriente, in seguito a una ferita, il fratello suo Caio. Queste morti precoci erano troppo utili alla causa di Tiberio, perchè la gente non dovesse sospettare la mano di Livia: ma senza nessuna seria ragione. Le grandi famiglie non furono mai esenti dal pagare anch’esse con morti precoci il tributo alla natura. Ad ogni modo, dopo l’esilio di Giulia, il partito avverso a Tiberio perdeva i due uomini rappresentativi su cui faceva assegnamento; Augusto restava di nuovo solo, senza collaboratori validi; la situazione in Oriente si aggravava di nuovo, e, quel che è peggio, delle rivolte incominciavano in Germania. Il partito di Tiberio rialzò la testa; domandò ad alta voce che si richiamasse agli affari quello che era il miglior generale, e, dopo Augusto, il politico più sperimentato del suo tempo. Ma Augusto resistè ancora. Finalmente, quando la rivolta parve divampare più minacciosa che mai in Germania, il partito di Tiberio perdè la pazienza; e sembra avere addirittura tramato una congiura, per vincere le ostinate riluttanze del vecchio Augusto, i cui poteri presidenziali erano stati frattanto prolungati, l’anno prima, per dieci anni. È la famosa congiura, che ebbe a capo un nipote di Pompeo, Cornelio Cinna. Quale ne fosse il vero scopo, non sappiamo; sappiamo solo che, scoperta la congiura, Augusto si affrettò a perdonare ai congiurati e a richiamare Tiberio al governo. Il 26 giugno del 4 dell’êra volgare egli lo adottava come figlio, e gli faceva, dai comizi, conferire la potestà tribunicia per dieci anni. Nuovamente, dunque, la repubblica aveva due capi, come allorchè Agrippa viveva; e di essi l’uno, il più attivo, il più giovane, era un Claudio, il più puro rappresentante del partito tradizionalista e conservatore.
52. Il governo di Augusto e di Tiberio (5-14 d. C.). — Da questo momento, e non dalla morte di Augusto, comincia il governo, destinato a diventare tristamente famoso, di Tiberio. N’è prova chiara e precisa il contrasto fra il periodo che si chiude e quello che ora comincia. Il decennio seguente è una grandiosa illustrazione della dottrina, che Tiberio professava sul governo della repubblica.