[59]. Così pare si possa ricostruire la morte di Tiberio, combinando quel che narra Tacito, Ann., 6, 50, con la testimonianza di Seneca, citata da Svet. Tib., 73. L’odio dei nemici ricamò poi anche intorno alla morte di Tiberio molte favole, il cui scopo era di far credere che fosse morto di morte violenta.

CAPITOLO UNDICESIMO CALIGOLA E CLAUDIO

65. Caligola: perchè fu eletto (37). — A differenza di Augusto, Tiberio moriva senza collega. Il senato poteva continuare il principato, come restaurare interamente la repubblica. Ma non pare che si sia neanche indugiato su questa seconda alternativa: segno eloquente, che la «tirannide» di Tiberio è una fantasia degli storici antichi. L’autorità del principe rendeva ormai troppi servigi, anche se i suoi titolari fossero invisi a molti.

Si riconobbe dunque che occorreva eleggere un nuovo principe: ma quale? Nella famiglia di Augusto, non c’era scelta. I maschi superstiti erano tre: Tiberio Claudio Nerone, il fratello di Germanico; Caio Cesare, detto Caligola, il figlio di Germanico; e Tiberio, il figlio di Druso, che Tiberio aveva adottato nel suo testamento. Di questi, l’ultimo era un giovinetto di 17 anni; e il primo, pur essendo un uomo di età matura, era considerato come un imbecille, mezzo pazzo, zimbello di donne e di liberti, e perciò tenuto in disparte. Non aveva infatti occupato nessuna magistratura. Non restava quindi che Caio Caligola. Caio aveva 27 anni: era forse nato in Germania, nel paese dei Treviri, durante le campagne del padre suo[60]; certo era stato allevato colà, tra i soldati, che molto l’amavano; colà, ancor bambino, era stato vestito da soldato e aveva calzato delle scarpette militari, delle caligulae, che gli avevano procurato il nomignolo con cui la storia lo conoscerà. Più tardi aveva accompagnato il padre in Oriente. Morto Germanico, era vissuto con la madre, poi con l’avola Livia, e infine con la nonna paterna, Antonia. Era stato il solo dei maschi sopravvissuto alla rovina della casa di Germanico; anzi Tiberio l’aveva molto amato, sebbene avesse intuito qualcuna delle sue meno buone qualità. Caligola era infatti intelligente, eloquente, amante dell’arte, pieno di buon gusto; ma sembrava tutt’altro che equilibrato: irritabile, impulsivo, maniaco per ciascuna delle idee, che volta a volta lo possedessero. Aveva insomma qualità e difetti, ed era ancora molto giovane per la carica suprema; ma i difetti erano ignoti ai più, l’età, se troppo giovanile, era già possibile; e infine non c’era altri, se non si voleva andar cercando un princeps fuori della discendenza di Augusto. Il che non sarebbe stato impossibile, e sarebbe stato legale; ma c’era una ragione capitale per preferire, potendo, un membro della famiglia di Augusto. Da cinquant’anni i barbari e l’esercito identificavano l’impero di Roma con la casa Giulio-Claudia. L’esercito serbava per i componenti di quella famiglia un attaccamento, che non aveva paragoni. Fra i soldati, specie tra quelli accampati sul Reno e sul Danubio, il nome del figliuolo di Germanico era popolarissimo. La nomina di Caligola presentava quindi grandi vantaggi. Caligola fu eletto (18 marzo 37)[61].


66. Primi atti di Caligola e prime speranze. — Secondo gli storici antichi il governo del giovane imperatore avrebbe avuto il più felice inizio. Tra il giubilo universale, Caligola rinunciò a proporre, come s’era fatto per Augusto, la consacrazione divina di Tiberio; bruciò, o fece le viste di bruciare, tutte le carte politiche del predecessore; vietò le accuse di lesa maestà e concesse un’amnistia generale agli imputati, ai condannati, agli esiliati. Il popolo riebbe donativi in profusione; i soldati ottennero gratificazioni, che raddoppiarono i legati ad essi destinati da Tiberio; l’Italia fu esentata da taluna delle tasse recenti; i teatri tornarono a riaprirsi, i giuochi pubblici a solennizzarsi con frequenza da tanti anni insolita. Caligola abolì anche l’appello in ultima istanza all’imperatore, che pure tanti abusi e tante durezze avea temperati; restituì ai comizi i poteri elettorali; si sforzò di distinguere i poteri del senato da quelli dell’imperatore; ristabilì pel principe l’obbligo di presentare i conti delle spese pubbliche, da esso ordinate; annullò i giudizi pronunciati contro la madre e il fratello, e diede solennemente sepoltura alle loro ceneri; fece coniar monete, la cui decorazione e la cui leggenda ricordavano quelle di Bruto e di Cassio[62]. E, il 1º luglio, inaugurando il suo primo consolato, pronunciò in Senato un grande discorso, nel quale dichiarò che il suo modello non sarebbe stato Tiberio, ma Augusto. Tutti i cuori si aprivano alle più liete speranze.


67. Il voltafaccia di Caligola e i suoi tentativi di orientalizzare l’impero. — Senonchè ad un tratto, sempre stando agli storici antichi, dopo otto mesi di governo, Caligola sarebbe improvvisamente ammalato, e dalla crisalide del buono e mite imperatore sarebbe uscito a un tratto il crudele e pazzo tiranno. Gli storici antichi hanno molto, troppo amato di scomporre in due parti, la prima ottima, la seconda pessima, la storia di molti imperatori: di Tiberio, di Nerone, di Domiziano, di Commodo. Per quel che riguarda Caligola, almeno, la verità è che parecchi atti dei primi tempi del suo governo avrebbero dovuto mettere sull’avviso un popolo meno incline a illudersi volontariamente. Il giovane principe aveva senza meno esordito, togliendo all’unico proconsole senatorio, ancora, dopo Augusto, fornito d’imperium militare — quello d’Africa — il comando delle due legioni, di cui disponeva. Peggio ancora, avea già conferito all’ava Antonia e alle sorelle i privilegi delle Vestali, e disposto che il nome delle sorelle dovesse essere pronunziato in tutti i voti, che magistrati e sacerdoti avrebbero ogni anno inalzati pel bene dell’imperatore e del popolo. Pur affettando di chiamarsi il «pronipote» di Augusto, aveva riabilitato ufficialmente la memoria di Marco Antonio e soppresso l’annua festa stabilita da Augusto, por commemorare la vittoria di Azio. Aveva onorato di culto ufficiale la divinità egizia Iside; ed egli stesso viveva circondato di domestici egiziani, sicchè il più fedele e il più influente dei suoi liberti era un alessandrino, un tal Elicone. Finalmente noi sappiamo che alla vigilia della sua malattia Caligola, essendo rimasto vedovo, aveva avuta l’idea di sposare ed elevare all’impero sua sorella Drusilla; alla quale per di più nel testamento, fatto durante la malattia, aveva lasciato in eredità l’impero, come se l’impero fosse cosa sua, di cui egli potesse disporre! La verità è che sin dal principio del suo governo, Caligola diede segno di quella, che gli storici chiameranno la sua «pazzia»; che tale doveva apparire agli occhi dei romani, e che tale anche in parte deve essere giudicata da noi. Ma solo in parte: perchè l’idea che inspirò la sua politica, se era chimerica per i tempi in cui Caligola volle applicarla, aveva in sè una certa coerenza, ed una certa logica, la quale permette di legar tra loro e di spiegare molti atti di Caligola, che a prima vista paiono gli insensati capricci di una mente delirante. Quando infatti si fa giustizia di qualcuno dei più ridicoli particolari, che di lui ci tramandarono gli antichi, e che fanno minor torto al giovane principe che agli storici, i quali vi prestarono fede, o agli uomini, che li avrebbero subìti, è possibile discernere nel governo di Caligola un proposito sufficientemente chiaro e preciso: foggiare in Roma con la forza un regime simile a quello sotto cui fino a sessant’anni addietro aveva vissuto l’Egitto. Caligola è un orientalizzante, che ripudia e vuol distruggere tutte le tradizioni romane e fondare da un giorno all’altro in Roma una monarchia simile alla tolemaica. Da questo pensiero procedono la sua mania di autodivinizzazione e le violenze messe in opera per imporre ai Romani e ai provinciali, persino ai più recalcitranti fra essi, i Giudei, il culto della sua persona e della sua famiglia. Perciò vuol denominarsi fratello di Giove, chiama sudditi i suoi concittadini, e sè stesso, loro Signore; perciò rinnuova l’etichetta e vuole imporre a tutti, e ad ogni costo, come un sovrano della Persia o dell’Egitto, il concetto della propria onnipotenza; perciò riabilita ufficialmente Antonio, che aveva voluto continuare in Alessandria la dinastia dei Tolomei. E così si spiega infine la pompa orientale delle feste, che avrebbero abbagliato il popolo minuto; il divisato matrimonio con la sorella, che non fu se non un tentativo di introdurre in Roma il costume dinastico dei Tolomei e dei Faraoni di sposarsi tra fratelli e sorelle, per conservare la purezza della famiglia reale[63]: e infine il testamento con cui aveva lasciato l’impero, che egli considerava come suo, a Drusilla, e i templi che le eresse, gli onori divini che le tributò, quando morì.

Lo stesso spirito anima tutto il suo governo, dentro e fuori dell’impero. In Oriente, il giovane principe non vuole la romanizzazione delle province, ma la loro piena ellenizzazione; non conquiste, ma una corona di Stati amici e clienti. Fin dal primo anno del suo impero, ricostituisce il regno della Commagene, assegnandogli anche un tratto della costa della Cilicia, e restituendolo, insieme con il patrimonio confiscato, al figlio di Antioco, che Tiberio aveva deposto. Nello stesso anno distacca la Palestina settentrionale e occidentale dalla provincia di Siria, cui era stata aggregata fin dal 34, e l’assegna, insieme con taluni territori confinanti, quali l’Abilene e la Celesiria, al nipote di Erode il grande, Erode Agrippa, allora vivente in Roma. Ristabilisce sul suo trono il re dei Nabatei; dona un monarca arabo alla Iturea, e uno tracio, alla così detta Armenia minor e a una porzione del Ponto. Nè si può dire che questa sua politica orientale sia stata imprudente o pericolosa, se non in Giudea, dove egli volle imporre la «innata divinità» dell’imperatore romano, a un popolo che osava preferirgli il proprio Iddio unico ed universale. Invano l’imperatore ordinerà che le legioni della Siria entrino in Gerusalemme a imporre nelle sinagoghe le statue del muovo Dio. Egli riuscirà solo ad attizzare le prime faville dell’incendio, che divamperà trenta anni più tardi.

L’Occidente, invece, è per Caligola una specie di vasta colonia, che egli sfrutta e spreme per riempire l’erario, vuotato dalla sua prodigalità. Tra il 39 e il 40, tenta nelle province galliche una razzia di oro e di ricchezze, che intende continuare in Ispagna, in Germania, in Britannia. Ma le sue forze erano troppo piccole per così violenti disegni; e quindi la sua politica in Occidente fu molto più cattiva che in Oriente. La invasione in Germania resta un desiderio; la conquista della Britannia è troncata da un’ambasceria, recante doni in copia e verbali promesse di sottomissione[64]; la razzia della Gallia, interrotta, o almeno gravemente turbata, da una congiura ordita da uno dei suoi generali, Cn. Cornelio Lentulo Getulico e da taluni dei suoi stessi congiunti (39).