68. La fine di Caligola (24 gennaio 41). — Questo tentativo di deviare le torbide acque del Nilo e dell’Eufrate sull’Occidente romano era per i Romani una inaudita pazzia. Ma, ammesso il principio, molti atti di Caligola che sembrano insensati, si spiegano. Più che i singoli atti, folle era l’idea da cui quegli atti scaturivano: che si potesse, nel giro di pochi anni, per volontà di un uomo, far della repubblica una monarchia simile a quella dei Tolomei; e folle la violenza con cui Caligola volle porre ad effetto la sua idea.
Caligola infatti non tardò a diventare impopolarissimo, anche in mezzo alla plebe, cui pure le sue spese insensate fruttavano largamente. Roma e l’Italia erano ancora troppo affezionate al loro passato; le furie monarchiche e orientali del giovane principe suscitarono nel tempo stesso lo scherno e l’orrore in tutti. Se Tiberio era stato tanto odiato perchè troppo ligio alla tradizione, Caligola fu odiato non meno fieramente, perchè alla tradizione troppo apertamente ribelle. I tempi erano fatti così: non potevano più vivere interamente secondo la tradizione, ma non volevano abbandonarla interamente. Per imporre la sua allucinazione orientale, Caligola dovè far forza con le condanne per lesa maestà, le proscrizioni, i supplizi; rovinò le finanze; procedette a confische e ricorse a ogni sorta di nuove gravezze. Se il popolino di Roma, abbagliato dalla sua generosità, gli era favorevole, nella famiglia imperiale, nel senato, negli ufficiali della guardia pretoriana e dell’esercito, nelle classi alte e medie, il disgusto e l’avversione crescevano. Roma non era matura per un dispotismo asiatico. Gli eccessi e le stranezze dell’improvvisato assolutismo risvegliavano il sentimento repubblicano in tutti gli ordini sociali, e massime nella guardia pretoriana. Il 21 gennaio 41, Caligola era trucidato da un tribuno del pretorio, un tal Cassio Cherea, in un corridoio del suo palazzo, in seguito ad una congiura tramata da cospicui personaggi.
69. L’elezione di Claudio (24-25 gennaio 41). — Alla notizia della morte di Caligola il senato si radunò; onorò Cherea e i suoi compagni con il vecchio titolo di «restauratori della libertà»; e quindi passò a discutere quel che occorresse fare. Questa volta il partito, che voleva abolire il principato e restaurare tale quale l’antica repubblica, fu più numeroso, che dopo la morte di Augusto e di Tiberio. Le stravaganze e le violenze di Caligola avevano ridestato in molti cuori l’odio sonnecchiante per il nuovo regime. Ma potrebbe il senato, indebolito, esautorato, discorde come era, governare esso l’impero in luogo del principe? Molti, per quanto a malincuore, dubitavano. Anche per costoro però c’era una difficoltà: trovare il principe, che giudicavano necessario. Nella famiglia di Augusto non c’era più che Claudio, considerato imbecille e incapace; poichè nel frattempo anche Tiberio, il figlio di Druso, era morto. Sembra che diversi senatori mettessero innanzi, più o meno apertamente, la propria candidatura: ma se anche l’autorità della famiglia di Augusto era così vacillante, come potrebbe governare l’impero un senatore, ignoto alle legioni e alle province, senza il prestigio che circondava quella famiglia da tanti anni conosciuta e potente? Non è meraviglia che il senato discutesse per due giorni senza conchiudere. La difficoltà era davvero grandissima. Ma, mentre il senato discuteva, i soldati della guardia pretoriana, che scorazzavano nel palazzo imperiale, scoprivano in un nascondiglio, dove si era rimpiattato per paura, Claudio, l’«imbecille». Riconoscendo in lui il fratello di Germanico, lo acclamarono imperatore. Era una soluzione. Un atto di volontà, anche poco savio, vale spesso più, nei frangenti difficili, che mille saggissime esitazioni. Il senato, non sapendo che risolvere, accettò e ratificò la soluzione, che i pretoriani gli offrivano sulla punta della spada. Claudio l’«imbecille» fu imperatore.
70. I primi tre anni del governo di Claudio; suoi meriti e sue debolezze (41-43). — Tiberio Claudio Germanico era nato a Lione il 1º di agosto del 10 a. C., da Druso e da Antonia, figliuola di M. Antonio il triumviro. Era dunque fratello minore di Germanico. E non era affatto un imbecille, come si diceva, sebbene tale apparisse a molti, che giudicavano un po’ alla leggiera. Era un valentissimo grecista, un buon oratore, uno studioso ed un erudito, non privo di originalità e di acume: aveva insomma ingegno quanto sarebbe bastato a far anche egli la sua figura nel mondo, accanto agli altri membri illustri della famiglia, se per un misterioso capriccio della natura queste brillanti qualità non fossero state oscurate da lacune e debolezze bizzarre.... Sua madre lo chiamava un «uomo riuscito a mezzo» e forse è la definizione migliore. Se ne incontrano ogni tanto nella vita di questi uomini! Intanto era di una timidezza e di una «gaucherie» incredibile: non sapeva farsi rispettare; i suoi liberti e i suoi servi lo trattavamo come se fossero essi i padroni, ed egli non osava protestare; delle mogli che aveva avuto era stato lo schiavo; non sapeva condursi in società; troppo spesso faceva e sempre diceva delle cose fuori di tempo e di luogo, un po’ per timidezza, un po’ per sbadataggine, come un ragazzo. Augusto l’aveva tenuto in disparte per questa ragione. Quindi era vissuto solitario, quasi soltanto in compagnia di liberti e di servi, al bando della società elegante, pulita e aristocratica, occupandosi dei suoi preferiti studi storici e filologici. Era stato allievo di Tito Livio e si occupava di storia e della riforma dell’ortografia, soddisfacendo le passioni fisiche, che di solito sono più forti negli uomini rozzi e grossolani: la donna e la tavola. Era ghiotto e sensuale, almeno se vogliamo credere gli antichi, in modo quasi animalesco. Non è quindi da stupire che un tal personaggio passasse in mezzo alla aristocrazia romana per un imbecille. Se non gli mancavano l’intelligenza del letterato e dell’erudito, gli mancava la volontà, il coraggio, il contegno, quel certo non so che, senza cui un uomo non si fa rispettare e non può comandare, per quanto intelligente sia.
Essendo un uomo intelligente, un Claudio, e per giunta archeologo, il nuovo imperatore ripristinò subito nel governo la grande tradizione di Augusto e di Tiberio. Riconvocò di nuovo e spesso il senato, anche per deliberazioni che dipendevano direttamente dall’autorità imperiale; onorò i magistrati, secondo l’antico costume; chiamò frequentemente i comizi ad esercitare l’antica potestà elettorale e legislativa; limitò le concessioni di cittadinanza, che Caligola aveva prodigate spensieratamente; e ritolse la cittadinanza a tutti i provinciali, che l’avevano ricevuta, ma che non avevano ancora imparato il latino. Smise ogni fasto personale; affettò di voler essere un semplice senatore; dichiarò che non ammetterebbe nel senato se non persone il cui bisavolo almeno avesse goduta la cittadinanza romana; ristabilì la precisa distinzione degli ordini sociali, che Caligola aveva ad intenzione confusi; represse la turbolenza popolare nei pubblici spettacoli, tollerata da Caligola; si sforzò di riassestare le finanze; cercò di ripristinare la religione, nelle sue forme antiche.
71. I liberti di Claudio e la grande congiura del 42. — I principî del nuovo governo erano dunque ottimi. Roma avrebbe dovuto respirare. Invece ricadde subito nei torbidi e nelle discordie. Per quanto facesse, Claudio non riusciva a vincere l’avversione di una parte — la maggiore forse — dell’aristocrazia romana. Intanto e innanzi tutto nuoceva al nuovo principe il modo con cui era stato eletto. Claudio era il primo imperatore che i soldati avessero imposto al senato, spregiando apertamente la legalità; e proprio nel momento in cui l’aristocrazia s’era illusa di riconquistare la somma degli antichi privilegi, e parecchi dei suoi uomini maggiori avevano sperato di pervenire essi stessi all’impero. La debolezza del principe alimentava questo malcontento. Per quanto Claudio governasse secondo la tradizione, non viveva però circondato da senatori e cavalieri; ma aveva conservato intorno a sè i ministri e i compagni della giovinezza e della virilità, i suoi servi cioè, e più ancora i suoi liberti. Questi venivano così ad acquistare una potenza ed una autorità, che offendeva profondamente l’aristocrazia, tanto più che Claudio non li dominava e li lasciava ostentare la loro potenza e il loro orgoglio al suo fianco. Tra i suoi liberti c’erano uomini di molta intelligenza e capacità, che gli erano di grande aiuto al governo, come Polibio, Narciso, Arpocrate, Pallante, ed anche l’eunuco Pasides. Ma se questi liberti aiutavano Claudio a governare secondo le tradizioni della repubblica aristocratica, la nobiltà romana non poteva tollerare che Polibio osasse nelle pubbliche cerimonie mescolarsi ai consoli; che Arpocrate passeggiasse per Roma in lettiga e desse spettacoli; che Narciso e Pallante ricevessero per volontà di Claudio, che ne aveva fatto preposta al senato, i distintivi della questura e della pretura. La gelosia delle vecchie classi contro gli uomini nuovi, lo spirito esclusivo del romanesimo, si risvegliavano. Insomma Claudio poteva governare bene, ma gli mancava il prestigio e l’autorità. Per quanto l’opera fosse buona, l’autore era ridicolo. Questa contradizione spiega la grande congiura del 42, che tentò di far deporre dalle legioni della Dalmazia l’imperatore innalzato dai pretoriani di Roma. A Roma il capo della congiura era — sembra — uno dei senatori, di cui, alla morte di Caligola, si era fatto il nome quale possibile imperatore: Annio Viniciano. D’accordo con lui era il governatore della Dalmazia, Furio Camillo Scriboniano, che comandava a tre legioni. La ragionevolezza e l’affezione dei soldati per la causa dei Giulio-Claudî fecero fallire il movimento: le legioni, dopo essersi lasciate per un momento traviare, si ricredettero e uccisero il generale ribelle: ma il tentativo era stato così vasto e grave, che alle prime notizie della rivolta Claudio era stato in forse di abdicare. Riavutosi, perdonò ai soldati; ma di nuovo Roma fu devastata da una di quelle terribili repressioni giudiziarie che gli odî privati e le denuncie interessate inferocivano.