72. La conquista della Britannia (43), la nuova politica verso i provinciali e le nuove leggi sociali. — Dopo questa congiura, Claudio si circondò di guardie; nessuno potè più avvicinarlo, senza essere prima frugato; nessuno ospitarlo, senza che la sua casa fosse stata minuziosamente perquisita. Senonchè se era debole, il governo di Claudio aveva entro di sé — che procedesse dall’intelligenza dell’imperatore o dall’ambizione dei suoi liberti o dall’una e dall’altra — una certa volontà di combattere la propria debolezza, compiendo imprese e riforme importanti. Un principe britanno, scacciato dal suo paese da una guerra civile, era venuto a Roma; e da qualche tempo cercava di persuadere il governo romano a invadere la grande isola. Riuscì questo principe a persuadere Claudio, che l’impresa sarebbe facile? O intese Claudio, appena riavutosi dallo spavento della congiura, che sopra tutto nuoceva a lui, figliuolo di Druso e fratello di Germanico, il non poter vantarsi di alcuna gloria militare?
Fatto sta che nell’anno 43 — e, come ci dicono gli storici, per propria personale volontà di Claudio — un grosso esercito di parecchie legioni sbarca in Britannia ed incomincia felicemente l’impresa che Cesare aveva appena tentata e di cui Augusto e Tiberio avevano deliberatamente ripudiato l’idea[65]. Il momento era stato scelto bene. Le popolazioni che abitavano la parte meridionale della Britannia pare che fossero in quel momento indebolite da guerre e da rivoluzioni, cosicchè le legioni poterono in poco tempo e senza soverchia difficoltà sottomettere, almeno per il momento, una buona parte dell’isola. Claudio stesso si recò in Britannia, varcò il Tamigi a capo delle legioni, e per la prima volta assistè a un fatto d’armi, che valse al suo esercito l’occupazione di Camolodunum (Colchester). Ripassò quindi in Gallia, proclamò la Britannia provincia romana, e tornò a Roma, dove il senato gli decretò grandissimi onori.
La conquista della Britannia era appena cominciata: la verità era questa. Occorreranno ancora dieci anni di combattimenti sanguinosi, per prendere saldo possesso di una parte dell’isola. Ma l’ardita mossa di Claudio piacque a Roma e all’Italia, che da lungo tempo occhieggiavano la Britannia come il naturale complemento della Gallia. Nello stesso anno, essendo scoppiati torbidi in Licia, la Licia fu unita alla prefettura della Panfilia e annessa. E per un momento parve che il governo di Claudio traesse da questa vigoria e da questi successi un po’ di quel prestigio e di quella forza di cui aveva bisogno. Dal 43 al 48 corre un periodo in cui Claudio, sia pure commettendo errori, governa con larghe vedute e compie molte opere insigni. Dobbiamo attribuire questa insolita larghezza di vedute ai suoi liberti — uomini intelligenti e naturalmente poco ligi alle vecchie tradizioni romane, nelle quali non erano stati educati? È probabile. Comunque sia, il governo di Claudio, pur conservandosi fedele nelle grandi linee alla tradizione del romanesimo, introduce nell’amministrazione e nella giustizia molte cose nuove richieste dai tempi. Nel 46, abbandonando la rigidezza restrittiva ed esclusiva di Augusto e di Tiberio, l’imperatore concede la cittadinanza romana a intere popolazioni delle Alpi, come gli Anauni del Trentino, i Tulliassi, i Sindoni[66]. Due anni dopo (48), affronta in senato il geloso spirito nazionale romano, facendo concedere il pieno ius honorum ai ricchi Galli Transalpini, gli Edui per primi, che già possedevano la cittadinanza: accordando cioè loro il diritto di essere nominati senatori[67]. Per la prima volta questo diritto era riconosciuto alle classi alte di una provincia; e non è improbabile che a spingere Claudio al passo ardito, oltre il bisogno di rinforzare l’aristocrazia senatoria, contribuisse l’impresa di Britannia. Claudio voleva conquistar la Britannia; quindi doveva sforzarsi di assicurarsi a Roma la fedeltà della Gallia, che era la sua base di operazione per la conquista dell’isola. Ma di qual mutamento doveva essere il primo seme, quella riforma! Notevoli sono pure certe riforme giuridiche di Claudio, nelle quali per la prima volta appare qualcosa di razionale e di universale, che contrastava con lo spirito, fin allora tanto gretto e formalistico, del giure romano.
73. Messalina: storia e leggenda. — Nel 47 Claudio assunse la censura, già da molti anni sospesa ed inerte; e la esercitò seguendo le più scrupolose norme dell’antica repubblica: distribuendo numerose notae censoriae, espellendo senatori indegni, obbligando i senatori poveri ad uscire dal senato; creando, per colmare i vuoti di questo consesso, nuove famiglie patrizie[68], e riscotendo da uno dei due consoli, con l’assenso dell’assemblea, l’appellativo di pater senatus. Roma avrebbe dovuto esser contenta, finalmente! Invece nè il buon governo, nè il plauso del senato riuscivano a vincere l’opposizione, che in Roma continuava a serpeggiare e a più riprese a manifestarsi. Claudio poteva conquistare province e far buone leggi; ma Roma non ammetteva che l’imperatore, il quale doveva comandare a tutti, non riuscisse a farsi ubbidire in casa nè dai liberti nè dalla moglie. Perchè l’imperatrice e la sua condotta erano un’altra causa di malcontento e non meno grave. Claudio aveva sposato in prime nozze una Plauzia Urgulanilla, ch’egli dovette repudiare: in seconde nozze, un’Elia Petina, da cui egualmente divorziò; e, finalmente in terze nozze, una giovane donna, bellissima, e di nobilissima famiglia. La storiografia classica ha versato tutto il nero delle sue ombre sulla memoria di Valeria Messalina, dipingendocela come dissoluta fino all’inverosimile, crudele, cinica, ingorda. Senonchè, mentre riesce difficile spiegare, se essa fu proprio tale, taluni dei suoi atti, impossibile addirittura diventa intendere come ella non solo sia stata lungamente tollerata nella casa di un Claudio; ma abbia anche goduto non piccola considerazione presso l’aristocrazia romana, che non era tutta un’accolta di donne perdute e di bagascioni; e non sia stata abbandonata, nemmeno nella rovina, dall’affetto di una delle più autorevoli Vestali romane, sulla quale nessun storico antico osa lanciare l’ombra di un sospetto.
Giudicando equamente, sembra potersi affermare che, se Messalina non fu nè una Livia, nè un’Antonia, sarà stata, alla peggio, una Giulia; cioè una donna come tante altre nell’aristocrazia romana del tempo; bella, giovane, capricciosa, leggiera, bramosa di godere e di sfoggiare, facile a confondere le faccende della famiglia con quelle dell’impero e imprudente nell’abusare della debolezza del marito, anche in cose che erano di spettanza, non del marito, ma dell’imperatore. Si mescolava dunque alle faccende pubbliche, e donnescamente: onde troppe volte per la debolezza di Claudio i suoi amori e i suoi odî intralciarono l’amministrazione dello Stato e la scrupolosa osservanza della giustizia; troppe volte essa pretese violare le leggi suntuarie, che Claudio aveva ribadite; troppo spesso anche, a quanto sembra, abusò della sua potenza per far denaro; chè essa, almeno secondo gli storici antichi, sarebbe stata nel tempo molto avida e molto prodiga. In Roma vigeva ancora la tradizione latina, che non consentiva alla donna di immischiarsi troppo apertamente negli affari pubblici, e che accanto all’imperatore voleva una matrona fornita di tutte le virtù in onore presso gli italici, quale era stata Livia. Se una parte almeno dell’aristocrazia, la parte più favorevole ai nuovi costumi, poteva essere in qualche modo indulgente, in quanto anch’essa partecipava a quelle che si dicevano, un po’ esageratamente, le «orgie» della nuova Baccante, il medio ceto romano rammaricava acerbamente che dall’alto venisse un esempio così scandaloso.
74. La congiura di Messalina e di Silio (48). — La debolezza di Claudio, le sue continue paure, le esitazioni e le incertezze che ne eran l’effetto, le leggerezze e forse le ruberie di Messalina, le ruberie e le prepotenze di qualcuno dei suoi liberti frustravano lo zelo e l’alacrità con cui egli attendeva alle cose pubbliche e riformava gli abusi con leggi provvide e sagaci. Senato e popolo erano malcontenti; tutti imprecavano a Messalina e ai liberti, ridevano di Claudio; molti senatori adocchiavano la successione del debole principe; ogni giorno correvano dicerie di congiure e di rivolte militari; tumulti popolari scoppiavano ogni tanto. Nel 46 c’era stata, anzi, una congiura, che aveva avuto a capo Asinio Gallo, fratellastro del figlio di Tiberio, Druso. Cosicchè a poco a poco il governo di Claudio venne a trovarsi in una così strana incertezza, quale non si era mai vista, a Roma. Si direbbe che Roma non sapesse se lo voleva o non lo voleva. Faceva, questo governo, ottime cose, eppure era minacciato da tutte le parti e screditatissimo; tutti ogni mattina aspettavano che prima di sera sarebbe caduto e molti si preparavano a raccoglierne l’eredità; eppur resisteva a tutte le congiure che si ordivano; durava, alla meglio, ma durava. Insomma, se da Augusto a Claudio il governo si era indebolito, anche l’opposizione non era più così forte come ai tempi di Tiberio. Le conventicole dell’aristocrazia che combattevano il governo di Claudio erano discordi, poco abili, più imprudenti che energiche. Il malcontento pubblico si sfogava in discorsi; ma i soldati restavano fedeli al figlio di Druso. Il governo tirava innanzi, come poteva, zoppicando....
Quando nel 48 e nel 49, un nuovo pericolo lo minacciò dal di dentro. Siamo giunti all’episodio più clamoroso della vita di Claudio. Il racconto, che gli scrittori antichi ci hanno tramandato, è notissimo. Messalina si sarebbe innamorata di un giovane senatore che sì chiamava Silio; non contenta di averlo per amante, avrebbe voluto sposarlo, pur essendo moglie di Claudio; perciò, mentre il marito era in Ostia, avrebbe celebrato nell’anno 49, in Roma, solennemente le nozze con Silio, compiendo tutti i riti religiosi in vista del pubblico inorridito, sinchè Claudio avvertito le avrebbe mandato l’ordine di morire! Ma questa romanzesca storia, attestata concordamente e da Tacito e da Svetonio e da Dione Cassio, è incomprensibile, almeno se non si suppone, non solo che Messalina fosse impazzita, ma che matti fossero anche tutti gli altri, e Silio, e i magistrati che si acconciarono a compiere i riti delle nozze, e quanti a questa sacrilega pagliacciata assistettero.... E tanti pazzi insieme sono troppi. Chi sa che rispetto i Romani avevano per le cerimonie religiose, dubiterà. Se Messalina e Silio, pubblicamente e con i riti della religione celebrarono le loro nozze, vuol dire che potevano sposarsi; vuol dire che Messalina aveva fatto divorzio da Claudio. Questa supposizione è confermata da Svetonio, il quale ci dice che Claudio, per questo matrimonio, aveva assegnato una dote a Messalina[69]. Se aveva assegnato una dote a Messalina, aveva consentito al nuovo matrimonio; e quindi aveva fatto divorzio e ceduta la moglie a Silio: pratica, come sappiamo, frequente a quei tempi, nell’aristocrazia.