18. La grande rivolta della Gallia (53-52 a. C.). — Roma non era proprio la città in cui i governi personali potessero troppo facilmente imporsi, dopo tanti secoli di governo aristocratico. Di nuovo il sistema politico, immaginato da Cesare, si dissolveva. Perciò appunto, sulla fine del 53, Cesare aveva lasciata la Gallia Transalpina e si era avvicinato all’Italia, comprendendo che era necessario aiutar Pompeo e la sua fazione a rimettere un po’ d’ordine nella turbata repubblica. Ma Cesare aveva appena vôlto le spalle alla Transalpina, ancora irrequieta, che i corrieri delle Gallie lo raggiunsero. L’incendio riardeva: i Carnuti avevano trucidato i mercanti italiani ed erano insorti di nuovo; gli Arverni avevano rovesciato il governo amico di Roma, e condotti da un giovane principe, già amico di Cesare, Vercingetorige, avevano innalzato la bandiera della rivolta; i Senoni, i Parisii, i Pictoni, i Cadurchi, i Turoni, gli Aulerci, i Lemovici, gli Andi e tutti i popoli abitanti sulle rive dell’Oceano si erano sollevati, riconoscendo Vercingetorige come capo; i Sequani tentennavano; gli Edui, rimasti fedeli, stavano per esser chiusi, e le legioni romane con essi, come in un cerchio di ferro; un esercito già si avviava verso la Gallia Narbonese, mentre un altro invadeva il territorio dei Biturigi, tributari degli Edui. Cesare non esitò un istante: abbandonò l’Italia, Roma e Pompeo al loro destino: e volò nella Narbonese. Rinforzò alla meno peggio la difesa; poi con poche coorti, in pieno inverno, valicando le Cevenne coperte di neve, si gettò sull’Arvernia, volendo far credere al nemico che invadeva con grandi forze tutto il paese. Infatti Vercingetorige, ingannato da questo attacco, accorse con l’esercito in difesa della sua patria assalita. Allora Cesare, ripassate le Cevenne e ritornato nella Provincia, con un piccolo corpo di cavalleria che vi aveva lasciato, cavalcando notte e giorno, mentre gli insorti lo credevano tra gli Arverni, potè arrivare inaspettato nel paese dei Lingoni, mettersi a capo delle due legioni che vi stanziavano, ordinare che le altre legioni, sparse per la Gallia, si raccogliessero ad Agendicum (Sens). Così, in pochi giorni, si ritrovò a capo del suo esercito: 35.000 uomini di fanteria, più gli ausiliari gallici e qualche contingente di cavalleria. Erano queste tutte le forze, di cui poteva disporre; e non erano molte: ma non c’era da esitare.... L’audacia sola poteva salvarlo. Difatti, con un sì esiguo esercito, in mezzo ad un paese in fiamme, Cesare prese una risoluta offensiva. In pochi giorni attaccò e prese Vellaunodunum, incendiò Genabum (Orléans), passò la Loira, entrò nel paese dei Biturigi, assediò Noviodunum.
Vercingetorige, che non era riuscito a fermarlo, immaginò allora un piano di guerra, che, applicato senza pietà, avrebbe potuto riuscire rovinoso ai Romani; fare il vuoto intorno al nemico devastando i paesi; molestarlo e affamarlo ogni giorno con assalti improvvisi di cavalleria, con catture di convogli e di rifornimenti. Senonchè, appena fu messo mano ad eseguire il piano, i Biturigi scongiurarono l’implacabile eroe delle libertà galliche di risparmiare la loro capitale Avarico, la futura Bourges, ch’essi s’impegnavano a difendere fino all’estremo. Vercingetorige ebbe la debolezza di cedere; cosicchè Cesare, invece di smarrirsi nel vuoto, correndo nel deserto dietro un nemico inafferrabile, ebbe un punto saldo su cui dirigersi e colpire: Avarico. Vercingetorige non osò soccorrerla; i Biturigi avevano troppo presunto delle loro forze; Cesare con un vigoroso assedio di poche settimane la prese, trucidò tutta la popolazione, e si impadronì di tutte le provvigioni accumulate nella città.
Questa vittoria non permetteva soltanto a Cesare di riposare e rifornire l’esercito nella ricca e ben provvista città; ma rialzava il prestigio delle armi romane e scoraggiava gli insorti. Non aveva Cesare distrutto Avarico, sotto gli occhi di Vercingetorige, senza che costui osasse soccorrerla? Non era manifesto che Cesare era il più forte? Cesare dovette illudersi addirittura d’aver vinto la guerra, se si indusse a dividere le forze. Quattro delle sue dieci legioni andrebbero, agli ordini di Labieno, contro i Sequani e i Parisii, che da poco avevano ingrossato le file dell’insurrezione, mentre egli stesso con sei legioni colpirebbe l’insurrezione al cuore, attaccando il territorio degli Arverni e obbligando Vercingetorige ad accettare la battaglia, che terminerebbe la guerra. E così fece. Invano Vercingetorige tentò d’impedirgli di varcare l’Allier. Cesare eluse con uno strattagemma la sua sorveglianza; e invase l’Arvernia, ponendo l’assedio a Gergovia, per farle subire la stessa sorte di Avarico. Ma egli non aveva più che sei legioni; e Gergovia resistette ostinata.... L’assedio andò per le lunghe; questo suo prolungarsi incominciò a rianimare il coraggio dei Galli; Cesare volle finirla, e diede l’assalto alla città; ma fu respinto con tali perdite, che dovette risolversi ad abbandonare l’impresa e a riprendere la via del nord, per ricongiungersi con Labieno.
Le conseguenze dell’errore furono assai funeste. Là sconfitta di Gergovia, annunziata ovunque ed esagerata, scosse le popolazioni rimaste fedeli; perfino gli Edui passarono al nemico, togliendo ai Romani la miglior base di rifornimento e tagliando le comunicazioni di Cesare con Labieno. Cesare capì che occorreva ricongiungersi al più presto e a qualunque costo con Labieno: per non perdere tempo a far dei ponti si cacciò nella Loira con l’esercito, e la passò a guado; poi, risalendo verso il settentrione a marce forzate, raggiunse Labieno, probabilmente ad Agendicum. Labieno aveva combattuto con fortuna i Senoni e i Parisii: ma a che servivano queste vittorie? Tutta la Gallia ormai era insorta; a Bibracte stava per radunarsi una dieta nazionale, che chiamerebbe alle armi tutti i popoli gallici; che fare con poco più di 30.000 uomini, in un paese tutto in rivolta? Cesare deliberò di abbandonare per il momento la Gallia, ritirandosi nella Provincia: ma il traversar la Gallia in fiamme con quel piccolo esercito, gli parve impresa così pericolosa, che prima di muoversi volle accostarsi alla frontiera occidentale della Germania allo scopo di fare, tra quelle popolazioni germaniche, grandi leve di cavalleria. Il generale, che sette anni prima era entrato in Gallia per distruggere il pericolo germanico, intendeva ora servirsi dei Germani contro i Galli, e pagava i primi con l’oro preso ai secondi.
Ma più che la cavalleria germanica, le discordie, gli errori e le imprudenze del nemico salverebbero Cesare. Già a Bibracte i Galli avevano acerbamente discusso sul comando e sul piano: se continuare la guerriglia o fare la guerra grande. Un po’ per contentare il partito che voleva la guerra grande e un po’ perchè la guerriglia richiede poche truppe, ma buone, e Vercingetorige invece comandava un esercito numeroso, raccogliticcio e scadente, il duce arverno fu costretto a mutar il modo di guerreggiare, che sino ad allora gli era riuscito così bene. Quando Cesare, probabilmente nella prima metà dell’agosto, iniziò la sua ritirata verso la Provenza, Vercingetorige, abbandonando il suo quartier generale, ch’egli aveva stabilito in Alesia (Alise St. Reine nel dipartimento della Côte d’Or), e la guerriglia, seguita fin allora, venne in campo aperto a contrastargli il passo. Ma sopra un vero campo di battaglia le legioni romane, il genio del loro duce, l’impeto dei cavalieri germanici ebbero ragione dell’attacco e della resistenza nemica[12]. E bastò questa battaglia per mutare le sorti della guerra. Vercingetorige, sconfitto, riparò in Alesia; Cesare, smessa l’idea di ritirarsi in Provenza, si volse subito ad investire Alesia; Vercingetorige, chiuso da Cesare entro giganteschi lavori, chiamò in suo soccorso la Gallia intera.... Si raccolse così un nuovo grande esercito — oltre 250.000 uomini, dice Cesare[13] — i quali avrebbero dovuto piombare sull’esercito romano dal di fuori, mentre da Alesia gli assediati avrebbero fatto l’ultima sortita della disperazione. Se il piano riusciva, l’esercito romano sarebbe stato distrutto da un doppio assalto. Non sentendosi la forza di resistere a questo doppio assalto in campo aperto, Cesare non esitò a costruire, intorno alla linea delle prime trincee, una seconda grandiosa opera di fortificazioni, dietro la quale il suo esercito, assediante e assediato nel tempo stesso, avrebbe potuto resistere al nuovo nemico. L’espediente era nuovo, ingegnoso, ma temerario; e non avrebbe sortito alcun buon effetto, se l’esercito di soccorso avesse assediato con pazienza l’esercito romano, anche a costo di far morire di fame insieme e nella stessa cerchia Cesare e Vercingetorige. Ma i duci erano parecchi e discordi fra loro; il desiderio di salvare Vercingetorige, troppo vivo; il nuovo esercito, raccogliticcio, impaziente e mal provvisto di materiali e di viveri. Invece di assediare pazientemente gli assedianti, l’esercito di soccorso volle far presto, tentò di forzare il campo di Cesare; si esaurì per sette giorni in furiosi ma vani assalti; poi si sbandò. Allora Vercingetorige, vinto dalla fame, si consegnò prigioniero nelle mani del vincitore (settembre 52).
La insurrezione gallica era domata; Cesare era quasi per miracolo scampato alla sorte di Crasso; la nuova provincia gallica, dopo otto anni di insurrezioni e di guerre continue, era salva. Il conquistare l’Occidente era impresa più ardua e di maggior sacrificio dell’Oriente: ma quanto più duratura e proficua nel lontano avvenire![14].
Note al Capitolo Terzo.
[11]. Questo partito aveva riportato una bella vittoria nel 55. Poichè il governatore della Siria, A. Gabinio, meditava la guerra alla Parzia, il Senato gli oppose un fermo divieto: cfr. Strab., 12, 3, 34.
[12]. Il luogo della battaglia è incerto: secondo alcuni, essa seguì sulle rive della Vingeanne; secondo altri, tra Brevon e l’Ource; secondo altri, infine, o nei pressi di Montigny, o non lungi da Allofroy.